Società anonima Supertessile di Rieti

Nel 1928 viene inaugurato, a Rieti, lo stabilimento “Società anonima Supertessile”. Proprio davanti esisteva già un’altra importantissima realtà industriale per il territorio reatino: lo zuccherificio (primo in Italia) fondato nel 1873 dall’ing. Emilio Maraini. L’area industriale viene completata nel 1937 dalla costruzione dello stabilimento Montecatini per la produzione dell’acido solforico, materia prima fondamentale per la produzione dei filati artificiali.

Lo stabilimento Montecatini realizzato nel 1937 accanto alla Supertessile per produrre l’acido solforico indispensabile per la produzione della viscosa

Lo stabilimento della Supertessile è fortemente voluto dall’amministrazione della cittadina allo scopo di creare sviluppo e posti di lavoro. Per questo viene contattato il barone Alberto Fassini, fondatore a Padova della Cines Seta Artificiale e successivamente fondatore, insieme a Franco Marinotti, della CISA Viscosa. Anche il principe Potenziani, di origine reatina e in quel periodo importante gerarca fascista, si adopera per convincere il Fassini a scegliere proprio Rieti per lo stabilimento. Alla società vengono garantiti molti benefici, in termini fiscali e logistici (uso gratuito delle acque, esenzione da dazi, etc.), per facilitarne l’insediamento e lo sviluppo.

Una commovente richiesta di riassunzione di un’operaia licenziata, segnata da un perentorio “NO” – 1931

La progettazione dello stabilimento è affidata all’ingegnere Arturo Hoerner, storico collaboratore del barone Fassini (sua la progettazione di altri edifici industriali per lo stesso committente nonché di villa Fassini a Roma) e vede l’utilizzo sapiente di eleganti strutture in cemento armato per i giganteschi capannoni a shed. L’edificio più iconico di tutto il complesso è senz’altro la torre quadrata che ospita gli uffici, sormontata da un enorme serbatoio idrico circolare.

Uno dei tanti progetti impianti originali del 1928

E’ interessante notare come il complesso industriale non fosse dotato in origine di impianto estrazione fumi chimici e pulizia/climatizzazione dell’aria, come invece sarà fatto in futuro in più recenti stabilimenti della SNIA Viscosa (ad esempio Varedo e Castellaccio) dove tali impianti sono ben integrati nelle opere strutturali: a Varedo la più grande delle ciminiere, quella con le nervature, è proprio deputata a tale scopo. Tale impianto viene aggiunto a Rieti solo successivamente (si tratta della ciminiera in ferro e vetroresina tutt’ora presente) ed è ben visibile la sua estraneità strutturale rispetto al resto della fabbrica: la salubrità dell’ambiente di lavoro, negli anni ‘20, non era certo una priorità e l’avvelenamento da solfuro di carbonio era molto frequente tra le maestranze.

All’ingresso dello stabilimento è presente il capannone-parcheggio per le biciclette degli operai

 

I ganci per appendere le biciclette

L’uscita degli operai, tutti in bicicletta, in una cartolina d’epoca

L’edificio della portineria è ornato da un rivestimento in legno con il simbolo degli Anelli di Borromeo e le iniziali della SNIA Viscosa

Nel 1929, prima della grande crisi economica, la Supertessile dà lavoro a oltre 2300 persone e attorno allo stabilimento l’azienda costruisce un vero e proprio villaggio industriale con gli alloggi per operai e impiegati. Le palazzine per gli operai sono quelle a due piani ancora esistenti lungo via Cicchetti e via Piselli mentre le ville per i funzionari affacciano a semicerchio su piazza XXIII Settembre.

Il cartellino di un’operaia a cui, dall’aprile 1931 al dicembre del 1933, vengono comminate ben 38 punizioni per assenze ingiustificate, cancellazioni del cartellino, “matasse rotte”, indisciplina e scarso rendimento. Nata nel 1919 e assunta nel 1931: una bimba dodicenne.

All’epoca la città di Rieti non offre, ovviamente, mano d’opera specializzata e in tale gran quantità, quindi l’azienda recluta moltissime lavoratrici dal Veneto. Pare che il reclutamento fosse affidato alle parrocchie venete che avrebbero operato la selezione in base a criteri di “moralità”.
Per garantire assistenza e servizi a questa mole di persone lontana dai propri luoghi natii, si affida la gestione del “welfare” aziendale, del dopolavoro e degli alloggi alla ONARMO (Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale agli Operai).

Vari documenti che riportano le variazioni storiche di ragione sociale

Durante la seconda guerra mondiale l’area industriale subisce pesanti danni a seguito dei bombardamenti (in particolare lo zuccherificio che venne quasi raso al suolo) e nel dopoguerra la SNIA Viscosa investe molto per ammodernare lo stabilimento, senza ancora preoccuparsi, però, delle condizioni di salute degli operai che erano a diretto contatto con sostanze chimiche estremamente tossiche.

L’azienda comunica a un operaio che potrà sospendere il pagamento della pigione per l’alloggio aziendale, reso inagibile dai bombardamenti del 1944

Alla fine degli anni ‘70 la crisi petrolifera rende non più competitivo lo stabilimento di Rieti che chiude nel 1979. Per tentarne il rilancio si punta allora sull’innovazione tecnologica e SNIA Fibre installa a Rieti le FCT3000 per la filatura continua della viscosa (proprio brevetto) che sono pienamente operative a partire dal 1987 permettendo la riapertura dello stabilimento. Le linee FCT3000 sono tra l’altro gli ultimi macchinari ancora parzialmente presenti nello stabilimento abbandonato.
Il vantaggio della produzione con le FCT3000 è l’accorpamento di più fasi in un unico processo continuo che porta, tra l’altro, alla possibilità di captare i fumi chimici: viene finalmente realizzato l’impianto estrazione fumi tuttora visibile, che garantisce un ambiente di lavoro più salubre.

L’archivio con documenti, progetti e schede del personale che è stato fortunatamente salvato dall’Archivio di Stato di Rieti nel 2015

Nel 2004 avviene la fusione tra Novaceta, Bemberg e Nuova Rayon e lo stabilimento di Rieti è ormai specializzato nella produzione della viscosa a filo continuo che comporta, però, un utilizzo enorme di energia. Proprio il costo dell’energia, con un debito di 6 milioni di Euro con la sola Enelgas, porta alla chiusura definitiva dello stabilimento nel 2006.


Foto storiche (archivio CID Torviscosa)


Altre foto storiche


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Riferimenti in rete


Bibliografia

  • Architetture industriali dismesse (Paolo Cavallari, Edoardo Currà – Edicom Edizioni 2014)
  • Aree industriali dismesse e città storica: Rieti, laboratorio di sinergie sostenibili (Edoardo Currà, Lorenzio Diana, Emanuele Habib – in_bo n.5 dicembre 2012)
  • “Una città e la sua fabbrica: la storia della Snia-Viscosa a Rieti” – Tesi per il Master in innovazione e impresa di Annamaria Di Gregorio

Cineteatro Gerini

Nel 1952 il Marchese Alessandro Gerini, uno degli uomini più ricchi d’Italia, detto “il costruttore di Dio”,  dona ai salesiani un terreno adiacente alla via Tiburtina, perché vi sia realizzato un polo educativo e assistenziale per i giovani: orfanotrofio, oratorio, scuola professionale, impianti sportivi, etc. Il centro dovrà essere dedicato alla memoria di sua madre, la Marchesa Teresa Gerini Torlonia.
Nel 1953 viene rilasciata la concessione edilizia per realizzare un teatro da 1500 posti, uno stadio con palestra coperta, altre infrastrutture sportive, un oratorio con chiesa e una scuola professionale.
Il complesso viene ultimato e inaugurato nel 1957, come riportato nel Bollettino Salesiano n. 23 del 1°dicembre 1957.

L’articolo del “Bollettino Salesiano” del 1957 in cui si parla dell’inaugurazione del Gerini

Questa la descrizione del complesso, nel citato articolo del “Bollettino Salesiano”:

Il grande Istituto sorge alla periferia dell’Urbe nella borgata di Ponte Mammolo e sembra materialmente e idealmente collegato con l’anello delle Opere Salesiane che in questi ultimi anni, venendo incontro alle pastorali ansie del Sommo Pontefice Pio XII, sono fiorite nei nuovi quartieri periferici della, città.
Quasi a rendere socialmente più moderna ed efficace la sua azione, l’Opera Salesiana è stata innalzata in quella parte della città che sta diventando la zona industriale di Roma, nel centro di un futuro quartiere popolare ai margini degli stabilimenti. La Parrocchia, già affidata ai Salesiani, svolgerà l’assistenza spirituale della popolazione, col vantaggio di precedere il completo sviluppo delle abitazioni civili.
L’Oratorio si rivolgerà in modo speciale ai giovani, per la loro educazione morale e per un sano divertimento, mirando a creare delle nuove generazioni capaci di dare un volto spiccatamente cristiano a tutto il sobborgo.
A questo fine dispone di vastissimi campì sportivi, di un ampio teatro modernamente attrezzato, di cortili interni con lunghi porticati, di eleganti sale da gioco e di lettura, di saloni per riunioni, di numerose aule per la istruzione religiosa e di una luminosa ed accogliente Cappella.
Le Scuole Professionali per alunni esterni, dotate degli ultimi ritrovati del progresso, prepareranno tecnicamente i futuri operai, che potranno trovare facile assorbimento di lavoro nell’industria.
È un’Opera nel suo genere completa, in piena risonanza con l’ambiente, destinata a diventare centro di vita per decine di migliaia di persone, punto di irradiamento per l’affermazione dei più alti valori spirituali nel mondo del lavoro e della tecnica.
Alcune cifre daranno un’idea della eccezionale grandiosità dell’Opera.
Il fronte del vasto complesso si estende per circa mezzo chilometro sulla via Tiburtina. La superficie è di 120.000 metri quadrati (la Città Universitaria di Roma ne occupa circa 160 .000).
Il volume è di 252.000 metri cubi (una scuola di 50.000 metri cubi è normalmente considerata molto grande). L’Opera viene a costare complessivamente oltre tre miliardi. Due miliardi per i tredici padiglioni. Un miliardo per macchine, attrezzature tecnico-scientifiche e arredamento. È escluso il valore del terreno e della erigenda chiesa parrocchiale.
«E tutto questo – scrive L’Osservatore Romano – non è fatto per i signori, come la facile demagogia va bofonchiando quando deve demolire; ma è fatto per l’umile gente che non è più abbandonata, nè si vuole incantare di chiacchiere e di sogni; è fatto per l’umile gente cui bisogna comunicare un senso decoroso di dignità, di proprietà, di amore per le cose».
Per dare un’idea più completa, dell’Opera, aggiungiamo che le Scuole Professionali potranno accogliere oltre 1200 allievi esterni, con otto edifici collegati da portici, attorno a tre ampi cortili, di cui il maggiore misura 8300 metri quadrati. La Scuola comprende i tre Laboratori di Meccanica, Elettromeccanica, Elettronica, dotati di uffici tecnici, sale di prova, magazzini e sale macchine, uniche per vastità e modernità d’impianti.
La maggiore, quella di meccanica, misura 5000 metri quadrati. Vi sono inoltre 36 aule per l’insegnamento teorico, sale di studio per doposcuola, refettori, sale per mostre professionali, ecc.
L’Oratorio, per oltre 2000 giovani, comprende una grande Cappella propria – un gioiello di
eleganza e modernità; – 16 aule per catechismo e ricreazione interna; 2 saloni per riunioni ; stadio con due gruppi di tribune, due campi regolari di calcio, campi da tennis, pallacanestro, pallavolo, piste per corse, atletica e pattinaggio ; palestra coperta fornita di tutti gli attrezzi ; cine-teatro per 1500 posti, impianto sonoro e cinemascope, palcoscenico a piani elevabili e impianto ad aria condizionata .
La chiesa parrocchiale (erigenda) sarà dedicata a San Domenico Savio e avrà un volume di 25.000 metri cubi.
Così nel nome di Don Bosco, il Santo che scese tra i primi nella periferia di una città moderna per preparare le giovani generazioni ai compiti della nostra civiltà, sorge in Roma quest’opera di eccezionale portala, in armonia con quel programma nel quale Egli seppe conciliare da oltre cento anni le esigenze della fede e del lavoro.
In questa felice realizzazione si sono incontrati un unto, che confidava solo e sempre nella Provvidenza, e un Benefattore che – munifico ministro della Provvidenza – ha posto i suoi beni nelle mani di Don Bosco, nel comune amore per i figli del nostro popolo. E non fu meno provvido disegno di Dio l’aver messo al fianco del Marchese Gerini, per l’attuazione del vasto disegno, un Uomo dalle larghe vedute, l’ultimo Superiore del Capitolo Salesiano educato nell’Oratorio di Torino, vivente ancora Don Bosco: l’Economo Generale Don Fedele Giraudi.

