Miniera del Morone

La miniera si trova nella frazione di Salvena, nel territorio del comune di Castell’Azzara, in provincia di Grosseto. Di seguito alcune informazioni:

Minerali presenti: Cinabro, Pirite, Realgar, Opimento, Melanterite, Alunite, Kermesite, Dawsonite, Mercurio nativo, Zolfo, Gesso, Anidride. Quarzo, Caleopirite-quarzo.
Sostanze estratte: Hg (Mercurio), Sb (Antimonio), S (Zolfo), Cu (Rame).
Descrizione naturalistica: Mineralizzazione cinabrifera posta in calcari canidriti retici; calcari nummulitici cocenici e formazioni argillose delle Liquiridi. Il giacimento si è sviluppato con disseminazioni, sostituzioni e patine intorno ai camini riempiti di argilla cinabrifera. La Stibina si ritrova associata a Gesso e Cinabro o in Quarzo. A Borghetto tracce di minerali cupriferi in ganga quarzosa.
Descrizione storica: Si tratta del giacimento minerario più noto per essere sfruttato con continuità in epoca preindustriale; vi sono stati rinvenuti arnesi in pietra ed armature ignee; il giacimento inoltre risultò sfruttato fin dove era possibile in antico, cioè fino al livello delle acque. Riaperto da Haupt nel 1873 produsse il primo minerale solo nel 1906. E attestata l’esistenza di una fornace.
Interpretazione storica: Oltre alle tracce di lavorazione di epoca preromana, disponiamo per le miniere di Selvena, di documenti medioevali che attestano lo sfruttamento da parte degli Aldobrandeschi, nel XV secolo. Biringuccio parla di una miniera di Antimonio, nei secoli XVI e XVII, è attestata anche l’estrazione del Vetriolo. La miniera di Mercurio, riaperta neI 1873, ha cessato la propria produzione nel 1985.
Epoche di sfruttamento: Preromana, Medioevale, Medicea, 1873 – 1882, 1889- 1985.

