La Mira Lanza di Roma

Nel 1899 la Società prodotti chimici colle e concimi acquista dalla famiglia Ceccarelli un terreno nella zona sud di Roma, poco distante dal mattatoio, sul lato opposto del Tevere. Ad opera dell’ingegner Giulio Filippucci vengono costruiti i primi edifici in mattoni dell’opificio che comprendono la produzione del superfosfato, dell’acido nitrico e dell’acido solforico. Vengono anche costruiti i forni per la pirite, materia prima con cui si preparano i fertilizzanti.

Magazzini (attuale teatro India) e forni pirite (1899) [1]

Nel 1906 parte dell’area viene venduta alla Società italo americana per il petrolio, che ci farà un deposito, e nel 1913 la Società prodotti chimici colle e concimi cessa la propria attività. A seguito del fallimento l’area passa al Comune di Roma che, con il sindaco Ernesto Nathan, pianifica di destinarla ad impianto per la gestione dei rifiuti. Tale progettò non andrà mai in porto poiché pressioni politiche spingeranno il Comune a vendere l’area alla Fabbrica candele steariche di Mira. La Mira, infatti, oltre a produrre candele produce anche glicerina che viene usata per la produzione di esplosivi e produrre tale componente a Roma è di importanza strategica per rifornire i dinamifici di Segni e di Isola del Liri. Inoltre l’area è vicinissima al mattatoio di Roma, i cui scarti grassi sono usati per la produzione di sapone, e a due importanti direttrici logistiche:  la linea ferroviaria Roma-Civitavecchia (che allora passava sull’attuale “ponte di ferro“) e il Tevere. Inoltre, con la guerra in corso, la Mira si trova costretta a delocalizzare al sud poiché nello stabilimento di Mira la mano d’opera maschile è tutta al fronte.

Al termine della prima guerra mondiale la Mira inizia ad allargare lo stabilimento poiché i fabbricati e macchinari della precedente società sono inadatti alle nuove produzioni. Oltre a quanto necessario per la produzione, vengono anche costruiti un refettorio, un asilo per i bambini degli operai, un’infermeria.

Sono questi gli anni della “guerra del sapone” che vede contrapposte la Mira e la sua più agguerrita concorrente, la piemontese Unione Stearinerie Lanza. La produzione e le strategie di marketing delle due società sono praticamente identiche, e la competizione abbatte drasticamente i prezzi, contribuendo alla diffusione in Italia del sapone con innegabili effetti positivi sull’igiene pubblica di un paese appena uscito da una lunga guerra. Dopo anni di concorrenza spietata, l’arrivo in italia di forti competitor stranieri (le tedesche Benckiser e Henkel e l’americana Procter & Gamble) spinge i due storici nemici a una alleanza che si traduce nel 1924 nella fusione tra le due aziende con la nascita della Mira Lanza.

I progetti della centrale termoelettrica che non venne mai realizzata (1939) [1]

A seguito della fusione lo stabilimento di Roma subisce molte trasformazioni dovute alle ottimizzazioni sinergiche. La palazzina che ospita la direzione e gli uffici, non più necessaria poiché la sede della nuova società si trova a Genova, viene dismessa e ceduta al Comune di Roma che ne fa una scuola, tutt’oggi esistente (edificio 8 nella mappa). Vengono inoltre costruiti nuovi edifici, non collegati alla produzione vera e propria ma più che altro alla logistica o ai servizi, come gli alloggi per gli operai, due dei quali sono ancora presenti, in stato di abbandono, in via dei Papareschi.

Gli alloggi degli operai su via Papareschi, in mappa (12)

Gli alloggi degli operai su via Papareschi, in mappa (13)

 La Mira Lanza, nel periodo tra le due guerre, continua a crescere aumentando incassi e profitti. Durante il fascismo arriva addirittura a produrre per la concorrente Palmolive, che riesce così ad aggirare il protezionismo del regime.