Vista aerea deli’Istituto Gerini presa dal Bollettino Salesiano del 1957. In giallo il teatro, in rosso la parte interamente demolita (oratorio, chiesa e impianti sportivi)

L’Istituto Gerini in una foto aerea d’epoca

L’istituto visto sul lato della via Tiburtina. L’edificio con il tetto curvo è il teatro. La parte alla sua destra è quella che è stata demolita.

Nel 1978 nell’area si insedia anche la Residenza dei Salesiani, per ospitare gli studenti di teologia che sarà poi chiusa nel 2000 a causa della mancanza di vocazioni.

Nel 2003 i salesiani vendono una cospicua parte dell’Istituto ad una società privata: l’area ceduta è quella relativa all’oratorio, al teatro e agli impianti sportivi. Tale vendita causerà un’azione legale da parte degli eredi Gerini che accuseranno i salesiani di aver snaturato gli scopi della donazione originale: la richiesta di indennizzo non sarà però riconosciuta dal tribunale.

Nel 2006 una grande mobilitazione di personaggi dello spettacolo cerca di impedire la demolizione degli edifici al posto dei quali si intende costruire degli esercizi commerciali.
Nel 2007 gli edifici, e il teatro, vengono occupati dai comitati sorti per la loro difesa. In teatro vengono organizzati numerosi eventi culturali di spessore, tutti a titolo completamente gratuito.
Nel 2008 la proprietà inizia la demolizione dello stadio e delle altre strutture sportive.

L’area prima della demolizione (il teatro è evidenziato in giallo)

La situazione attuale (2020). Il teatro è evidenziato in giallo e alla sua destra sono visibili i capannoni commerciali

Nel 2009 la proprietà si impegna a non demolire il teatro e a cederlo a titolo gratuito al Comune di Roma, cosa che avviene con l’accettazione del Comune nel 2013.
Ad oggi il teatro è chiuso e non utilizzato mentre nell’area demolita dell’oratorio e dei campi sportivi sono stati realizzati due capannoni destinati al commercio al dettaglio di generi alimentari e detersivi.


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Centrale Elettrica Santa Caterina

La centrale di Santa Caterina si trova in Sardegna, nell’area del Sulcis, e rappresenta uno dei simboli dell’industrializzazione sarda. Entrata in funzione nel 1939, è rimasta attiva fino al 1963 per poi chiudere definitivamente nel 1965.

Dobbiamo la sua nascita all’ingegner Angelo Omodeo che nel 1911 fonda la Società Elettrica Sarda. e nel 1913 la Società Imprese Idrauliche ed Elettriche del Tirso che si occuperà delle opere idrauliche su Tirso e Coghinas. Scopo delle aziende, sviluppare la produzione di energia elettrica per lo sviluppo industriale e sociale dell’isola.

L’avviamento del Bacino carbonifero del Sulcis, la costruzione di Carbonia, il potenziamento del porto di Sant’Antioco, suggerirono alla Società Mineraria Carbonifera Sarda la realizzazione di una grande centrale termica a bocca di miniera. Nel 1939 veniva inaugurata la moderna Centrale Termoelettrica di Santa Caterina, la prima in Italia idonea a utilizzare il carbone del Sulcis polverizzato. L’impianto fu realizzato nella frazione di Palmas Suergiu, all’imboccatura dell’istmo che collega l’isola di Sant’Antioco alla Sardegna.

Il fabbricato fu edificato in riva al mare per poter prelevare l’acqua necessaria al suo funzionamento. Si componeva di quattro corpi di fabbrica contenenti rispettivamente i generatori di vapore, i distillatori dell’acqua marina con le pompe di alimentazione, i turbo-alternatori, i quadri da 5 KV. I generatori di vapore, realizzati dalla ditta Gefia, utilizzanti il carbone Sulcis polverizzato, erano del tipo a irradiazione totale, a unico passaggio di gas verso l’alto, capaci di produrre 500 chilogrammi all’ora di vapore. Nella sala macchine erano installati quattro gruppi turbo-alternatori più quello per i servizi ausiliari eroganti una potenza complessiva di 40.320 Kw. Due gruppi, oltre a quello dei servizi ausiliari, erano stati forniti dalla Stal, gli altri due dalle Ditte Tosi-Brown Boveri. L’apparecchiatura elettrica a 5 KV era installata in un apposito fabbricato quadri. Qui erano attrezzati i pannelli di controllo per la manovra, la regolazione delle macchine e la misura delle varie grandezze elettriche. La sala ospitava inoltre un centralino telefonico automatico con 14 posti di chiamata e ricezione. L’apparecchiatura elettrica a 70 KV, compresi i 3 trasformatori 5/70 KV, era invece sistemata all’aperto. L’alimentazione del carbone avveniva mediante un sistema di rotaie su cui scorrevano i carri tramoggia che convogliavano il minerale a due mulini atti alla sua macinazione.

La centrale entrò in esercizio nel 1939. Negli anni della seconda guerra mondiale assicurò la vitale fornitura elettrica non solo al complesso industriale del bacino carbonifero ma anche all’area metropolitana di Cagliari attraverso un articolato collegamento in rete. Durante la seconda guerra mondiale nell’area della centrale furono dislocate alcune armi automatiche destinate alla difesa contraerea. Nell’area della centrale è tuttora presente un fortilizio a “S” in calcestruzzo. Alla data del 1° gennaio 1943 vi era schierata la 843ª Batteria con 4 mitragliatrici pesanti Breda da 20 mm, armate dal personale appartenente alla 17ª Legione DICAT Carbonia. Durante l’armistizio, nel settembre del 1943, i Tedeschi in ritirata asportarono il 4° gruppo, poi parzialmente recuperato in Germania al termine del conflitto e rimesso successivamente in opera. Una quinta caldaia fu attrezzata dopo il 1950 in virtù degli aiuti statunitensi del Piano Marshall. La centrale cessò il servizio nel 1963 chiudendo definitivamente nel 1965.


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SNIA Viscosa – Stabilimento di Varedo

Il 10 luglio 1917 viene fondata dall’avvocato Riccardo Gualino, a Torino, la società SNIA (Società di Navigazione Italo Americana) con un capitale sociale di lire 5 milioni. Socio di Gualino è Giovanni Agnelli, il fondatore della FIAT. La società si occupa di trasporto marittimo tra Italia e Stati Uniti ma, alla fine del primo conflitto mondiale, si trova di colpo circondata da concorrenti agguerriti che sfruttano i molti mezzi navali non più utilizzati per lo sforzo bellico. Inizia così la differenziazione del business interessandosi alle fibre artificiali e nel 1920 cambia denominazione in “SNIA – Società di Navigazione Industria e Commercio”.

La sede della SNIA a Milano: la Torre San Babila costruita nel 1937 dall’architetto Alessandro Rimini

E’ del 1920 l’acquisizione della “Società Anonima Viscosa di Pavia” dalla “Cines-Seta Artificiale” e della “Società Anonima Unione Italiana Fabbriche Viscosa” – che aveva uno stabilimento a Venaria Reale – mentre, nel 1921, viene acquisita la “Società Italiana Seta Artificiale” che aveva il suo stabilimento a Cesano Maderno. Il passaggio definitivo alla produzione di fibre tessili viene sancito dalla successiva modifica della ragione sociale, avvenuta il 6 novembre 1922, in “SNIA Viscosa – Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa”.

Gli uomini della SNIA. Dall’alto: Riccardo Gualino, Senatore Borletti, Franco Marinotti e Luigi Crosti

Nel 1925 si inizia la costruzione del secondo stabilimento a Torino, in località Abbadia di Stura e, sempre in quell’anno, il capitale sociale della SNIA arriva a un miliardo di lire. Mai nessuna azienda italiana era arrivata a tale volume.

Nel frattempo i rapporti tra Giovanni Agnelli e Riccardo Gualino vanno deteriorandosi soprattutto a causa del diverso temperamento dei due (Agnelli molto misurato e attento agli investimenti, Gualino impetuoso e talvolta avventato), portando alla separazione tra i due: Agnelli lascerà la SNIA nel 1926 e Gualino la FIAT nel 1927.

Nel 1927 viene acquisita al 100% la proprietà del “Gruppo Seta Artificiale Varedo” (fondato nel 1922 da SNIA in joint venture con la britannica Courtaulds) e quindi il pieno controllo degli stabilimenti di Varedo e Magenta. Sempre in questo periodo vengono incorporate per fusione la “Unione Italiana Fabbriche Viscosa” e la “Società Italiana Seta Artificiale”.

Impianti dello stabilimento SNIA di Varedo

La produzione annua di raion passa gradualmente dai 500mila kg. del 1920 ai 9 milioni e 500mila kg. del 1929.

La crisi economica del ‘29 mette in difficoltà tutti i grandi competitor internazionali che operano nel settore delle fibre artificiali: la già citata Courtaulds (inglese), la Glanzstoff (boema), il Comptoir des Textiles Artificiels (francese) e, appunto, la SNIA. Tali difficoltà economiche portano all’uscita di scena del Gualino, proprio nel 1929, sostituito da Senatore Borletti. La figura di Riccardo Gualino era inoltre invisa al regime fascista in quanto non ne aveva mai sposato la dottrina e, al contrario, era persona molto vicina a mondi “non allineati” quali quello dell’arte, del teatro e della cultura in genere. Infine il crack della Banca Agricola Italiana, di cui Gualino era principale azionista, fu il colpo di grazia che costrinse l’imprenditore a disimpegnarsi dalla SNIA.

Uno di locali dell’asilo per i figli dei dipendenti, interno alla fabbrica, nel raffronto tra quando era in uso (foto archivio CID Torviscosa) e nel 2015

Nel 1937, in pieno regime fascista, Franco Marinotti (già A.D. dal 1934) diventa presidente della SNIA e il 31 gennaio 1938 fonda la S.A.I.C.I. “Società Anonima Agricola Industriale per la produzione italiana di cellulosa” che trasforma una zona paludosa in località Torre di Zuino (UD) in una città-industria modello, cui viene dato il nome di Torviscosa. La possibilità di utilizzare le canne che crescono nella zona per la produzione della cellulosa tessile soddisfa infatti, oltre che gli utili della SNIA, la necessità della propaganda di regime di celebrare autarchia e indipendenza dalle fonti estere di materie prime. Di tale città-industria si occuperà anche Michelangelo Antonioni che realizzerà, nel 1948 su commissione della SNIA, il documentario “Sette canne un vestito”.
Sempre durante il periodo dell’autarchia fascista la SNIA mette a punto e rende industrialmente profittevole il processo, inventato da Antonio Ferretti, con cui si ottiene dalla caseina il Lanital, materiale sintetico con caratteristiche molto simili alla lana.
Fino al 1931 le fibre sintetiche erano rappresentate praticamente solo dal raion, che è un filo continuo e la grande scommessa di Marinotti è l’investimento di grandi risorse per la produzione del fiocco viscosa, di cui intuisce le potenzialità: una fibra corta che può essere usata da sola o in mescola con altre naturali (cotone e lana). La scommessa è vinta e nel 1934 la SNIA arriva a coprire il 60% della produzione mondiale di fibre sintetiche corte con il suo SNIA-fiocco, superando in questa produzione il colosso chimico tedesco IG Farben.

