Mostra di LostItaly ad Ostia

Nuova tappa della mostra fotografica di LostItaly. Questa volta saremo ospiti della biblioteca Elsa Morante di Ostia (RM).

La mostra inaugura sabato 13 gennaio alle ore 11:00 con l’intervento di Riccardo Pieroni, fotografo e docente di tecnica fotografica presso l’IISS “Rossellini” di Roma.

Ulteriori info sul sito della biblioteca Elsa Morante

Per raggiungerci: Google Maps

 

 

 

 

Inaugurazione della Mostra di LostItaly a Firenze

Alcune immagini e gli interventi dei relatori Gianni Capitani e Paolo Quattrini in occasione dell’inaugurazione della mostra di LostItaly presso la biblioteca BiblioteCaNova Isolotto di Firenze.

Introduzione di Michele Greco

L’introduzione della mostra è stata basata sul seguente passaggio del libro “Una vita per strada” di Joseph Mitchell:

“Come ho detto, sono fortemente attratto dalle vecchie chiese. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi alberghi. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi ristoranti, dai vecchi bar, dalle vecchie case popolari, dalle vecchie stazioni di polizia, dai vecchi palazzi di giustizia, dalle vecchie tipografie, dalle vecchie banche, dai vecchi grattacieli. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi
pontili e dalle vecchie stazioni marittime e dalle aree portuali in genere. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi mercati e più di tutti dal Fulton Fish Market. E sono inoltre fortemente attratto  da una dozzina di vecchi edifici, la maggioranza dei quali in Lower Broadway e sulla Fifth e la Sixth Avenue nel tratto tra la Ventesima e la Quarantesima, un tempo grandi magazzini diventati in seguito abitazioni o depositi, quando i grandi magazzini – alcuni famosi e rinomati e perfino amati ai loro tempi e ormai del tutto dimenticati – hanno chiuso o si sono trasferiti in altri edifici nei quartieri residenziali della città.

Sono inoltre fortemente attratto da certi luoghi nei quali in genere è «vietato l’accesso», come indicano i cartelli, «ai non addetti ai lavori» – gli scavi per esempio, e edifici e altre strutture in demolizione. […] Sono stato in decine di edifici in fase di demolizione (arrampicarmi sui ponteggi è la mia passione) e sono salito su decine di grattacieli in costruzione, e ho visitato una mezza dozzina di ponti in costruzione, e sono sceso in tre tunnel in costruzione – il Queens Midtown Tunnel, il Lincoln Tunnel e il Brooklyn-Battery Tunnel – e ho guardato le ruspe farsi strada centimetro dopo centimetro nel letto del fiume. E sono inoltre fortemente attratto da certi sotterranei e da certe torri. Sono sceso nelle cripte della chiesa della Trinità e sono sceso nelle camere blindate della Federal Reserve Bank, e sono sceso nei vecchi sotterranei in disuso dei grandi magazzini abbandonati, tra archi in mattoni rossi, sotto il ponte di Brooklyn dal lato di Manhattan, sotterranei che emanano ancora l’odore stantio ma gradevole di alcuni prodotti che vi
erano immagazzinati – vino in botti, cuoio e pelle proveniente dal quartiere del pellame all’ingrosso, conosciuto con il nome di Swamp, che un tempo era adiacente al ponte e ora è stato demolito, e pesce in eccedenza conservato al fresco dai pescivendoli del Fulton Market, non molto distante, da vendere a costi elevati. Sono stato sulla cupola del City Hall e sulla torre del Municipal Building e nella cupola del vecchio Police Headquarters e sono stato su entrambi i campanili della cattedrale di St. Patrick e mi sono inerpicato sulla scala paurosa che sta nel braccio alzato della statua della Libertà e mi sono affacciato (ma solo per qualche istante) sulla stretta balconata intorno alla torcia e sono stato nelle soffitte e sui tetti di decine di vecchi edifici sbarrati e decretati inagibili.”