La seconda guerra mondiale provoca una profonda crisi aziendale, dovuta alla carenza di mano d’opera e di materie prime. Subito dopo il conflitto la Mira Lanza inizia a produrre i primi detersivi sintetici, non più basati su materie prime di origine animale. Questo porta in breve tempo all’obsolescenza degli impianti di Roma la cui tecnologia era basata sull’utilizzo degli scarti di macellazione del vicino mattatoio: risulterebbe troppo oneroso riconvertirli. Si arriva così alla chiusura dello stabilimento di produzione romano nel 1952.  La parte dello stabilimento vero e proprio viene ceduta la comune di Roma nel 1961 mentre gli edifici e i magazzini che affacciano su via Pacinotti saranno utilizzati ancora per molti anni per la distribuzione ai grossisti e per la gestione dei premi della famosa raccolta di figurine.

La produzione nel Lazio riprenderà nel 1964 con la costruzione dello stabilimento di Mesa, in provincia di Latina.

Attualmente una parte del nucleo originario della Società prodotti chimici colle e concimi  è stata ristrutturata e recuperata e ospita il teatro India del Comune di Roma (area 1 nella mappa).

L’area ristrutturata del teatro India, in mappa (1) e (4). Sullo sfondo il gasometro sulla riva opposta del Tevere.

Forni pirite e deposito acido solforico, in mappa (4)

L’area adiacente (2 e 3 in mappa), sempre del nucleo storico di fine ‘800, è in totale abbandono ed è stata oggetto di numerose occupazioni. A seguito di uno sgombero nel 2014 la parte (2)  è data alle fiamme e viene pesantemente danneggiata.

Gli edifici che affacciano su via Pacinotti, gli ultimi a essere dismessi negli anni ’70, sono oggi utilizzati dalla Croce Rossa Italiana.

Il vecchio ingresso su via Pacinotti, oggi in uso alla Croce Rossa, in mappa (10)

Nel 2016 999Contemporary si rende protagonista di un interessante iniziativa con l’artista francese Seth: l’area (2) viene trasformata in un museo “abusivo” grazie alle istallazioni e ai disegni di Seth. Per visitare il museo occorre entrare abusivamente e illegalmente nell’area da un buco nella recinzione. Vuole essere una provocazione per le istituzioni capitoline affinchè si rendano parte attiva nel recupero dell’area. Dal 2017 una famiglia Rom abita nel museo e Tito, il capo famiglia, ne è direttore e curatore .

Mappa attuale dell’area (Google maps) con legenda degli edifici

Legenda degli edifici (tra parentesi la data di costruzione)

  1. Magazzino (1919). E’ stato ristrutturato e attualmente ospita il teatro India
  2. Saponificio (1919). In abbandono, ospita l’Ex Mira Lanza Museum
  3. Caldaie ed estrazione grassi (1919). In abbandono
  4. Forni pirite e deposito acido solforico (1919). In ristrutturazione in carico al teatro India
  5. Deposito perfosfato (1907). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa Militare
  6. Uffici e abitazioni (1899-1907). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa Militare
  7. Portineria, infermeria, asilo, refettorio (1918).
  8. Direzione generale, uffici tecnici e laboratori chimici (1918). Venduto al comune di Roma ospita, dal 1924,  la scuola Giovanni Pascoli.
  9. Area della Società Italoamericana del petrolio (1906).
  10. Stazione autocarri (1919). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa
  11. Scuderie (1920).
  12. Alloggi. In abbandono
  13. Alloggi. In abbandono
  14. L’area, ora vuota, ospitava alcune parti degli impianti, tra cui: macchinario per il superfosfato, deposito acido nitrico, deposito solfato di rame, spogliatoio e mensa, portineria, raffinazione olii, impianto per la glicerina di liscivia. Sempre in quest’area avrebbe dovuto sorgere la centrale termoelettrica alimentata con gli scarti della sansa di oliva. Venne presentato il progetto con la richiesta edilizia al comune nel 1939 ma la guerra mondiale alle porte fermò la costruzione.