Oltre alla SNIA, in Italia, un player di tutto rilievo nel campo delle fibre artificiali è la “Cisa Viscosa” di Pavia (nata dalla Cines che produceva pellicole cinematografiche col procedimento della nitrocellulosa), che ha impianti anche a Padova, Roma, Rieti e Napoli. Nel 1939 la SNIA acquisisce il controllo della CISA Viscosa e, per ottimizzare la commercializzazione dei prodotti, si allea con la valdostana Châtillon creando la ”Italviscosa”.

Il gruppo SNIA esce dal secondo conflitto mondiale con gli stabilimenti pesantemente danneggiati e l’opera di ricostruzione è ingente. Nel frattempo la produzione del fiocco si specializza e raffina sempre di più, arrivando a comprendere fiocco ad alta resistenza (da cui deriverà il koplon, fibra polinosica) e fiocco tinto in pasta. Nel 1951 una nuova joint venture con la Courtaulds porta alla conversione dello stabilimento di Magenta alla produzione del raion all’acetato, con la denominazione di “Novaceta”.
E’ infatti del dopoguerra l’impegno sempre più forte della SNIA per lo studio e la produzione di fibre interamente sintetiche. La maggiore di queste è il “lilion”, fibra poliammidica simile al nylon.

Nel 1966 muore Franco Marinotti, padre storico della SNIA, e il suo posto viene assegnato a all’Ingegner Luigi Crosti che era in SNIA, come anima tecnica, dal 1919.

Nel 1968 la SNIA incorpora la società BPD “Bombrini Parodi-Delfino” che, storicamente, si occupa di chimica degli esplosivi (è praticamente l’anima fondante della città di Colleferro, nata attorno a questa azienda e progettata in gran parte da Riccardo Morandi) ma che ha iniziato da tempo anche produzioni tessili e meccaniche negli stabilimenti della citata Colleferro, di Castellaccio di Paliano e di Ceccano.

Il Gruppo SNIA Viscosa nel 1970

Dagli anni ‘70 in poi inizia il lento declino della SNIA, parallelo al declino di tutta la chimica italiana. Nel 1974 viene acquistata dalla Montedison e nel 1980 passa alla FIAT (ora si chiama SNIA BPD). Nel 1998 viene venduta dalla FIAT. Nel 2003 la parte economicamente ancora profittevole di quel che resta della SNIA, il biomedicale, viene scissa dando vita alla SORIN. Anche questa è di breve durata e chiude pochi anni dopo, lasciando uno strascico giudiziario ancora in corso poiché i giudici di Milano sospettano distrazioni di capitale dalla SNIA alla SORIN.
La SNIA S.p.A. termina tecnicamente la propria gloriosa storia il 16 aprile del 2010 quando viene posta in amministrazione straordinaria dal Tribunale di Milano che ne dichiara l’insolvenza.

Per quanto riguarda, nello specifico, lo stabilimento di Varedo, questo cessa la produzione della viscosa nel 1982 e del lilion nel 2003, data della definitiva chiusura. Da allora versa in stato di abbandono.


Foto storiche archivio CID di Torviscosa*

*Le foto di questa galleria provengono dall’archivio on-line del Centro Informazione Documentazione (CID) del Comune di Torviscosa. Sono tutte opera dello Studio Crimella, probabilmente scattate da Vincenzo Aragozzini, particolarmente attivo per la committenza SNIA. Desideriamo ringraziare sentitamente il Sindaco Dr. Fasan per la cortesia e la disponibilità.


Foto storiche


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Riferimenti in rete


Bibliografia

  • Gruppo SNIA Viscosa – Ed. SNIA Viscosa – 1949
  • Mezzo secolo di SNIA Viscosa – Ed. SNIA Viscosa – 1970
  • Torviscosa – La città della cellulosa – Ed. SNIA Viscosa – 1941
  • Tecnologia delle fibre artificiali e sintetiche – Vol. 1 – Rayon e fiocco viscosa – Ed. Hoepli – Bruno Scarabelli 1958
  • Tecnologia delle fibre artificiali e sintetiche – Vol. 2 – Filo cupro Raion e fiocco acetato Fibre sintetiche – Ed. Hoepli – Fernando Scarabelli, 1967
  • Le fibre tessili artificiali in Italia dai primi del novecento alla seconda guerra mondiale – Università degli Studi di Pisa – Corso di dottorato in Storia Economica – Dott.ssa Marcella Spadoni, 2000

Cartiera Vita-Mayer di Cairate

Risalgono al 1750 le prime notizie storiche di un opificio che, sulla sponda dell’Olona, si occupa della follatura degli stracci e della parziale lavorazione della carta.

Nel 1897 la famiglia Vita acquista la piccola fabbrica e fonda la “Cartiera Enrico Vita & Co”, rinnovando profondamente il ciclo industriale ed ampliando la fabbrica.

Nel 1904 Matilde Vita sposa Sally Mayer e nel 1906 nasce la “Vita Mayer & Co.”.

Nel 1916 viene attivato il tratto ferroviario Cairate-Valmorea della ferrovia Valmorea e la cartiera ha una facile ed efficiente via di comunicazione per le materie prime e i prodotti finiti.

Dopo la prima guerra mondiale continua l’espansione degli impianti e nel 1937 inizia la produzione in loco della cellulosa, precedentemente acquistata come materia prima e trasportata via ferrovia alla fabbrica.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale ferma gli impianti e le famiglie proprietarie, Vita e Mayer, devono riparare in svizzera poiché di origini ebraiche.

Gli impianti non subiscono danni durante il conflitto e nell’immediato dopoguerra la produzione può ripartire facilmente. La cartiera vede una nuova inarrestabile crescita che porta ad un’espansione anche a sud con la creazione di un nuovo polo produttivo per il mercato dei prodotti cartacei usa e getta: tale nuovo polo produttivo sarà costituito da Astorre Mayer come azienda a se’ stante, con la denominazione di Cartiera di Cairate – VI.MA. Non è oggetto di questa scheda ma ce ne occuperemo in futuro.

Si arriva agli inizi degli anni ’60 ad avere una produzione di 80.000 tonnellate di carta annue e 2.500 dipendenti.

Negli anni ’70 un mercato sempre più competitivo e la scarsità di materia prima portano a un lento declino della fabbrica, sino alla chiusura definitiva nel 1977.

Attualmente l’area è proprietà della società Prealpi Servizi che ha iniziato dal 2010 bonifiche e demolizioni degli edifici più ammalorati.

Funzione degli edifici della cartiera

Legenda
1. Saccheria e magazzini (1930)
2. Falegnameria e laboratorio fisico (1930)
3. Macchina continua (1936)
4. Officina meccanica ed elettrica (1936)
5. Deposito cellulosa (1937)
6. Locale trance vecchie (1938)
7. Caustificazione e vecchie caldaie (1938)
8. Magazzini e autorimesse (1938)
9. Locale molazze e controllo (1940)
10. Decantazione e chiarificazione acqua (1947)
11. Cottura continua e discontinua (1950)
12. Macchina continua (1950)
13. Deposito solfato (1955)
14. Portineria e pesa (1958)
15. Impianto biossido di cloro (1960)
16. Imbianchimento (1960)
17. Caldaia Tomlinson con ciminiera (1961)
18. Silos minuzzoli (1961)
19. Cottura continua (1963)
20. Lavaggio cellulosa (1963)
21. Scortecciamento e sminuzzamento legno (?)


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Officine Romanazzi

Nel 1907 Stefano Romanazzi apre a Putignano, in provincia di Bari, una piccola officina per la costruzione di carrozze. Nel 1912, dopo la morte di Stefano, l’attività, che nel frattempo sta avendo grande successo, viene spostata dal figlio Nicola dalla piccola officina a una sede più grande nel capoluogo, Bari.

La produzione si orienta sulla costruzione delle carrozze per tramvai a cavallo, andando incontro alla forte domanda del periodo. La Romanazzi riesce a superare con forza la crisi della fine del primo ventennio del secolo scorso, arrivando a spostarsi in una sede ancora più grande, sempre a Bari, con ben settanta dipendenti.

Da quel momento, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, la produzione si concentra nel settore degli autoveicoli industriali destinati ai nuovi centri di espansione italiana all’estero.

Alla fine del conflitto, viene ricostruito l’impianto di Bari e una nuova sede viene aperta a Roma. Qui sarà portata la produzione e la direzione con gli uffici ed è l’oggetto delle nostre fotografie in questa scheda.

Una bizzarra vetturetta (l’unica mai creata dalla Romanazzi) costruita carrozzando un telaio e motore di un’Ape Piaggio (1953) – Fonte allcarindex.com

Con le officine di Roma la Romanazzi si colloca in breve tempo tra le prime aziende del proprio settore. La sede romana sorge in quella che, all’epoca, era piena campagna, all’angolo tra via Tiburtina e via di Tor Cervara, a pochi metri di distanza dalla fabbrica della penicillina Leo.

Operai delle Officine Romanazzi, davanti allo stabilimento di Roma, in una foto d’epoca dell’archivio de l’Unità

Nel 1950, dopo la morte di Nicola, i quattro figli si occupano assieme dell’azienda: Stefano ed Aurelio, a Bari e Paolo con Benedetto a Roma.

Il boom economico vede la Romanazzi protagonista delle nuove necessità di trasporto e l’azienda apre nuove sedi in Italia: Cagliari (1958), Napoli (1962), Palermo (1963), Brescia (1964) e Torino (1967).

Agli inizi degli anni ’70 inizia quella che sarà una lunga e proficua collaborazione con il gruppo FIAT (successivamente IVECO) che porterà la Romanazzi ad aprire sedi anche all’estero, nei paesi in cui l’export della casa torinese è più forte (principalmente Francia e Germania).

La produzione principale riguarda semi/rimorchi, ribaltabili, cassoni in lega, assi aggiunti che vengono distribuiti, oltre che sul territorio nazionale, anche in Europa, nei paesi del Nord Africa, Medio ed Estremo Oriente. L’innovazione tecnologica consente lo sviluppo di una nuova linea di produzione per i cassoni fissi, interamente realizzati in acciaio inox con sponde in lega.

Personaggio di spicco nella storia dell’azienda nei suoi anni di maggior splendore è stato Paolo Romanazzi. Imprenditore “all’antica”, vuole la leggenda fosse uno dei primi a entrare la mattina negli stabilimenti di via Tiburtina 1072, controllando sempre tutto di persona.

Paolo Romanazzi

Grande frequentatore dei salotti buoni e della dolce vita romana degli anni ruggenti, era amico personale del Senatore Giovanni Agnelli, oltre che suo partner industriale. Sfuggì a un tentativo di sequestro sul grande raccordo anulare di Roma: erano gli anni ’70 quando quasi tutti i grandi industriali, per timore di simili episodi, mandavano i propri figli a vivere e a studiare in Svizzera. Paolo Romanazzi muore nel 2017 a 83 anni dopo aver assistito al fallimento della propria azienda.