La miniera del Morone inizia l’attività produttiva il 9 gennaio 1906 quando venne acquistata dalla società mineraria Monte Amiata; prima di tale data la proprietà era della società “The Santa Fiora Mercury Limited”. Gli operai all’epoca lavoravano undici ore al giorno, con paghe bassissime, senza assistenza sanitaria e con frequenti casi di sfruttamento di manodopera giovanile. Per poter risolvere questi problemi si dovette arrivare alle grandi lotte dell’ottobre 1914 e del giugno 1919, quando i minatori reclamarono commissioni paritetiche per la composizione delle vertenze di lavoro, casse per malattie professionali, farmaci ed infermerie adeguate per la miniera, sette ore di lavoro per gli interni e otto per gli esterni. La società Amiata venne a patti novantacinque giorni dopo. Le rivendicazioni continuarono anche sotto il governo fascista, che con arroganza, prepotenza e continue discussioni creava molte difficoltà ai minatori. La conseguenza di queste proteste, purtroppo, portò alla perdita del posto di lavoro di buona parte dei quattrocento minatori tra Selvena, Castell’Azzara e Santa Fiora. Un altro grave problema di quegli anni era l’inadeguatezza delle misure di sicurezza, che causarono diversi incidenti di cui due mortali. La ditta, verso la fine degli anni trenta, per aumentare la produzione di minerale introdusse un nuovo tipo di lavoro denominato “Bedaux”, il famoso “cottimo”: il minatore che riusciva a fare una maggiore produzione riceveva un salario più alto. Tutti si ribellarono a questa imposizione, che terminò solo con la chiusura della miniera nei primi anni trenta. Gli operai si trovarono a casa senza uno stipendio per poter aiutare la famiglia e nel paese ricomparve, inevitabilmente, la miseria. La miniera riaprì per un breve periodo verso la fine degli anni trenta, poiché il minerale veniva utilizzato per scopi bellici. In seguito la miniera venne nuovamente chiusa, fino al dopo guerra. Alla riapertura, gli operai lavoravano saltuariamente e si dovevano recare al lavoro a piedi o con mezzi propri; il lavoro si effettuava con arnesi manuali come la picca, la pala e il martello pneumatico. Venivano utilizzate delle maschere per la protezione dalla polvere, che si depositava nei polmoni dei minatori causando la silicosi. In seguito, per cercare di alleviare questo problema, furono usati degli aspiratori e dei martelli pneumatici ad acqua; per chi tuttavia lavorava all’avanzamento, questo non era il solo rischio a cui andava incontro: spesso si doveva fare i conti con pericolose fughe di gas e di frane che si verificavano all’interno della galleria, dal momento che si lavorava fino a centoventi metri di profondità. In queste condizioni, è facile immaginare, gli aiuti potevano risultare inefficienti.
Negli anni sessanta, per portare i minatori a lavoro, venne istituito un servizio pullman; il primo autista fu Francesco Guerrini che poi fu sostituito da Desiderio Ricciarelli. L’orario di partenza era fissato per le 5,20 al mattino e le 13,20 al pomeriggio, dal momento che gli operai lavoravano in turni di otto ore per cinque giorni alla settimana.
I minatori percepivano una paga in base alle giornate effettuate, a cui andava aggiunto il “cottimo”, il sottosuolo e altre indennità varie. Per stabilire il pagamento del “cottimo”, all’avanzamento, venivano misurati i metri fatti dagli operai a cui, i vari caposervizio incaricati di queste misurazioni, tendevano sempre a toglierne qualcuno, scatenando inevitabilmente le ire e le proteste degli operai. All’avanzamento lavoravano due operai, che avevano il compito di liberare la galleria dal materiale franato per il brillamento delle mine del turno precedente. Quando la galleria era sgombra dai detriti veniva armato un nuovo tratto, togliendo la roccia pericolante e preparando nuovi fori per altre esplosioni. Solo se il caposervizio riteneva che il lavoro diventava insostenibile per due sole unità, veniva affiancato un terzo operaio. Il materiale arrivava al Morone sia dalla miniera del Ribasso che dalle Dainelli; da quest’ultima in particolare mediante una teleferica lunga ben novecento metri. Per caricare il cinabro sui vagoni, in un primo momento si usavano le pale, poi un macchinario innovativo per l’epoca. Il minerale veniva successivamente portato a cuocere nei forni, che prendevano il nome del loro coinventore, l’ingegner Spirek, ed erano denominati forni a cupola, all’interno dei quali il cinabro cuoceva a ottocentocinquanta gradi centigradi. Questa temperatura all’inizio veniva raggiunta bruciando la legna immessa in capienti focolari, in seguito si usarono dei bruciatori a nafta, che sostituivano gli uomini in quel faticosissimo lavoro. In fondo al forno, dove il calore era maggiore, il cinabro arrostito liberava mercurio allo stato di vapore, che grazie a degli aspiratori veniva convogliato in canali di condensazione continuamente refrigerati. Da qui, colava in vasche a chiusura idraulica, nelle quali si depositava misto a tutti i prodotti della combustione. Periodicamente veniva tolta una percentuale di metallo puro, che veniva introdotto in bombole del peso di 34,5 Kg.
Nel 1970 la crisi mercurifera colpì le miniere del Monte Amiata, causando una forte diminuzione del prezzo della bombola, mentre l’anno successivo ci fu un vero e proprio crollo. La Società Monte Amiata, conseguentemente, decise lo smaltimento della miniera del Morone. Immediata fu la reazione dei minatori, che occuparono la miniera per impedire la chiusura dei forni e nel contempo per respingere i tentativi di smobilitazione della stessa. Tutte le forze politiche del Comune entrarono con maggior vigore in azione, proponendo incontri chiarificatori con i responsabili della ditta Monte Amiata e con i rappresentanti del governo. Anche la popolazione di Selvena fece sentire la sua voce: le donne intervennero con energia protestando e picchettando il piazzale antistante la miniera. I selvignani si divisero in gruppi, effettuando dei turni di quattro-sei ore, per impedire l’accesso dei camion alla miniera e il trasporto del minerale dal Morone ad Abbadia. Per sopperire al freddo pungente del periodo (eravamo a novembre), le donne si preoccuparono di accendere dei falò e nello stesso tempo pensarono anche alla distribuzione del cibo ai minatori che erano rimasti all’interno della galleria.
La ditta, vista la resistenza degli operai e della popolazione, decise di far intervenire la polizia. Quando le forze dell’ordine arrivarono sul luogo, si resero conto che la protesta aveva un fine giustificato: la salvaguardia del posto di lavoro. La contestazione rimaneva rigida ma non sfociava in atti di violenza e la sera la polizia ritornò in caserma, lasciando il disbrigo della questione tra la ditta e gli operai. In quei giorni tra i rappresentanti sindacali e quelli societari si imbastirono febbrili contrattazioni, che inizialmente non sfociarono in alcun accordo. Uble Fontani e Goffredo Fontani, che difendevano gli interessi dei minatori, uscendo da una riunione esposero agli stessi le difficoltà a cui andavano incontro per risolvere la trattativa in modo favorevole. Per esprimere ancora più marcatamente il proprio desiderio di lotta i minatori mostrarono alla Monte Amiata un cartello su cui era scritto: “Qui si cava e qui si coce”. Gli incontri tra le due parti, proseguirono fino a quando la società decise di continuare ad estrarre il minerale, una piccola vittoria che coinvolse tutta la popolazione di Selvena. La crisi mercurifera, però, appariva inarrestabile e portò ancora ad altri incontri tra le forze politiche, i sindacati e le società che si alternavano nella gestione degli impianti minerari. L’attività produttiva della miniera del Morone avvicendava dei periodi in cui tutto sembrava risolversi in maniera positiva, ad altri decisamente più critici. Si arrivò così al 1976, anno in cui la ditta decise di usufruire della cassa integrazione viste le difficoltà di vendita del mercurio. Si effettuava un lavoro di turn-over che impegnava una trentina di operai per volta; il minerale estratto era portato ad Abbadia per la fase di cottura. Si arrivò così agli anni ottanta dove ci fu una piccola ripresa del settore e per circa un anno e mezzo venne aumentata la produzione interna, ma nel 1985 si verificò il crollo irreversibile del mercurio e la miniera del Morone chiuse la sua attività definitivamente. Fino agli anni novanta qualche operaio rimase per controllare i lavori di tamponamento della galleria, dei forni e di smaltimento della miniera. Con la chiusura del Morone scomparve un pezzo importante della storia e dell’attività lavorativa di Selvena. Oggi, quando si passa davanti all’ex miniera e si guardano i ruderi arrugginiti e quelle case con le porte e le finestre murate, ritornano alla mente gli anni in cui quel posto era affollato di operai, stanchi, sporchi, ma orgogliosi di quel duro lavoro e di quella vita da minatore. L’eventualità di creare un museo minerario nel sito del Morone viene vista dagli abitanti di Selvena come una rivincita per quegli operai, che per tanti anni avevano versato sudore nella miniera.
Le informazioni riportate in questa scheda sono state tratte dal libro Viaggio nei ricordi del nostro paese, Selvena dal 1900 ad oggi.
Nel link successivo, una descrizione con galleria fotografica, direttamente dal sito del Parcoamiata. Nel 2002 è stato costituito il “Parco Nazionale Museo delle Miniere dell’Amiata” che tra i suoi compiti, oltre alla messa in sicurezza, il recupero dei manufatti e la tutela ambientale dei siti minerari, ha quelli non meno significativo della conservazione degli archivi, della promozione degli studi della raccolta delle testimonianze e della valorizzazione ai fini turistici del territorio del Parco.