Con queste parole Joseph Mitchell (1908-1996), firma di punta per 60 anni del New Yorker, descrive il proprio girovagare per gli edifici dismessi o fatiscenti della New York “orizzontale” che stava via via scomparendo sotto i colpi della New York “verticale” che stava sorgendo ad inizi degli anni ’60. Un muoversi per la città che noi oggi chiameremo “esplorazione urbana”, certo Mitchell ha raccontato molto altro di New York, ne è stato il biografo principale, ed anche grazie a questo suo vagare, come lui stesso ammette, che è riuscito a sentirsi a suo agio in una città non sua, ma ci piace considerarlo un “esploratore urbano” ante-litteram. Noi, come lui, cerchiamo di raccontare, lui con «la carta da lettera intestata del giornale e una matita dalla punta morbida nella giacca», noi con la macchina fotografica, una civiltà che, nelle sue diverse declinazioni: industriale – postindustriale- post boom economico, sta scomparendo, lasciando, come sempre succede in quel ciclo inarrestabile che parte dalla notte dei tempi, rovine. Rovine che sono sotto gli occhi di tutti, ma, esattamente come quelle descritte da Mitchell in molti dei suoi articoli, invisibili ai più, o spesso, peggio, non viste come un’eredità di quello che si era, ma bensì un segno di un passato non più utile, da dimenticare, degrado, e, dunque, da cancellare. È quindi nostra intenzione continuare, con i mezzi che ci sono propri, a tener viva la memoria di un passato recente a cui dobbiamo, nel bene e nel male, ciò che siamo, ciò che la nostra società tecnologica (e non) è, prima che di esso non resti più traccia.

Interventi di Michele Greco, Gianni Capitani e Paolo Quattrini

L’allestimento e l’inaugurazione

 

Il catalogo della mostra, in vendita su Blurb

Mostra di LostItaly a Firenze

La biblioteca BiblioteCaNova Isolotto di Firenze, in collaborazione con LostItaly, presenta la mostra fotografica

identità e memoria dei luoghi abbandonati

dal 27 novembre al 7 dicembre 2017
presso Biblioteca BiblioteCaNova Isolotto
Via Chiusi, 4/3a – Firenze

Inaugurazione 29 novembre 2017 ore 17
con la partecipazione di Paolo Quattrini (Istituto Gestalt Firenze) e Gianni Capitani (Istituto Fenix, Puebla, Mèxico)

Più di dieci anni fa un piccolo gruppo di fotografi dilettanti decise di riunirsi in un forum per condividere una grande passione: i luoghi abbandonati.
All’epoca quasi soltanto all’estero esistevano fotografi che scoprivano, esploravano e raccontavano fabbriche, manicomi, ospedali e ville dimenticati da tutti.
Da allora l’attività fotografica di questo gruppo si è sempre affiancata al recupero delle informazioni storiche sui luoghi, con l’obiettivo di creare una sorta di memoria collettiva di un mondo che sta pian piano sparendo e le cui tracce sopravvivono soltanto nelle nobili macerie dimenticate da tutti.
Da questo progetto nasce LostItaly.it, dove molti di questi luoghi sono raccontati con notizie storiche e fotografiche.
La possibilità di ritrarre luoghi in abbandono che abbiano una valenza estetica sta pian piano scemando, poiché ormai quel che viene costruito oggi e sarà abbandonato in futuro, ha sempre più raramente una peculiarità architettonica che lo possa rendere affascinante nel suo declino.
Da qui l’interesse e l’importanza del lavoro di rappresentazione e ricerca svolto da LostItaly.it, che intende conservare la memoria storica di luoghi importanti per la nostra società e non solo per chi li ha vissuti tramandandoci, quasi sempre inconsapevolmente, tracce della propria esistenza.

Sul tema, ma non troppo, dei luoghi abbandonati Paolo Quattrini e Gianni Capitani dialogheranno con il pubblico raccontando a partire da punti di vista inediti, o poco esplorati, come si può guardare, e cosa si può trovare in, una foto di edifici abbandonati.

Paolo Quattrini
Paolo Quattrini, psicologo e psicoterapeuta della Gestalt, collabora in qualità di psicoterapeuta e di supervisore di psicoterapeuti con vari centri del servizio psichiatrico nazionale. Didatta in corsi di formazione in psicoterapia della Gestalt in Italia, Spagna, Polonia, Brasile e Messico, Thailandia, Libano. Ha pubblicato vari articoli, il “Manuale di psicoterapia ad uso del paziente” e “Fenomenologia dell’esperienza”. Dirige attualmente l’Istituto Gestalt Firenze IGF, Firenze.

Gianni Capitani
Artista, arteterapeuta, counsellor, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma, vive e lavora a Puebla in Messico dove, nel 1994, ha fondato e dirige l’Istituto di Gestalt e Arte Terapia Fenix. La sua attività artistica lo porta costantemente a confrontarsi con molte delle diverse espressività dell’arte visiva, principalmente grafica, pittorica e video-arte. Ha al suo attivo, da più di 40 anni, mostre personali e collettive in tutto il mondo.