L’area delle officine a Roma è stata in parte riutilizzata con la costruzione di un edificio adibito a uffici, nella parte prospicente la via Tiburtina, mentre alle sue spalle sopravvivono le rovine dei capannoni industriali. Il tentativo di recupero dell’area, in cui si era ipotizzato di costruire la nuova sede di Poste Italiane, non andò a buon fine, sfociando in un lunghissimo contenzioso giudiziario tra la famiglia Romanazzi e le autorità italiane, arrivato sino al giudizio avverso ai Romanazzi, della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.  L’impegno economico per questa riconversione poi sfumata, portò alla bancarotta dell’azienda.


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Zuccherificio Eridania di Codigoro

A Genova, nel 1899, viene costituita la “Società Anonima Eridania, fabbrica di zucchero” con lo scopo di produrre e commercializzare zucchero e prodotti affini.

Nello stesso anno a Codigoro, un piccolo comune della provincia di Ferrara, nasce il primo zuccherificio Eridania Zuccherifici Nazionali, denominazione che assumerà la più grande società saccarifera italiana. Al fine di ottenere un prodotto di qualità, Eridania investe non solo nella produzione industriale ma anche nella coltivazione della barbabietola da zucchero, soluzione che si rivela vincente consentendo dopo solo un anno la realizzazione di un secondo complesso industriale a Forlì.

Nel 1906 la giovane realtà imprenditoriale assume il nome di “Eridania Società Industriale“, evidenziando la sua vocazione commerciale, che si esprime anche con la costituzione di altri stabilimenti, tra cui la “Distilleria Padana” a Ferrara. L’ascesa viene frenata dagli anni della Grande Guerra e l’azienda si ristabilisce solo a partire dagli anni Venti, con la nascita di venti nuovi stabilimenti e la costituzione di ben quattordici nuove società saccarifere.

Nel 1930 la società si fonde con un altro grande produttore del settore, gli “Zuccherifici Nazionali”, dando vita alla “Eridania Zuccherifici Nazionali”. La fusione consente all’Eridania di controllare ventotto stabilimenti che producono il 60% del fabbisogno nazionale di zucchero. In quegli anni il presidente è Serafino Cevasco, entrato come semplice funzionario e poi divenuto presidente.

In questo video, presente sul canale ufficiale YouTube della Società Eridania, sono visibili splendide immagini storiche dello zuccherificio di Codigoro.

Nel 1966 la società Eridania viene acquistata dal petroliere Attilio Monti che la fonde con ben quattro altre società: “Saccarifera Lombarda”, “Emiliana Zuccheri”, “Saccarifera Sarda” e “Distillerie Italiane”. Durante la gestione del gruppo Monti si registra un importante incremento produttivo, dovuto principalmente ad un intervento di ammodernamento degli impianti.

Alla fine degli anni settanta la società viene completamente ceduta al “gruppo Ferruzzi” di Serafino Ferruzzi. Alla sua morte, nel 1979, il Gruppo Ferruzzi viene guidato dal genero Raul Gardini, che procede nella stessa politica di modernizzazione degli impianti e di chiusura degli stabilimenti obsoleti. La morte per suicidio di Raul Gardini, a seguito dell’inchiesta giudiziaria nota come “tangentopoli”, getta l’Eridania in una situazione di profonda precarietà.

Nel 2003 (fonte Wikipedia), dopo la scissione tra i nuovi soci delle attività industriali (5 stabilimenti a Coprob/Finbieticola e 2 stabilimenti al Gruppo Maccaferri), vengono costituite:

  • Italia Zuccheri S.p.A. (50% Coprob e 50% Finbieticola, ora 100% Coprob)
  • Eridania Sadam S.p.A. (Seci, Gruppo Maccaferri) a cui va il marchio Eridania detenuto tuttora insieme agli altri marchi commerciali dei prodotti.

Dopo una serie di cessioni e acquisizioni da parte di diverse società (consultare la pagina Wikipedia riportata in calce per ulteriori dettagli), arriviamo nel 2005 quando l’Unione Europea decide una drastica revisione della regolamentazione delle quote di produzione di zucchero. In base a queste nuove regole le società produttrici sono fortemente incentivate a restituire le quote contro una forte compensazione economica e quindi, di fatto, alla chiusura degli impianti produttivi.

Nel luglio 2016 il Gruppo Maccaferri cede il controllo della società Eridania Italia SPA, che detiene il marchio Eridania, al Gruppo Cooperativo francese Cristal Union tramite la società commerciale Cristal CO.


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Aeronautica Caproni di Predappio

La Caproni fu un’industria aeronautica italiana fondata nel 1910 da Giovanni Battista Caproni. La fabbrica di Predappio fu costruita dove c’era un opificio realizzato dalla ditta Zolfi di Milano per la lavorazione dello zolfo estratto in loco.

L’attività estrattiva era poco concorrenziale e quindi la fabbrica divenne prima un laboratorio di ebanisteria (Ebanisteria Castelli) e successivamente, anche sfruttando l’esperienza della mano d’opera esistente (molte parti degli aerei erano in legno, all’epoca), divenne stabilimento dell’Aeronautica Caproni. I lavori per la realizzazione della fabbrica iniziarono nel 1933 e finirono nel 1941.

Nella fabbrica venivano costruite le parti in legno e metallo delle fusoliere e delle ali, poi trasportate all’aeroporto Ridolfi di Forlì dove avveniva l’assemblaggio finale degli aerei e il loro collaudo.

I principali aerei prodotti nello stabilimento di Predappio furono

Nel momento di maggior espansione la Caproni arrivò ad impiegare 1400 operai.

La fabbrica di Predappio realizzava anche componenti destinati ad altri produttori dello stesso gruppo industriale come le Officine Meccaniche Reggiane di Reggio Emilia (vedi scheda). La Caproni acquistò in seguito anche l’Isotta-Fraschini.

La fabbrica insiste sul costone di un canalone attraversato dalla strada: durante la guerra, dall’altra parte della strada, vennero scavate due grandi gallerie per mettere al riparo i materiali da eventuali bombardamenti. Tali gallerie ad oggi sono utilizzate per il progetto CICLoPE dell’Università di Bologna .

Il fatto che la fabbrica si trovi sul fianco di una collina ha fatto sì che i vari ambienti di produzione fossero realizzati su piani altimetrici differenti.

Le attività produttive erano così distribuite:

  • Piano terra: meccanica, collaudo materiali, controllo, forgie, torneria
  • Primo piano: saldatura elettrica, lattonieri, sabbiatura
  • Secondo piano: segheria, verniciatura
  • Terzo piano: intelaiaggio, falegnameria

 


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Zuccherificio di Granaiolo

Questo zuccherificio si trova nel comune di Castelfiorentino; inizia la sua attività nel 1899 e chiude con la sua ultima campagna nel 1971. La società che lo gestiva era la Società Italiana Industria Zuccheri con sede a Genova. Gran parte delle campagne circostanti erano coltivate a barbabietola, ed erano irrigate utilizzando l’acqua del fiume Elsa. Sembra che grazie alla bontà di queste acque lo zucchero di Granaiolo fosse particolarmente apprezzato, tanto da essere preferito anche dallo Stato Vaticano. La stessa acqua del fiume, tramite grosse pompe, veniva utilizzata come mezzo di trasporto per il passaggio dei vegetali dai bacini all’interno dello zuccherificio.

Nei primi anni di produzione, il trasporto della barbabietola avveniva unicamente su carri trainati da buoi; solo successivamente, verranno utilizzati camion o vagoni ferroviari attraverso la vicina linea ferroviaria.

La campagna di lavorazione durava dai tre a quattro mesi. In questo periodo gli operai lavoravano a ciclo continuo su tre turni; questo per garantire che il lavorato non si solidificasse andando a danneggiare irremediabilmente i macchinari. Vi lavoravano numerose persone appartenenti ai paesi limitrofi del territorio e spesso anche gli stessi coltivatori di barbabietola. Durante il resto dell’anno, circa settanta persone lavoravano come manutentori degli impianti.

In questo stabilimento si otteneva zucchero in cristalli o in zollette. La melassa, sottoprodotto della lavorazione era destinata all’industria dolciaria. Le fettucce, scarto della lavorazione, erano adibite a mangime per animali.

Nel comprensorio dello stabilimento, esisteva un attrezzato laboratorio chimico, la palazzina del direttore e alcune abitazioni per i dipendenti. Esisteva anche un magazzino di stoccaggio di cui oggi rimane solo lo scheletro in ferro.

Dopo quasi un secolo durante il quale a generato ricchezza per l’area di Granaiolo e dintorni, lo zuccherificio è stato costretto a chiudere a causa dei metodi di lavorazione non più aggiornati e concorrenziali.


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Società Aeronautica Italiana

Lo stabilimento, caratterizzato da capannoni di diverse epoche, si trova a Passignano, stretto tra la ferrovia e la riva del lago Trasimeno. La sua storia ha origini lontane, precisamente nel 1916, quando a Passignano fu istituita la prima scuola italiana per piloti di idrovolanti. La grande guerra aveva cambiato il modo di combattere, adesso lo si faceva anche dal cielo.

Dalla scuola di Passignano sul Trasimeno uscirono piloti del calibro di Raoul Lampugnani, che comandò durante il conflitto numerose squadriglie aeree sul fronte isontino, prestando servizio anche nella 6a Squadriglia Neuport agli ordini di Francesco Baracca, e Anselmo Cesaroni, ideatore dell’aeroporto di Castiglione del Lago, dove venne realizzato un idroscalo di maggiori dimensioni per sopperire alla carenza di spazi di Passignano.

Lo sviluppo tecnologico lo si ebbe dal 1922, quando l’Ingegner Ambrosini creò la SAI (Società Aeronautica Italiana). Enorme successo riscosse a cavallo tra gli anni venti e trenta, con l’avvento delle grandi imprese di Italo Balbo. Grazie a lui la capacità dei piloti e dei velivoli italiani divenne famosa in tutto il mondo. Ricordiamo le crociere aviatorie del Mediterraneo Occidentale (1928) e del Mediterraneo Orientale (1929). Quelle transatlantiche Italia-Brasile (dicembre 1930-gennaio 1931) e alla volta di Chicago e New York (luglio-agosto 1933).

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Ambrosini mise in produzione velivoli diventati famosi come il SAI 107, un caccia monoposto, il  SAI 207 e il SAI 403 Dardo.

Vista la sua vicinanza con la ferrovia, la S.A.I divenne durante la seconda guerra mondiale oggetto di bombardamenti. Nel 1944, subì notevoli danni alla struttura, proprio a causa di un bombardamento, oltre alla morte di 40 persone. Di conseguenza lo stabilimento venne smantellato poichè soltanto il 15% dei macchinari risultava ancora utilizzabile, ed i rimborsi di guerra ricevuti con ritardo nel 1966 non furono sufficienti a risanare il disastroso bilancio. 

Nel dopoguerra fu realizzata la serie degli aerei sportivi Grifo e Rondone e, per l’Aeronautica Militare, la serie di velivoli per addestramento caccia Ambrosini Super 7. L’azienda si distinse anche nella realizzazione di alianti tra i quali il modello Canguro che, pilotato dall’Ing. Ferrari, stabilì a Roma il primato di altezza raggiungendo la quota di 8200 metri. Nel corso della sua vita, l’azienda produsse apparecchiature di puntamento, sistemi radar e divenne leader nella lavorazione dell’alluminio. In anni più recenti, su richiesta dell’AMI, la SAI Ambrosini si dedicò anche ad un velivolo RPV (remote piloted vehicle) nonché ad un mini RPV, anticipando di molto tempo gli UAV oggi ampiamente impiegati in complesse missioni militari e non.