Galleria fotografica (pellicola b/n)


Galleria fotografica (l’installazione di Seth)


Riferimenti in rete

Bibliografia

  • ENRICA TORELLI LANDINI, 2007, “Roma – Memorie della città industriale“, Palombi editore (da cui sono tratte le immagini [1]  dei progetti d’epoca 

Cotonificio Crespi

Verso la fine del 1800 la famiglia Crespi realizza in Lombardia una piccola città/fabbrica completamente autonoma: Crespi d’AddaCristoforo Benigno Crespi acquista nel 1877 85 ettari sulle rive dell’Adda e inizia la costruzione di uno stabilimento per la lavorazione del cotone che sarà inaugurato nel 1878.

La vicinanza dell’Adda è fondamentale perché è dalla corrente del fiume che viene tratta la forza motrice necessaria alle macchine. Inizialmente tale forza viene usata direttamente e solo nel nuovo secolo avviene il salto tecnologico con lo sfruttamento dell’acqua per ottenere la corrente elettrica.

Attorno alla fabbrica i Crespi iniziano a costruire il villaggio operaio che ospiterà le maestranze e i quadri aziendali. Si tratta di un vero e proprio paese, creato da Ernesto Pirovano e Pietro Brunati (responsabili anche della costruzione della fabbrica e della centrale idroelettrica), destinato ad essere abitato esclusivamente dai dipendenti.

Foto aerea Crespi d'Adda

Foto storica del cotonificio (da crespidaddaunesco.org)

Il villaggio viene ad essere costruito come città ideale in cui sono presenti tutti i servizi necessari senza spese aggiuntive per i dipendenti. E’ infatti tutto a carico dell’azienda, dagli affitti, alle spese sanitarie, alle scuole.

Nel 1889 i lavoratori del cotonificio sono così composti: 210 uomini, 250 donne, 140 ragazzi con meno di 15 anni.

Nel 1891 viene inaugurata la scuola, totalmente gratuita (dai libri alla mensa) dove i bambini possono studiare sino alla terza elementare. Chi vorrà continuare gli studi potrà farlo a Bergamo, sempre a spese dell’azienda.

E’ del 1892 l’inaugurazione della linea telefonica che collega la fabbrica con la dimora milanese della famiglia Crespi, mentre nel 1893 viene inaugurata la chiesa.

L’attività del cotonificio prospera e nel frattempo si procede all’ampliamento sia del villaggio che degli stabilimenti. Questi saranno raddoppiati nel 1894 con l’inaugurazione presieduta dalla Regina Margherita. Nello stesso anno la famiglia Crespi si trasferisce a vivere nella villa-castello fatta costruire accanto all’opificio.

Nel 1909 avviene il grande salto tecnologico con l’ammodernamento di tutti i macchinari che ora funzionano a corrente elettrica. E’ l’anno in cui si inaugura la centrale idroelettrica che fornirà corrente alle macchine e (gratuitamente) all’intero villaggio. La centrale è progettata da Pietro Brunati ed ospita tre turbine Francis ad asse verticale prodotte dalla Brown Boveri da 1000 Kva ciascuna. Le turbine funzioneranno per circa cento anni sino alla dismissione dell’impianto nel 2003. Il pavimento della centrale elettrica, dove spiccano le tre turbine, è realizzato in parquet.

Nel villaggio Crespi si lavora, si vive e si muore. A chiudere il ciclo integrato dell’esistenza in questo luogo manca solo il cimitero, progettato da Gaetano Moretti, che verrà inaugurato nel 1908.

La struttura del villaggio viene integrata negli anni ’20 con la costruzione di otto villini signorili, destinati ai dirigenti dell’azienda.

Nel 1930, a seguito di una profonda crisi, lo stabilimento passa dalla proprietà della famiglia Crespi a quella della Banca Commerciale Italiana. Da questo momento in poi si susseguiranno i cambi di proprietà con alti e bassi nei bilanci e nella produzione.

Nel 1995 il villaggio di Crespi viene inserito dall’UNESCO tra i siti patrimonio dell’Umanità.

Si arriva, nel 2003, alla chiusura definitiva dello stabilimento con la procedura di fallimento dell’ultima proprietà (il gruppo Polli) mentre il villaggio vero e proprio era stato già alienato, come proprietà, ai privati sin dal 1975.