Il video seguente mostra una interessante raccolta di fotografie storiche del paese di Selvena. Qui le famiglie, la resistenza partigiana, la miniera e la vita quotidiana si intrecciano formando un unico legame.

Foto d’epoca

Le dure condizioni di lavoro

Foto di gruppo

Gli ultimi anni di attività

Di seguito un interessante documento che accompagnava gli splosivi dalla casamatta al luogo di utilizzo:

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Galleria fotografica (foto maggio 2011)


Riferimenti in rete

La Miniera di Zolfo di Pomezia

Di questa industria non si sa praticamente nulla, nemmeno il nome. Essendo stata chiusa a metà degli anni 80 non c’è traccia alcuna su internet.

Foto dal satellite

La miniera di zolfo era costituita dalla zona dello scavo (A), dall’impianto di invio del materiale tramite un lunghissimo nastro trasportatore (B) alla fabbrica sulla collina (C) che lavorava il materiale e produceva lo zolfo che si può vedere nella foto iniziale scattata quando era ancora in funzione.

Qui di seguito alcune foto che descrivono come era fatta la fabbrica.

La zona allagata dello scavo

La zona allagata dello scavo

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L’impianto di invio del materiale

Nastro trasportatore alla partenza

Nastro trasportatore alla partenza

Nastro trasportatore all'arrivo

Nastro trasportatore all’arrivo

La fabbrica vista dalla zona di scavo

La fabbrica vista dalla zona di scavo

Interno della fabbrica

Interno della fabbrica

Non si sa se la fabbrica fu chiusa per riduzione di materiale estratto o per la fuoriuscita dell’acqua dalla falda che creò un esteso laghetto dalla colorazione rossa.
Vicino al questo lago creatosi a causa della fase estrattiva, ne esistono altri due, uno di colore blu ed uno bianco.
Tutta la zona, nota come Solforata e facente parte della Riserva Naturale di Decima Malafede, era conosciuta fin dall’anitichità€™ come luogo di culto del dio Fauno.