Il know-how acquisito fu poi impiegato per nuovi sofisticati progetti anche a carattere non aeronautico e dall’esperienza legata alla costruzione degli idrovolanti nacque la vocazione per le costruzioni navali. Sempre in questo campo, la SAI ha partecipato alla realizzazione di Azzurra, il dodici metri della prima sfida italiana alla Coppa America, del Moro di Venezia, nella versione in lega leggera, di Yena, per anni in vetta alle classifiche della classe IOR e che superò indenne la tempesta del Fastnet del 1979, di Longobarda, primo scafo in fibra di carbonio, di Emeroud di G. Frers. A Passignano fu realizzato il Silveray, un off shore dalle prestazioni esaltanti che rappresentava il miglior concentrato di esperienza aeronautica nella lavorazione delle leghe speciali.

Specializzata in scafi metallici con caratteristiche avanzate, la divisione navale ha prodotto secondo rigidi standard militari imbarcazioni per missioni di diversa natura. La SAI  intraprese anche il settore aerospaziale: fu costruttrice del primo aereo supersonico e del primo aereo guidato a distanza.

La targa commemorativa che ancora oggi è al cancello di entrata dello stabilimentio

Prima di cessare la sua attività, l’azienda attraversò un lungo periodo di crisi che la costrinse ad attuare una differenziazione industriale per quanto riguardava le produzioni: vennero fabbricati attrezzi agricoli, fisarmoniche, telai per motociclette e altri oggetti frutto della lavorazione della lega leggera. Nel 2003 è stato creato dall’azienda Tecnologie d’Avanguardia un marchio di orologi di precisione che ha utilizzato il marchio Sai Ambrosini e le tecnologie da esso sviluppate. Ultimamente, le palazzine uffici, sono state sede di un centro anziani e di altri scopi sociali; anche questa attività è stata abbandonata, per la presenza di materiale pericoloso all’interno dei capannoni.

La situazione odierna vede lo scheletro di molti capannoni più moderni ai quali sono stati tolti i tetti in eternit, le strutture più vecchie sono crollate sotto il peso del tempo e tutto quello che è rimasto è fortemente vandalizzato. Il triste epilogo di una storia gloriosa.

Da segnalare il libro “Aeronautica sul Trasimeno” di Claudio Bellaveglia. In questo testo, si parla di Passignano e del suo rapporto con la Sai, la sua storia e i vari tentativi di riqualifica. Queste le parole dell’autore durante la presentazione del libro: “Ho deciso di scrivere questo libro, per evitare che cada in oblio la parte più importante della storia recente di Passignano: quella che ha incrociato la fase iniziale dell’aviazione italiana, attraverso la scuola Allievi piloti di Idrovolanti dell’esercito e attraverso la produzione aeronautica della Sai”. 


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Bibliografia

  • Aeronautica sul Trasimeno. Storia della “SAI Ambrosini” di Passignano di Claudio Bellaveglia (ISBN 9788886200295)

Le Cartiere di Amalfi

La produzione di carta ad Amalfi ebbe inizio tra il 1110 e il 1200. La tecnica della produzione, che si basava sulla macerazione degli stracci tramite magli chiodati mossi da mulini e successivamente lavorata tramite telai, fu probabilmente importata dagli arabi che a loro volta la copiarono dai cinesi. Quella prodotta ad Amalfi fu chiamata Charta Bambagina e fu utilizzata anche dalle corti degli Angioini e degli Aragonesi, ma nel 1220 Federico II ne proibì l’uso per i documenti ufficiali ritenendo che la pergamena fosse più adatta e duratura.
Nonostante ciò la produzione della carta continuò ad essere un’industria importante per la città.
Alla fine del 1700 nella “Valle dei Mulini” erano attive dalle 13 alle 16 cartiere, che sfruttavano la corrente del torrente Canneto per attivare, tramite le ruote dei mulini, i macchinari necessari alla produzione.
Con l’avvento dell’industrializzazione e di nuovi metodi per la realizzazione della carta, in aggiunta alle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e di trasporto del prodotto, iniziò una crisi irrefrenabile.
La politica protezionistica borbonica provò a rallentare il declino, portando a 38 le cartiere presenti in Amalfi e nelle zone limitrofe, ma il tracollo, complice una disastrosa alluvione nel 1954 che distrusse quasi tutte le cartiere lasciandone in piedi soltanto 3, fu inevitabile.
Attualmente in Amalfi sono presenti ed attive ancora due cartiere che realizzano prodotti di alta qualità usate dallo stato del Vaticano o per la pubblicazione di eleganti opere editoriali.

Ad Amalfi è presente dal 1969 Il Museo della carta realizzato in un ex-cartiera.

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Videocolor

La Videocolor di Anagni (FR) è stata la più grande fabbrica italiana di cinescopi (tubi catodici). Lo stabilimento venne aperto nel 1968 ad opera di Arnaldo Piccinini, già patron e fondatore della Voxson.

L’azienda nasce come Ergon S.p.A. ed è il più grande stabilimento industriale della provincia di Frosinone sino a quando la FIAT non apre la fabbrica di Piedimonte San Germano. All’interno dei 70.000 metri quadrati dell’impianto c’è, oltre alla linea di produzione, anche una centrale di co-generazione elettrica e un depuratore delle acque.

Il nome Videocolor viene adottato nel 1971 quando subentra nella proprietà la francese Thompson. Nel 1987 il fatturato arriva a superare i 400 miliardi di lire.

Lo stabilimento in una piantina presente nell’impianto

Negli anni ’90 l’azienda raggiunge il massimo sviluppo arrivando ad impiegare 2500 operai e producendo quattro milioni di cinescopi l’anno, anche per i marchi Saba e Telefunken.

Nel 2005 la Thompson cede la proprietà alla Videocon della famiglia indiana Dhoot e la società cambia nuovamente nome, diventando VDC Technologies S.p.A. In questa cessione la Thompson lascia in dote agli acquirenti un tersoretto di 180 milioni cui si aggiungono fondi stanziati da Stato e Regione per il rilancio del sito industriale e la riconversione per la produzione di schermi al plasma e condizionatori. Sono almeno 36 i milioni stanziati dallo Stato e 11 dalla Regione.

I nuovi proprietari fanno arrivare da Taiwan un’intera linea di produzione per schermi al plasma, che all’epoca sembravano il futuro e che sarebbero divenuti presto, invece, obsoleti in favore degli LCD. Tale linea non sarà mai montata e rimarrà abbandonata in una serie di containers all’interno dello stabilimento. Da notizie di stampa e da un’interpellanza di Antonio Di Pietro del 2008 si apprende che la famiglia Dhoot avesse già in passato adottato lo stesso schema in occasione dell’acquisto della Necchi di Pavia: acquisto dell’azienda in crisi, promessa di rilancio con grandi investimenti, ricezione di aiuti economici pubblici, fallimento e chiusura del sito produttivo.

Nel 2009 la produzione cessa definitivamente e i dipendenti sono messi in cassa integrazione.

Nel 2012 l’azienda viene dichiarata ufficialmente fallita.


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Bibliografia

  • Cattive acque: storie dalla Valle del Sacco di Carlo Ruggiero (ISBN 9788898715039)
  • Mani bucate di Marco Cobianchi (ISBN 9788861902022)

Officine Meccaniche Reggiane

Officine Meccaniche Reggiane

Fondate nel 1901 a Reggio Emilia dall’Ing. Romano Righi, le Officine Meccaniche Reggiane, la cui prima denominazione fu Officine Meccaniche Italiane (OMI), furono una delle più importanti realtà industriali italiane, operante nel settore della produzione ferroviaria, di artiglieria e di aerei da combattimento.

Le prime importanti commesse arrivarono, a partire dal 1904, dal settore ferroviario. L’allora azionista di maggioranza e presidente Giuseppe Menada garantì all’azienda un ordine di venti di carrozze chiuse e sette aperte,  in virtù del fatto che lo stesso Menada fu dapprima direttore e poi presidente della SAFRE (Società Anonima delle Ferrovie di Reggio Emilia). Lo sviluppo del settore ferroviario continuò fino al 1912, quando venne acquisita la Società Officine Ferroviarie Italiane Anonima. Sempre nel 1912 la ditta cambierà denominazione diventando Reggiane Officine Meccaniche Italiane Spa.

Produzione vagoni ferroviari

Produzione vagoni ferroviari – fonte reggionelweb.it

Lo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, significò per l’azienda un incremento della produzione a fini bellici: nel 1918 venne assorbito il Proiettilificio di Modena e, nello stesso anno, iniziò la costruzione di parti meccaniche per i famosi biplani trimotori da bombardamento denominati Ca.44, Ca.45 e Ca.46, dove Ca sta per “Caproni“, industria aeronautica dell’epoca cui furono commissionati 300 bombardieri.

La crisi italiana del 1920, poi divenuta mondiale con il crollo di Wall Street del 1929, non risparmiò nemmeno le Reggiane: tra acquisizioni societarie con l’intento di diversificare la produzione e chiusura di alcuni stabilimenti (Monza, Modena) finalmente nel 1933 l’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) divenne azionista di maggioranza salvando dalla cessione gli stabilimenti di Reggio Emilia. La parziale rinascita avvenne nel 1935 quando il conte Giovanni Caproni, prevedendo il prossimo riarmo del partito fascista, acquistò dall’I.R.I. la maggioranza delle azioni, fondando a Reggio Emilia la “Società Studi e Brevetti Gruppo Caproni”, mettendovi alla guida l’ing. Giovanni Pegna che già aveva dato prova di capacità tecnica e progettuale per la Piaggio. Il primo velivolo prodotto dal nuovo settore avio delle Reggiane fu il P.32bis, la cui foto è riportata di seguito.

Piaggio P.32bis

Piaggio P.32bis – fonte wikipedia

Lo sviluppo del settore avio è inarrestabile dal 1936 al 1943, anni nei quali molti modelli vennero progettati e costruiti negli stabilimenti di Reggio Emilia: trimotore da bombardamento S.M.79, Caproni Ca.405, RE 2000 (MM 408), RE 2001 (MM 409) e del RE 2002 (MM 454), RE 2003. Il regime fascista al potere, proprio per l’importanza strategica che l’azienda aveva in campo bellico, controllava completamente la produzione e il personale impiegato. Tuttavia, benché vigesse un rigido controllo, all’interno delle Reggiane erano presenti alcuni elementi antifascisti, come dimostravano – stando alle cronache dell’epoca – alcuni volantini e il disegno di falce e martello sui macchinari.

Alla storia delle Officine Meccaniche Reggiane è legato anche un triste avvenimento avvenuto il 28 luglio del 1943, noto alle cronache come “eccidio delle Reggiane“. Il regime fascista ormai decaduto lasciò il posto al governo “Badoglio” il quale, per evitare problemi di ordine pubblico, emanò norme molto restrittive che consentivano all’esercito di aprire il fuoco contro assembramenti di persone che superavano le tre unità. Quel triste 28 luglio un corteo di persone sfilò per le vie della città per chiedere la fine della guerra e, giunto ai cancelli delle officine, venne raggiunto dai colpi d’arma da fuoco dell’esercito che aveva l’ordine di fermare la manifestazione: rimasero ferite 50 persone e 9 operai dell’azienda rimasero uccisi, tra cui una donna incinta. Affinché ne rimanga memoria, il 28 luglio di ogni anno si celebra l’anniversario di quel tragico evento.