Sono esposte le fotografie di Cristiano Antognotti, Sandro Baliani, Roberto Conte, Gualtiero Costi, Roberto Diodati, Michele Greco, Marco Orazi, Pietromassimo Pasqui, Giovanni Maria Sacco, Valeria Spiga.


 

Come raggiungerci

Inaugurazione della mostra di LostItaly a Roma

Alcune immagini e gli interventi dei Proff. Prezioso e Manodori in occasione dell’inaugurazione della mostra di LostItaly presso la biblioteca Vilfredo Pareto dell’Università di Tor Vergata a Roma.

La mostra sarà ancora visitabile sino a fine luglio

Gli interventi del Professor Sagredo Manodori e della Professoressa Prezioso

 

L’allestimento e l’inaugurazione

 

Il catalogo della mostra, in vendita su Blurb

La presentazione della Professoressa Maria Prezioso

Ci sono molti motivi per apprezzare questa mostra fotografica e il lavoro, appassionato, che c’è dietro. Come molti sono i modi di visitarla. Possiamo immaginarla come un Grand Tour nella modernità, o un omaggio all’economia che fu e avrebbe potuto essere, o all’architettura e all’ingegneria funzionaliste, o all’evoluzione della teoria delle arti visive, o alla semiologia del “dentro” e del “fuori”, o alla filosofia del sogno e dell’immaginazione.
L’invito al visitatore è, tuttavia, a collocare il visto percepito nel proprio immaginario, ma non nel passato. Perché le fotografie esposte sono una forte indicazione a guardare al presente cui appartengono gli oggetti di un’architettura industriale, oggi considerata archeologia; e al futuro che potrebbero portare con sé, se si riaprisse un confronto culturale sul luogo economico.
Inquadrando questa mostra nei grandi cambiamenti che l’Europa si attende dalle città e dai territori italiani perché diano sostanza ad un’economia sempre più coesa e sostenibile, le foto fissano oggi un possibile punto di partenza. Esse, rappresentando oggetti simbolici di una crescita e di un’occupazione non più percorribile, manifestano i limiti di una politica pubblica che ha visto nelle “aree dismesse” quasi esclusivamente un problema di riuso e di recupero, suggestioni progettuali alla trasformazione di aree ormai interne alla città consolidata e alla sua dimensione economico-territoriale.
Come si può intuire guardando con attenzione ai contenuti delle foto, la dimensione interessata dai manufatti dismessi è, invece, di vasta postata. Anche limitando questo discorso a quelli industriali, ampiamente rappresentati nella mostra, gli edifici industriali hanno finito per costituire un ‘disvalore’ per il sistema urbano e territoriale di riferimento, di cui, in passato, avevano ispirato organizzazione e crescita. Fotografare edifici industriali dismessi non è, tuttavia, una rinuncia alla valorizzazione di un contesto. Semmai il contrario. E’ un ‘indizio’ che gli Autori delle immagini – di cui si apprezza anche l’aspetto artistico – regalano alla politica perché trasformi apparenti ‘vuoti’ economici e sociali in collegamenti culturali, abbandonando l’idea della relazione convenzionale. There’s nothing new, only the history you don’t know yet diceva Truman.
C’è tanto di raro, tanto di utile e tanto di reale e potenziale godibilità negli edifici che la mostra mette in luce perché non li si tratti come un bene economico. Non solo perché alcuni portano la firma di grandi progettisti che ne hanno fatto occasione di innovazione anche tecnologica. Non solo perché sono attrattori culturali per una nuova generazione ‘grigia’ fatta di writer, raver, player tecnologici che ne godono liberamente la spazialità. Non solo perché le esperienze europee ne hanno dimostrato, dagli anni ’70 dello scorso secolo, l’evidenza funzionale, economica e politica. Le foto trasmettono una relazione più profonda, dicotomica, tra perdita di funzionalità del luogo e capacità, in nuce, di essere nuovamente elemento ordinatore di una pianificazione strategica coesiva che integra il luogo nel più ampio processo di sviluppo urbano, che si misura con i nuovi temi della domanda di politica pubblica, di società e di economia: l’inclusione, degli spazi come dei migranti; l’intelligenza, tecnologica come formativa; la sostenibilità, energetica come climatica. Una capacità produttiva, insomma, urbana e territoriale, di cui i luoghi dismessi sono una parte di capitale.