“€œL’€™ubicazione di Albunea viene riconosciuta nella località Solforata, all’’incrocio delle vie che collegavano i centri di Ardea, Lavinium ed Alba Longa. Albunea fu un luogo sacro, un santuario naturale cui faceva riferimento la religiosità delle antiche popolazioni latine. Il nome mitico deriva dal colore bianco (alba) delle effervescenti sorgenti sulfuree che alimentavano il lago che ancora oggi caratterizza la valle della Solforata. Un bosco, parte dell’’antica Selva Laurentina, oggi scomparso, ed una serie di grotte naturali si univano alle esalazioni sulfuree realizzando un paesaggio straordinario, naturalmente sacrale. I Latini elessero Albunea come sede delle tre Fate: Parca, Nona e Morta (divinità fatali e protettrici dei nascituri) e dell’’oracolo di Fauno, lo spirito divino del bosco. L’’oracolo poteva essere consultato attraverso il rito dell’’incubazione. La particolare suggestione di questo luogo consentiva esperienze soprannaturali di oniromazia: durante il sonno si manifestava la voce di Fauno che rivelava agli umani il loro ineluttabile destino. Il Fato non veniva rivelato da sacerdoti o sibille, ma si disvelava direttamente, quale risultato di una esperienza personale; il sonno e il sogno si sostanziavano come strumenti di comunicazione tra il mondo dei vivi, il mondo dei morti ed il divino.”

Articolo di Alessandra Reggi tratto da “Atlante dei Beni Culturali delle Aree Naturali Protette di RomaNatura”.

Dal libro “”La riserva naturale Decima-Malafede : la selvaggia bellezza di un angolo dell’Agro romano: conoscere per proteggere“” si scopre che:

““La leggenda vuole che anche Re Latino, discendente del dio Fauno, si recasse ad Albunea, cioè alla Zolforata, per ricevere visioni dal proprio padre circa il futuro di sua figlia Lavinia. La divinità, apparsa in visione al re avvolto nelle pelli sanguinanti delle agnelle sacrificali, annuncia a Latino la venuta di Enea e prescrive quindi al re di annullare le annunciate nozze con Turno, re dei Rutuli, tribù stanziata nell’odierna Ardea.
La presenza della grotta con i resti di un altare ed il rinvenimento a poca distanza da qui, nella zona di Tor Tignosa, di cippi votivi dedicati ad una divinità minore collegata a Fauno accertano al di là di ogni dubbio la presenza del santuario.””

E che anche Virgilio ne parla nel VII libro dell’Eneide:

“…Mosso à portenti il re cerca e consulta di Fauno genitor profeta i detti e i selvosi recinti sotto l’alta Albunea, che né boschi più risuona con la sua sacra fonte e intorno spira tutta ombrosa mefitici vapori.
Da qui Vitale genti e tutta Enotria ne le dubbiezze lor chiedon responsi; qui poi che addusse offerte il sacerdote e su le pelli de l’uccise agnelle per la notte silente si distese desiando dormir, mirabilmente a torme vede vagolar fantasmi e varie voci ascolta e del colloquio degli Dei gode e volge la parola a l’’Acheronte del profondo Averno.
E quivi allor esso Latino padre cento per un responso offria di rito lanigere bidenti e si giacea sù velli de le lor terga. Ad un tratto dal cuor del bosco voce gli rispose “Non voler la figliuola ad uom latino sposare, o mia progenie, e non fidarti à talami di qui; da fuor verranno generi, che per nozze il nostro nome portino in cielo, e di tal ceppo scesi i nepoti, per quanto stende il corso tra i due Oceani il sol, sotto i lor piedi….”

Tornando alla miniera di Zolfo, sempre dal medesimo libro apprendiamo che “la località è stata nel recente passato sconvolta dall’attività di una cava di zolfo che ha operato negli ultimi decenni, modificando ed alterando la morfo­logia dei luoghi””.


Galleria di foto


Riferimenti in rete

Percorsi geologici nel Lazio – Il Vulcano Laziale


Bibliografia

Atlante dei Beni Culturali delle Aree Naturali Protette di RomaNatura”
Gangemi 2010

La riserva naturale Decima-Malafede : la selvaggia bellezza di un angolo dell’ Agro romano: conoscere per proteggere
Marco Antonini
WWW Delegazione Lazio 1998