Subito dopo la guerra le Officine Reggiane, guidate al tempo dall’ing. Antonio Alessio, provarono a diversificare ulteriormente la produzione tentando la carta delle automobili: tuttavia la costruzione di autovetture “made in Reggio Emilia” non vide mai la luce.

Nel gennaio del 1944 i bombardamenti alleati rasero al suolo gli stabilimenti di Reggio Emilia: la produzione venne decentrata, utilizzando i macchinari che si salvarono dalla distruzione, in altri stabilimenti di Reggio Emilia e in altre città del Nord Italia. Successivamente, nel 1945, a seguito anche delle condizioni imposte dagli alleati, la divisione avio delle Reggiane cessò di esistere.

Nel 1950, l’azienda tentò nuovamente di riconvertire la produzione, passando ai macchinari da agricoltura. Il trattore R-60, di cui è visibile una foto più avanti, fu progettato e costruito durante l’occupazione dell’azienda (da ottobre del ’50 ad ottobre del ’51), a seguito di un pesante piano di licenziamento di più di 2000 persone.

Trattore R-60

Trattore R-60 – fonte www.officinemeccanichereggiane.it

Da ricordare che durante l’occupazione della fabbrica, durata un anno, gli operai non percepivano stipendio. Purtroppo, degli oltre 2000 operai licenziati, solo 700 vennero riassunti.

Dal 1970 ai giorni nostri la produzione delle Reggiane è incentrata su grandi impianti e gru:

1970: impianto per lo zuccherificio di Haiti, ancora oggi funzionante.

1980: produzione grandi impianti di dissalazione, tra cui quello di Misurata, Libia.

1987: progettazione e costruzione della nave-gru MICOPERI, utilizzata per l’installazione di piattaforme petrolifere.

1992: il gruppo Fantuzzi rileva l’azienda.

2008: TEREX, azienda americana, acquista il gruppo Fantuzzi. Nello stesso anno, il Comune di Reggio Emilia inizia un progetto, in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia, di recupero dell’area acquistando il padiglione 19, denominandolo Tecnopolo, con l’obiettivo di costruire una realtà destinata all’innovazione tecnologica.

Attualmente la sede storica delle Officine Meccaniche Reggiane, attiva dal 1904 al 2008, giace in stato di abbandono.

Nel video seguente viene ripercorsa la storia di questa importante industria:


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Stabilimento Innocenti di Lambrate

La Innocenti è stata una delle più note case automobilistiche italiane, fondata a Milano nel 1933 dall’imprenditore toscano Ferdinando Innocenti, già noto per aver inventato i famosi tubi da impalcature, utilizzati ancora oggi. Le attività di produzione erano concentrate principalmente nello stabilimento di Lambrate (Milano), ma esistevano filiali in altre parti del mondo, come in Sud America (joint venture con la Siderurgica del Orinoco, S.A.).

In questo video dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa, viene raccontata la storia dell’industria nelle sue varie linee di produzione: meccanica (presse e sistemi di produzione), motociclistica (Lambretta, Lambro, Lui, etc.) ed automobilistica (A40, Mini, etc.).

Tra i prodotti di maggior successo della Innocenti c’è sicuramente la Lambretta, prodotta a Lambrate dal 1947 al 1972, subito dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale lo stabilimento venne bombardato e completamente distrutto. Il nome dello scooter deriva dal fiume Lambro, che scorre nella zona in cui sorgevano gli stabilimenti.

Innocenti Lambretta (fonte Wikipedia)

Stabilimento produzione Lambretta (fonte Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La produzione di automobili della Innocenti, iniziata nel 1960, non raggiungerà mai il successo ottenuto con gli scooter; tra i modelli maggiormente conosciuti ricordiamo:

  • A40, edizione italiana della Austin A40
  • Mini Minor, prodotta su licenza della British Motor Corporation
  • Innocenti Mille, derivata dalla Fiat Uno (prodotta all’estero)
  • Chrysler TC, sviluppara dalla Maserati per Chrysler
  • Innoenti Nuova Mini (Mini Bertone)

Innocenti Mini Minor (fonte omniauto.it)

Poco dopo l’inizio della produzione di automobili, nel 1966, muore il fondatore Ferdinando e l’azienda passa nelle mani del figlio Luigi, che all’inizio degli anni settanta separa le tre linee di produzione vendendo la meccanica all’IRI, formando la INNSE (Innocenti Sant’Eustacchio S.p.A.).

Sempre all’inizio degli anni settanta il settore automobili della Innocenti viene rilevato completamente dal gruppo inglese British Leyland, facendo nascere il nuovo marchio Leyland Innocenti con il quale vengono commercializzati in Europa i veicoli del gruppo inglese.

Innocenti Turbo De Tomaso (fonte ilsole24ore.com)

Nel 1976, a seguito di una grave crisi, la Leyland decide di dismettere gli stabilimenti Innocenti di Lambrate che, a seguito di trattative sindacali e di Governo, viene rilevata dal gruppo De Tomaso fondato dal pilota e imprenditore Alejandro De Tomaso: fino alla fine degli anni ottanta verranno prodotti nuovi modelli della Mini, compresa la famosa Turbo De Tomaso, con motore sovralimentato.

 

Nel 1990, a seguito delle perdite del gruppo Maserati (di cui De Tomaso è detentore di maggioranza dal 1975), le quote di Innocenti e poi di Maserati vengono passate a FIAT, che diviene di li a poco proprietaria di entrambi i marchi.

Lo stabilimento Innocenti di Lambrate venne chiuso definitivamente nel 1993, con l’uscita di scena della Mini Bertone.

Dal 1993 al 1997 il gruppo Innocenti rimane attivo solo ed esclusivamente per la commercializzazione di alcuni modelli FIAT – Piaggio, tra cui ricordiamo la Innocenti Mille ed Elba e il Piaggio Porter.

La produzione termina nel 1997 ed il marchio, non più utilizzato, diventa di proprietà del Gruppo FCA.

Una piccola curiosità: la Innocenti Nuova Mini (Mini Bertone) compare in diverse produzioni cinematografiche dal 1975 al 1980. Tra le più note, quella di Amici Miei del 1975 dove la macchina di Giorgio Perozzi (Philippe Noiret) è proprio una Innocenti 500L.

Innocenti 500L di Giorgio Perozzi in Amici Miei (1975)

Ad oggi, gli stabilimenti Innocenti di Lambrate sono stati in gran parte abbattuti: sopravvivono la palazzina uffici della Innocenti Commerciale di via Pitteri (residenza per anziani) e la palazzina uffici ex Centro Studi di Via Rubattino (magazzino). Rimane in piedi anche il cosiddetto “Palazzo di Cristallo”, che ospitava la produzione (immagine di testa della scheda).


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Montecatini di Marina di Montemarciano

La Montecatini di Marina di Montemarciano è stata un’azienda che produceva fertilizzanti chimici (perfosfato).

Organizzazione dell’impianto

A) Reparto acido solforico
B) Magazzino fosforiti
C) Reparto impasto
D) Magazzino concimi
E) Reparto complessi
F) Uffici, spogliatoi, officine e locali di servizio

Processo produttivo

Negli edifici A, veniva prodotto l’acido solforico tramite cottura della pirite in forni (la pirite arrivava dalle miniere della Toscana).
Nell’edificio B erano immagazzinati i fosforiti (arrivavano via nave dal nord Africa ad Ancona e poi portati su rotaia allo stabilimento).
Nell’edificio C avveniva la reazione chimica tra fosforiti e acido solforico.
In D ed E veniva immagazzinato il perfosfato puro e addizionato.

In questo vecchio filmato della Montecatini viene descritto il processo di produzione del perfosfato e si vede anche l’impianto di Marina di Montemarciano (Archivio Nazionale Cinema d’Impresa)

Storia dello stabilimento

1906: viene fondata la “Società marchigiana di concimi e prodotti chimici” e apre a Porto Recanati il primo stabilimento per la produzione di perfosfato.

1911: la “Società marchigiana di concimi e prodotti chimici” viene assorbita dalla “Società Colla e Concimi”. Questa è, molto probabilmente, la stessa società che aveva costruito uno stabilimento a Roma e di cui avevamo precedentemente parlato a proposito della Mira Lanza (qui l’articolo). 

1919: la “Società colla e concimi” apre lo stabilimento di Marina di Montemarciano per la produzione di perfosfato utilizzando la pirite come materia prima.

1929: lo stabilimento viene assorbito dalla Montecatini.

1944: durante il secondo conflitto mondiale, a causa dell’impossibilità di rifornirsi di materie prime (in particolare dei fosforiti che arrivavano da Algeria, Tunisia e Marocco), si ferma la produzione e lo stabilimento viene usato come deposito materiali dalle truppe alleate.

1950: avviene un ampliamento degli impianti produttivi e incremento produzione concimi complessi (con addizione di azoto, fosforo e potassio)

1975: lo stabilimento diventa di proprietà della S.I.R. (Società Interconsorziale Romagnola).

1985: lo stabilimento passa alla Fertilgest.

1988: lo stabilimento passa in mano alla Enimont di Raul Gardini.

1990: il collasso dell’Enimont e la fine dell’impegno nel settore chimico portano alla chiusura dello stabilimento.

Da molti anni lo stabilimento è in stato di abbandono e dal 2004 è sottoposto a vincolo di tutela architettonica. Ciò rende piuttosto complicata la bonifica dell’area (principalmente inquinata dalle ceneri di pirite) e il suo recupero, nonstante sia in fase di approvazione un progetto che vedrebbe nascere una serie di strutture ricettive e commerciali.


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Riferimenti in rete

 

Società per Azioni Fratelli Del Magro

I resti della fabbrica Del Magro sorgono appena fuori dall’abitato storico di Pescia nella via Mammianese. La sua struttura ha subito modifiche e ampliamenti negli anni, partendo da un edificio centrale con una lunga storia alle spalle. Le prime notizie del manufatto risalgono addirittura al 1561: si trattava di un edificio di modeste dimensioni, separato in due parti da una via principale. Fu ampliato nel 1626 e una prima rappresentazione catastale si ha solo nel 1825.

La Caserma Borgognini: questa parte, sarà in seguito adibita a laboratori e uffici.

Qui troviamo il corpo principale della fabbrica che ospitava all’interno una parte della strada maestra rotabile per Pietrabuona. La sezione di fabbrica che si sviluppava parallelamente al fiume Pescia era divisa in due parti collegate tra loro: una su tre livelli e una su unico livello. A valle, troviamo due gore, una alimentava una filanda e una un frantoio.

Vista dall’alto nel periodo di produzione

Nel 1875 il manufatto subì ulteriore ampliamento; i lavori riguardarono il corpo principale che fu portato alla configurazione attuale. Queste modifiche interessarono anche la sede stradale che fu deviata a costeggiare la fabbrica. Tra il 1915 e il 1919 la Cassa di Risparmi di Pescia, che era proprietaria dell’immobile, lo concesse gratuitamente al Ministero della Guerra. Nacque la Caserma Borgognini.  Qui, vi svolse il servizio di leva il comico Totò.

Macchinari e operai all’opera

Nel 1921 l’immobile fu acquistato dalla famiglia Del Magro per impiantare una produzione di stoviglie in alluminio. Nel 1935 oltre ad altri ampliamenti, venne realizzata la portineria. Nel 1951 avvenne una variazione nell’intestazione societaria: “Società per Azioni Fratelli Del Magro” e si assistette ad un aumento della consistenza edilizia, che continuerà a crescere fino agli anni 60. Nel periodo più florido, la fabbrica impiegava 400 dipendenti. In quello stesso periodo la gamma produttiva venne ampliata, realizzando anche scaldabagni. I continui dissapori tra i fratelli Del Magro portarono alla chiusura dello stabilimento nel 1989, quando ormai il numero dei dipendenti era sceso a 25.