Certo la scala geografica del luogo gioca un ruolo importante in questo discorso e si impone in tutta la sua evidenza soprattutto quando il recupero della dismissione tocca, per funzionalità, il livello regionale o nazionale, oltre quello locale; e, dunque, la centralità degli orientamenti delle scelte politiche. Nelle molte soluzioni che hanno affrontato il rapporto tra dismissione e intervento rigenerativo (soprattutto a Londra, Parigi, Torino e a Milano negli anni ’80), è l’intero sistema della policy, strutturale e infrastrutturale, a muoversi quando si interviene sul ‘segno’: ricucendo tessuti, rigenerando commercioe ,residenzae e housing sociale, programmando e riallocando servizi di interesse generale, migliorando accessibilità, incrementando valore fondiario non speculativo.
A questo scopo, i piani urbanistici tradizionali non servono più, mentre è sempre più importante il riferimento a categorie strategiche di ampio respiro e medio periodo. Città con un passato industriale si sono candidate a ricoprire il ruolo di capitale culturale europea per (ri)connettersi con il mondo superando il dilemma del “che fare di queste aree” definite anche derelict. Le Resurgent metropolis and city industriali – termine coniato negli US dal geografo Allen J. Scott – evidenziano una nuova dinamica dell’economia urbana basata sulla capacità di produrre sistemi cognitivi-culturali rigenerati e differenziati, in cui è fondamentale l’atteggiamento della collettività nel considerare il vantaggio competitivo rappresentato dagli edifici e dalle aree dismessi. Nei confronti dei quali una governance propria dovrebbe emergere, come già si intuiva negli anni ’80, il periodo forse più intenso, anche in termini di indagine fotografica, per ricerche e proposte dedicate agli edifici di archeologia industriale in Italia, a cui le foto in mostra sono dedicate.
Fotografarne l’interno, lo stato, la decomposizione, i “resti fisici”, come li definiva Antonello Negri, è una scelta. Come è una scelta l’allestimento della mostra in spazi generalmente dedicati ‘ad altro’. Il gioco che si sviluppa è quello della prospettiva lineare (il visitatore vede e si fa vedere) che si incrocia con un ‘labirinto panoptico’ (l’artista autore vede e fotografa ma non si fa vedere), e lancia un invito a proseguire nel suscitare emozione e sogni che accompagnano il percorso della mostra in un dialogo muto, sino a diventare parte del racconto che gli edifici industriali dismessi suscitano; fino ad immaginare e fare propri i pensieri degli Autori che li narrano.
Con la fotografia, come arte visiva, è facile e difficile allo stesso tempo trattare il tema dell’immaginazione archeologica e industriale. E’ facile, perché gli Autori fanno parlare il paesaggio, il territorio, l’economia, l’identità. E si muovono tra edifici noti, città industriali e post, città della crisi e del sociale. E’ difficile perché gli Autori hanno saputo trarre dai luoghi fascino e anima, e sembrano allontanarli dalla scienza riportando il visitatore ad un passato dimenticato o sconosciuto ai più giovani. Come non richiamare alla memoria Calvino o Le Goff se l’anima di questi luoghi, la loro vocazione intrinseca, il sogno che li accompagnava nell’ideazione dello sviluppo, non si è felicemente compiuto?
Dunque, mentre nel mondo di cui facciamo parte la città si stima, si misura, si calcola, le foto che compongono questa mostra ci parlano soprattutto di una economia che non è più e di una che non si vede ancora. Ci costringono a ripensarla ed immaginarla come vorremmo che fosse. Ci costringono a progettare.
Negli anni in cui questi edifici sono nati, l’evidenza di limiti naturali e sociali alla crescita economica non sollecitava un ampio dibattito sul tema della qualità della vita urbana: il processo politico che innervava la teoria e la pratica dello sviluppo non era ancora chiaro e non forniva interpretazioni alle crisi cicliche che la città industriale, luogo di varia agglomerazione, avrebbe vissuto. Testimoni di una identità cui appartengono per storia e cultura, questi edifici potrebbero parlare ancora. “C’è una dimensione della storia che da qualche anno ha catturato sempre più il mio interesse” scriveva Le Goff nel 1985, “la dimensione dell’immaginario. Vaga com’è per natura a maggior ragione occorre prima definirla”. E’ la rappresentazione, il documento su cui lavora il fotografo, ad essere la base dell’immaginazione, perché “nell’immaginario c’è immagine” affermava Le Goff e “questa ti può portare ovunque” se crediamo ad Einstein, perché “l’originalità di un’idea non ha lo scopo di essere stampata (solo) su un foglio di carta ma di dimostrarla valida realizzando un esperimento originale” (Blackett, 1962). E questo è quello che fa questa mostra.