Una foto storica, nello sfondo, si intravede il corpo principale su più livelli dello stabilimento.

 

Il documento per il deposito del marchio, risalente al 1951

 


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Società Anonima Lanificio Calamai

Lanificio Calamai

La fabbrica si trova a Prato, nel quartiere di San Paolo, oggi immersa in altre realtà industriali ed edifici civili. Delle due ciminiere, rimane il mozzicone di una, l’altra è stata abbattuta.  Di seguito la storia della fabbrica e del suo fondatore.

Qui sotto il confronto tra la foto satellitare attuale e una veduta storica dello stabilimento. Si vedono i vari cambiamenti subiti, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, si nota, come sia stata inglobata nel tessuto urbano odierno.       

Brunetto Calamai, nato a Prato il 5 aprile del 1863 da Giosuè e da Luisa Bini, comincia a lavorare giovanissimo nell’industria laniera. Interrotti gli studi a tredici anni per motivi di salute, nel 1878, appena quindicenne, inizia l’attività industriale con la lavorazione della lana meccanica, introdotta nell’industria pratese fra il 1850-51, e divenuta in breve tempo una produzione caratteristica della zona. Questa prima fase dell’attività del Calamai si svolse in un piccolo stabilimento con appena dieci operai: “La Polveriera” di proprietà dei conti Bardi, in località San Quirico di Vernio.

Solo sei anni più tardi l’impresa subisce una prima trasformazione con il trasferimento della lavorazione a Prato, nel lanificio “Le Vedove”, dove viene installata una piccola filatura per la lana greggia che consente di realizzare l’intero ciclo produttivo. Negli anni immediatamente successivi all’introduzione della tariffa doganale del 1887 il Calamai compie un altro passo nell’ampliamento della sua impresa. Nel 1891, infatti, acquistato un vecchio mulino già adibito alla lavorazione della canapa – “Il Maceratorio”, con un impianto di circa 2.000 mq – lo trasforma in lanificio e ne amplia le strutture giungendo ad impiegare 150 operai.

Nello stesso anno importa ed installa nello stabilimento il selfacting, il primo filatoio interamente automatico impiegato dall’industria laniera di Prato. Il ciclo completo di lavorazione di tutti i tessuti, comprendente carbonisaggio e sfilacciatura, cardatura, filatura, tessitura, follatura, tintura e rifinizione, venne raggiunto fra il 1905 ed il 1922 con un costante ammodernamento degli impianti e delle strutture produttive ed il progressivo aumento di manodopera, che raggiunge le 500 unità.

Convinto che i particolari metodi di produzione dell’industria laniera di Prato debbano essere protetti con criteri e sistemi più diretti e specifici di quelli adottati dall’Associazione dell’Indutria laniera italiana, nel 1897 fonda insieme ad altri noti industriali del ramo, quali Raimondo Targetti ed Alceste Cangioli, l’Associazione dell’arte della lana di Prato, seguita a breve distanza di tempo dall’istituzione di una Scuola pratica di commercio. All’Associazione fu inoltre attribuito fin dalla fondazione il compito di dirimere le eventuali controversie sindacali; funzione che ebbe occasione di espletare per la prima volta nel 1900.

Le fasi della costruzione di alcuni capannoni

Il Calamai è tra i primi industriali di Prato a trattare con il mercato estero e il primo, nel 1902, ad occuparsi dei problemi connessi all’esportazione; problemi che ritiene possano essere opportunamente risolti con la costituzione di un sindacato per la vendita del prodotto locale. Il livello produttivo raggiunto gli vale riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale: nel 1911 riceve il Grand Prix all’Esposizione internazionale di Torino; nel 1918 la medaglia d’oro all’Esposizione dell’industria toscana tenuta a Firenze; nel 1925 la medaglia d’oro della città di Firenze e il Grand Prix del comitato all’Esposizione internazionale di Firenze.

Si interessa ai problemi sociali e dell’istruzione popolare, istituendo nel suo lanificio una scuola per l’istruzione elementare degli operai e dei loro figli. Sostiene la funzione primaria dell’istruzione tecnica – che ritiene fondamentale per una città a sviluppo prevalentemente industriale – occupandosi del locale istituto tecnico e dell’istituto commerciale Nicastro. Ricopre per circa quaranta anni la carica di consigliere dell’istituto industriale T. Buzzi. Nel 1907 si fa promotore di una società cooperativa per la costruzione di case per gli impiegati e gli operai del suo stabilimento (progetto che venne realizzato pienamente nel 1937), e fonda una società di mutuo soccorso e di assistenza civile per gli operai. Crea inoltre nella sua fabbrica il primo gruppo aziendale dopolavoristico pratese. Durante il conflitto 1915-1918 il lanificio viene mobilitato, e il Calamai fa parte del Comitato di mobilitazione industriale istituito nel capoluogo toscano. Cavaliere del lavoro fin dal 1910, nel 1923 possiede la tessera ad honorem del partito fascista. Ad essa seguì, nel 1935, la nomina a commendatore della Corona d’Italia. Fra le cariche ricoperte c’è quella di consigliere della Camera di commercio – che mantiene per circa trent’anni – e quella di rappresentante del Consiglio provinciale fascista dell’economia. Inoltre, fin dalla più giovane età, è consigliere ed assessore del comune di Prato, consigliere e quindi presidente della deputazione ospitaliera, consigliere della Cassa di Risparmio, del Monte di Pietà, della R. scuola Pacinotti di Pistoia. Muore a Prato l’11 febbraio 1936.

Nel 1922, infine, la ditta – che aveva fino ad allora portato il nome del suo fondatore – viene trasformata in “Società anonima Lanificio Calamai”, di cui il Calamai resta presidente fino alla morte. Nomina come amministratore suo figlio Corradino. Nel 1927 la fabbrica occupa 28.000 metri quadrati dei quali 22.500 coperti. Nel 1930 si rende necessario un nuovo ampliamento per realizzare una tintoria e un nuovo magazzino. L’intervento è progettato da Pier Luigi Nervi che realizza una copertura con capriate rialzate in cemento armato su pilastri, tenendo le travi molto distanti tra loro e realizzando così una copertura molto leggera.

La tintoria, nello spazio progettato da Nervi

La tintoria, nello spazio progettato da Nervi

Nei link il riferimento dell’associazione “Tuscan Art Industry”: Il progetto dell’associazione SC17 nasce nel corso dell’anno 2015 e si presenta come un laboratorio di ricerca che coinvolge artisti, curatori, fotografi, musicisti e performer a lavorare in sinergia all’interno dei siti di archeologia industriale in Toscana. Una importante iniziativa con la quale vengono rivalutati e riscoperti ex ambienti di lavoro, sensibilizzando le amministrazioni e la comunità alla salvaguardia di queste memorie storiche e sociali.


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Sanatorio Banti

Questa monumentale struttura si trova subito fuori Firenze, in una bellissima zona collinare nei pressi di Pratolino. Fu inaugurato nel 1939, diventando un polo di eccellenza per la cura della tubercolosi, malattia molto diffusa all’epoca.

Il Banti rappresenta un edificio di importanza storica per quanto riguarda l’architettura toscana dei primi del novecento: risulta infatti una delle prime costruzioni realizzate interamente in cemento armato.

Due foto storiche del sanatorio

La sua storia inizia nel 1934, quando l’amministrazione provinciale decise di edificare un istituto sanatoriale a Pratolino, poiché la lontananza dalla città, la salubrità dell’aria, la ricchezza di boschi sembravano essere ideali per la cura della tubercolosi. La famiglia Demidoff, proprietaria della villa di Pratolino, donò il terreno. La progettazione e la costruzione furono affidati agli ingegneri Giocoli e Romoli dell’ufficio tecnico dell’INFPS. L’ing. Felice Romoli era legato in matrimonio a Elena Luzzatto, la prima donna italiana a laurearsi in architettura presso la Regia Scuola Superiore di Architettura di Roma. La sua tesi aveva il titolo “Sanatorio nei pressi di Como” ed era un massimo esponente dell’architettura razionalista. Con suo marito partecipò alla progettazione di vari ospedali. Per quanto sopra, qualcuno ritiene che abbia contribuito alla realizzazione del Banti ma non abbiamo documenti a supporto di questa tesi. Sembra più un voler rendere omaggio ad un grande architetto che è diventato il simbolo dell’emancipazione femminile in un ambito, all’epoca, strettamente maschile. Successivamente alla fine della guerra e congiuntamente alla notevole riduzione della patologia tubercolare, l’edificio è trasformato in attrezzatura ospedaliera, funzione che continua a svolgere sino al 1989. Terminata la funzione sanatoriale e ospedaliera, dopo aver ospitato una comunità di curdi ed albanesi, l’ospedale è oggi del tutto inutilizzato. Nel settembre del 1997 l’amministrazione dell’INAIL ha richiesto alla proprietà l’acquisto dell’edificio per trasformarlo in un albergo da inserire tra le attrezzature per i pellegrini del Giubileo. Tutto questo non si è mai realizzato. L’area è stata per anni vigilata notte e giorno per impedire che venisse occupata. Grazie a questo deterrente, il complesso si era mantenuto quantomeno nel suo aspetto strutturale. Ad oggi, abbandonata la vigilanza, il Banti è stato fenomeno di ogni tipo di vandalismo, fino all’incendio di alcune sue parti nell’inverno 2016. Un’indegna fine per uno stupendo esempio di razionalismo con quasi un secolo di vita.

Descrizione dell’edificio

Presenta un impianto articolato, risultante dalla somma di due corpi longitudinali slittati e raccordati al centro da un’ala trasversale; a tale articolazione planimetrica corrisponde l’estrema compattezza dei corpi a sviluppo orizzontale. Tutto si concentra sulla torre dei collegamenti verticali, punto di riferimento visivo fondamentale per il paesaggio circostante. La rigorosa volumetria dell’impianto è movimentata dal gioco delle altezze: due piani fuori terra per il corpo dell’ingresso, 5 e 6 piani per le ali dei reparti, 7 piani per la torre dei collegamenti. La facciata occidentale presenta al centro i due corpi dell’ingresso e della torre, ambedue caratterizzati dal rivestimento in lastre di travertino. La torre, vero e proprio asse compositivo del sistema, presenta due nastri verticali in vetrocemento che la tagliano per tutta l’altezza sui lati ovest e sud e, in corrispondenza dell’ultimo livello, una serie di aperture a feritoia su tutti i fronti (3 e 4 per lato), evidente richiamo all’architettura fortificata medievale. Le due ali, corrispondenti alle camerate, si articolano su cinque piani fuori terra. Segno distintivo di questo edificio sono le immense vetrate elioterapiche dell’ultimo piano.


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Bibliografia

 

 

“Edilizia in Toscana tra le due Guerre”
Mauro Cozzi
Edifir, 1994 – 254 pagine

La Mira Lanza di Roma

Nel 1899 la Società prodotti chimici colle e concimi acquista dalla famiglia Ceccarelli un terreno nella zona sud di Roma, poco distante dal mattatoio, sul lato opposto del Tevere. Ad opera dell’ingegner Giulio Filippucci vengono costruiti i primi edifici in mattoni dell’opificio che comprendono la produzione del superfosfato, dell’acido nitrico e dell’acido solforico. Vengono anche costruiti i forni per la pirite, materia prima con cui si preparano i fertilizzanti.

Magazzini (attuale teatro India) e forni pirite (1899) [1]

Nel 1906 parte dell’area viene venduta alla Società italo americana per il petrolio, che ci farà un deposito, e nel 1913 la Società prodotti chimici colle e concimi cessa la propria attività. A seguito del fallimento l’area passa al Comune di Roma che, con il sindaco Ernesto Nathan, pianifica di destinarla ad impianto per la gestione dei rifiuti. Tale progettò non andrà mai in porto poiché pressioni politiche spingeranno il Comune a vendere l’area alla Fabbrica candele steariche di Mira. La Mira, infatti, oltre a produrre candele produce anche glicerina che viene usata per la produzione di esplosivi e produrre tale componente a Roma è di importanza strategica per rifornire i dinamifici di Segni e di Isola del Liri. Inoltre l’area è vicinissima al mattatoio di Roma, i cui scarti grassi sono usati per la produzione di sapone, e a due importanti direttrici logistiche:  la linea ferroviaria Roma-Civitavecchia (che allora passava sull’attuale “ponte di ferro“) e il Tevere. Inoltre, con la guerra in corso, la Mira si trova costretta a delocalizzare al sud poiché nello stabilimento di Mira la mano d’opera maschile è tutta al fronte.

Al termine della prima guerra mondiale la Mira inizia ad allargare lo stabilimento poiché i fabbricati e macchinari della precedente società sono inadatti alle nuove produzioni. Oltre a quanto necessario per la produzione, vengono anche costruiti un refettorio, un asilo per i bambini degli operai, un’infermeria.

Sono questi gli anni della “guerra del sapone” che vede contrapposte la Mira e la sua più agguerrita concorrente, la piemontese Unione Stearinerie Lanza. La produzione e le strategie di marketing delle due società sono praticamente identiche, e la competizione abbatte drasticamente i prezzi, contribuendo alla diffusione in Italia del sapone con innegabili effetti positivi sull’igiene pubblica di un paese appena uscito da una lunga guerra. Dopo anni di concorrenza spietata, l’arrivo in italia di forti competitor stranieri (le tedesche Benckiser e Henkel e l’americana Procter & Gamble) spinge i due storici nemici a una alleanza che si traduce nel 1924 nella fusione tra le due aziende con la nascita della Mira Lanza.

I progetti della centrale termoelettrica che non venne mai realizzata (1939) [1]

A seguito della fusione lo stabilimento di Roma subisce molte trasformazioni dovute alle ottimizzazioni sinergiche. La palazzina che ospita la direzione e gli uffici, non più necessaria poiché la sede della nuova società si trova a Genova, viene dismessa e ceduta al Comune di Roma che ne fa una scuola, tutt’oggi esistente (edificio 8 nella mappa). Vengono inoltre costruiti nuovi edifici, non collegati alla produzione vera e propria ma più che altro alla logistica o ai servizi, come gli alloggi per gli operai, due dei quali sono ancora presenti, in stato di abbandono, in via dei Papareschi.

Gli alloggi degli operai su via Papareschi, in mappa (12)

Gli alloggi degli operai su via Papareschi, in mappa (13)

 La Mira Lanza, nel periodo tra le due guerre, continua a crescere aumentando incassi e profitti. Durante il fascismo arriva addirittura a produrre per la concorrente Palmolive, che riesce così ad aggirare il protezionismo del regime.

La seconda guerra mondiale provoca una profonda crisi aziendale, dovuta alla carenza di mano d’opera e di materie prime. Subito dopo il conflitto la Mira Lanza inizia a produrre i primi detersivi sintetici, non più basati su materie prime di origine animale. Questo porta in breve tempo all’obsolescenza degli impianti di Roma la cui tecnologia era basata sull’utilizzo degli scarti di macellazione del vicino mattatoio: risulterebbe troppo oneroso riconvertirli. Si arriva così alla chiusura dello stabilimento di produzione romano nel 1952.  La parte dello stabilimento vero e proprio viene ceduta la comune di Roma nel 1961 mentre gli edifici e i magazzini che affacciano su via Pacinotti saranno utilizzati ancora per molti anni per la distribuzione ai grossisti e per la gestione dei premi della famosa raccolta di figurine.

La produzione nel Lazio riprenderà nel 1964 con la costruzione dello stabilimento di Mesa, in provincia di Latina.

Attualmente una parte del nucleo originario della Società prodotti chimici colle e concimi  è stata ristrutturata e recuperata e ospita il teatro India del Comune di Roma (area 1 nella mappa).

L’area ristrutturata del teatro India, in mappa (1) e (4). Sullo sfondo il gasometro sulla riva opposta del Tevere.

Forni pirite e deposito acido solforico, in mappa (4)

L’area adiacente (2 e 3 in mappa), sempre del nucleo storico di fine ‘800, è in totale abbandono ed è stata oggetto di numerose occupazioni. A seguito di uno sgombero nel 2014 la parte (2)  è data alle fiamme e viene pesantemente danneggiata.

Gli edifici che affacciano su via Pacinotti, gli ultimi a essere dismessi negli anni ’70, sono oggi utilizzati dalla Croce Rossa Italiana.

Il vecchio ingresso su via Pacinotti, oggi in uso alla Croce Rossa, in mappa (10)

Nel 2016 999Contemporary si rende protagonista di un interessante iniziativa con l’artista francese Seth: l’area (2) viene trasformata in un museo “abusivo” grazie alle istallazioni e ai disegni di Seth. Per visitare il museo occorre entrare abusivamente e illegalmente nell’area da un buco nella recinzione. Vuole essere una provocazione per le istituzioni capitoline affinchè si rendano parte attiva nel recupero dell’area. Dal 2017 una famiglia Rom abita nel museo e Tito, il capo famiglia, ne è direttore e curatore .

Mappa attuale dell’area (Google maps) con legenda degli edifici

Legenda degli edifici (tra parentesi la data di costruzione)

  1. Magazzino (1919). E’ stato ristrutturato e attualmente ospita il teatro India
  2. Saponificio (1919). In abbandono, ospita l’Ex Mira Lanza Museum
  3. Caldaie ed estrazione grassi (1919). In abbandono
  4. Forni pirite e deposito acido solforico (1919). In ristrutturazione in carico al teatro India
  5. Deposito perfosfato (1907). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa Militare
  6. Uffici e abitazioni (1899-1907). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa Militare
  7. Portineria, infermeria, asilo, refettorio (1918).
  8. Direzione generale, uffici tecnici e laboratori chimici (1918). Venduto al comune di Roma ospita, dal 1924,  la scuola Giovanni Pascoli.
  9. Area della Società Italoamericana del petrolio (1906).
  10. Stazione autocarri (1919). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa
  11. Scuderie (1920).
  12. Alloggi. In abbandono
  13. Alloggi. In abbandono
  14. L’area, ora vuota, ospitava alcune parti degli impianti, tra cui: macchinario per il superfosfato, deposito acido nitrico, deposito solfato di rame, spogliatoio e mensa, portineria, raffinazione olii, impianto per la glicerina di liscivia. Sempre in quest’area avrebbe dovuto sorgere la centrale termoelettrica alimentata con gli scarti della sansa di oliva. Venne presentato il progetto con la richiesta edilizia al comune nel 1939 ma la guerra mondiale alle porte fermò la costruzione.

Galleria fotografica (pellicola b/n)


Galleria fotografica (l’installazione di Seth)

 


Riferimenti in rete

Bibliografia

  • ENRICA TORELLI LANDINI, 2007, “Roma – Memorie della città industriale“, Palombi editore (da cui sono tratte le immagini [1]  dei progetti d’epoca 

I padiglioni di Poggio alle Croci del manicomio di Volterra

L’ospedale psichiatrico di Volterra o Frenocomio San Girolamo ebbe origine nel 1884 come ospizio di mendicità per i poveri del comune. Cominciò la sua attività con 4 degenti e registrò nel 1942 il massimo di presenze contando 4145 pazienti e 770 dipendenti.

Negli anni ‘20 il complesso ospedaliero comprendeva 13 padiglioni destinati ai malati ed ai servizi e svariati edifici quali officina, molino, forno, etc. che servivano ad assicurarne l’autosufficienza.

Gli ultimi padiglioni furono costruiti sul Poggio alle Croci per l’assoluta mancanza di spazio edificabile. Il Poggio fu scelto per la vicinanza al frenocomio stesso, cosa che consentiva di usufruire completamente dei servizi generali di quest’ultimo.
Nel 1926 fu realizzato il padiglione Charchot come ricovero femminile. Successivamente il Ferri, per ospitare pazienti pericolosi o ritenuti tali, ed infine il Maragnano per gli ammalati di tubercolosi.

I padiglioni del Poggio alle Croci (2015 circa)

Il direttore fino ad allora era stato il professore Scabia, che aveva cercato di realizzare un manicomio autosufficiente con officina, azienda agricola e perfino una propria moneta; cercò inoltre di curare i degenti con la terapia occupazionale, escludendo l’uso su di loro di strumenti fisici coercitivi. Ma non ebbe il successo sperato e dopo la sua morte, avvenuta nel 1934 (si fece seppellire nel cimitero dove venivano inumati i cadaveri dei degenti  non reclamati dalle famiglie) nell’ospedale si rafforzò il regime poliziesco ed una organizzazione piramidale che escludeva di fatto il rapporto tra staff tecnico e pazienti. Questo a maggior ragione nel “manicomio criminale” Ferri. Gli infermieri non potevano dare notizie ai parenti dello salute psichica del malato né ai pazienti notizie dei loro parenti o di quanto avveniva nel mondo. Anche la corrispondenza non veniva mai recapitata ma conservata in loco. A questo riguardo è stato da poco ripubblicato il libro “Corrispondenza negata” uscito una prima volta nel 1978 e contenente alcune delle lettere che non furono mai spedite.

Nel 1963 si cominciò a cambiare il regime carcerario fino alla definitiva chiusura di tutto il manicomio nel 1978 con l’entrata in vigore della legge Basaglia.

Il padiglione Ferri è famoso per le incisioni fatte dal degente Oreste Fernando Nannetti, soprattutto sulle pareti esterne degli edifici manicomiali. Sono circa 180 metri x 2 di frasi e disegni eseguiti senza una logica apparente. Di lui e della sua opera parleremo in un prossimo numero della rivista. Qui sotto intanto un’esempio significativo del suo lavoro.

 

.. ha fatto caso a questi spazi lasciati vuoti sopra la panca? ci stavano seduti tre ricoverati, ogni mattina li portavamo al loro posto, sempre lo stesso tutti i santi giorni, lo si faceva per abitudine, a loro andava bene o meglio per loro non faceva differenza, erano, come si dice, catatonici, non muovevano un dito, non proferivano una parola, stavano seduti sulla panca appoggiando la schiena al muro; ci ha scritto tutto intorno, lui scriveva e loro non battevano ciglio intenti a fissare va a sapere cosa, può riconoscere anche i contorni delle teste, vede? una due tre ..”

Tratto da “Nannetti” di Paolo Morandi


Galleria fotografica a colori

 

 


Galleria fotografica bianco e nero

 

 


Riferimenti in rete

 


Bibliografia


 

 

N.O.F. 4 Il libro della vita
Mino e Aldo Trafeli
Edizioni Bandecchi e Vivaldi 2016

 

 


 

La corrispondenza negata
Epistolario della nave dei folli (1889-1974)
Autori vari
Edizioni del cerro 2008

 

 

 

 

 

 

Le officine della follia.
Il frenocomio di Volterra (1888-1978)
di Vinzia Fiorino
Editore ETs

 

 

 

 

Il Frenocomio di S.Girolamo in Volterra
di Luigi Scabia
Pubblicato a Volterra nel 1910 dallo Stabilimento Tipografico A. Carnieri