La presentazione del Professor Manodori Sagredo

LostItaly ovvero la memoria di un’età industriale perduta
La luce che svela le forme architettoniche più originali, i punti di vista dove le prospettive brunelleschiane accettano di convivere con altre più ravvicinate e/o panoramiche, le messe a fuoco che scandiscono superfici e tonalità dei chiaroscuri, danno alle immagini fotografiche di questa mostra un vocabolario dei più espressivi e restituiscono a quelle tutta la forza evocativa che sostanzia ogni fotografia.
I fotografi si mostrano tanto attenti quanto sensibili, avvertiti quanto partecipi con il senso ultimo dei protagonisti della scena che l’obbiettivo seleziona e inquadra.
Ma qual è il volto che si svela nelle fotografie che con tanta passione e acume i fotografi hanno saputo riprendere?
Cimiteri abitati da spettri? Fatiscenze in attesa di demolizione? Abbandono colpevole o irresponsabile oppure naturale degrado e inevitabile cancellazione di pagine di storia ormai tramontata?
Come antiche rovine archeologiche, come resti disgregati e sconvolti da antichi sismi, le strutture di architetture abbandonate resistono in virtù della recente loro disgrazia, della chiusura compianta della loro attività produttiva e della loro dimensione che nel vuoto degli spazi desolati appare gigante.
Il ritratto fotografico di tanta desolazione è segno di memoria affidata al tempo a venire, oppure è denuncia dell’indifferenza e dell’ignoranza di quanto quelle tristi forme rivelano?
Insomma c’è da correre a metter mano all’opera di conservazione e di tutela oppure è giunta l’ora di rassegnarsi alla cieca volontà del tempo che tutto divora?
Se, com’è vero, la fotografia è traccia indelebile di memoria allora le immagini degli stabilimenti, per lo più industriali ma non solo, custodiscono i segni di ardite architetture che rivelano la creatività dell’ingegno imprenditoriale e la forza del lavoro operaio.
L’impegno dell’Italia che seppe risorgere dalle macerie della infausta e disgraziata guerra è scolpito come geroglifico incancellabile nelle volte aeree o nei moltiplicati pilastri che disegnano lo spazio che un tempo risuonò della voce delle macchine e degli uomini.
I resti della grande industria italiana della seconda metà del Novecento come cattedrali scomunicate sono ora attraversati dal vento e accendono in chi le guarda un’emozione coinvolgente che rievoca più antiche grida di dolore.
I fotografi di LostItaly hanno avuto il coraggio di penetrare nel silenzio di sale che il vuoto rende sempre più grandi e di puntarvi l’obbiettivo fotografico per prenderne non solo l’abbandono ma l’agonia in corso, come se le pareti scorticate di cemento armato affannosamente e impercettibilmente respirassero.
I fotografi hanno auscultato il polso degli edifici abbandonati e hanno fatto della macchina fotografica lo strumento capace di far scattare una inaspettata presa di coscienza in coloro che vedranno le immagini riprese.
Un dialogo e non solo una constatazione si genera tra le fotografie e chi le osserva che è così costretto o sospinto a prendere una posizione tanto morale quanto intellettuale, tanto di partecipazione quanto affettiva perché si accorge che quel mondo dimenticato gli appartiene e che lui stesso ne è parte.
Allora alcune fotografie acquistano un valore aggiunto proprio perché legate alle altre come quelle degli abiti dimenticati dei reclusi in un ospedale psichiatrico sulle cui maniche sta la fascia identitaria che ricorda ben altri segni, tristi anzi tragici, apposti su abiti e divise, oppure quelle di ville settecentesche abbandonate e spogliate da mani furtive che sembrano chiedere spiegazione e giustificazione di tanta oltraggiosa dimenticanza.
Come figli abbandonati, orfani non dei genitori che le misero al mondo ma degli eredi che non le riconoscono più, tutte le architetture fotografate mostrano una salda dignità di non piangere e nel contempo il coraggio di lasciarsi fotografare nella loro cruda e desolante nudità.
Questa mostra è quindi un atto d’accusa che non ammette ricorso in appello e basta osservarne le fotografie per schierarsi dalla parte degli ultimi difensori.