Dopo anni di abbandono, segnati da atti di vandalismo che deturpano soprattutto gli uffici, nel 2013 la fabbrica viene acquistata dal Gruppo Percassi che intende ristrutturarla per insediarci il proprio quartier generale.

Sorte diversa tocca alla centrale elettrica, rilevata nel 2011 da Adda Energi S.r.l. dopo la procedura fallimentare. Viene infatti ristrutturata completamente e riattivata. Le originali turbine Brown Boveri sono lasciate al proprio posto, con il vecchio pannello di controllo, a fini museali e la generazione elettrica affidata a due nuove turbine del tipo “Kaplan biregolante” ad asse verticale e con rimando angolare a 90° da 1200 Kva ciascuna.

 


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Colonia Fara

La colonia marina fu voluta dal Partito Nazionale Fascista nel 1935 come luogo di villegiatura estivo per i fanciulli, nel quadro dei programmi di welfare del regime.

Progettata dall’ing. Camillo Nardi Greco (che aveva già realizzato le colonie di Savignone – Renesso e Montemaggio nel 1933 – e di Rovegno – nel 1934 -)  e dall’arch. Lorenzo Castello, venne inaugurata el 1938 alla presenza di Benito Mussolini. Si chiamò Fara poichè dedicata al Generale Gustavo Fara.

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Durante la seconda guerra mondiale venne requisita ed adibita ad ospedale militare per tornare, nel 1946, ad essere una colonia estiva. Tra il 1947 e il 1955, ospitò i profughi d’Istria.

Negli anni ’60 venne convertita in “Ostello per la gioventù italiana”, cambiando denominazione in Faro. Qui sotto il volantino che la pubblicizzava all’epoca

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Negli anni ’80 il Comune di Chiavari la riutilizzò parzialmente come sede di un’associazione sportiva e di una scuola elementare. La mancanza di manutenzione portò al completo abbandono della struttura alla vigilia del 2000.

Dopo una lunga serie di vicende burocratiche e legali, nel 2015, sono iniziati i lavori di ristrutturazione. La colonia ospiterà un hotel, un centro benessere e alcuni appartamenti privati, oltre a una serie di servizi legati alle attività estive.

La colonia in fase di ristrutturazione (agosto 2016)

La colonia in fase di ristrutturazione (agosto 2016)


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I mercati generali di via Ostiense a Roma

Con il trasferimento della capitale a Roma, nel 1870, si sceglie l’area a sud della città per lo sviluppo di molte infrastrutture fondamentali. L’area viene scelta per la facile movimentazione delle merci grazie al fiume Tevere, allora navigabile sino al mare, e alla ferrovia Roma-Civitavecchia.

Numerose le attività produttive che sorgono in quest’area.

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L’area Ostiense/Testaccio oggi (2016)

Le principali sono:

  • tra il 1888 e il 1890 viene costruito il mattatoio (A), su progetto di Gioacchino Ersoch
  • nelle immediate vicinanze sorgono i laboratori conciari che ne utilizzano i pellami di scarto
  • sempre per sfruttare gli scarti del mattatoio, nel 1899 si insedia nell’area la società Colla e Concimi (C)
  • nel 1910 inizia la produzione la Fabbrica del Gas (D), utilizzando il carbone che arrivava via fiume su chiatte o via ferrovia dal porto di Civitavecchia (l’origine del carbone era l’Inghilterra). La ferrovia passava sul ponte in ferro, tuttora esistente e oggi adibito al traffico automobilistico.
  • nel 1912 vengono inaugurati i magazzini generali (B)
  • la Società Colla e Concimi viene rilevata dalla Miralanza (C) nel 1918 che inizia la produzione prima di candele e poi di detersivi, utilizzando il grasso animale proveniente dal mattatoio
  • nel 1912 viene inaugurata la centrale elettrica Montemartini (E)
  • nel 1913 iniziano i lavori per la realizzazione dei mercati generali (F), inaugurati poi nel 1922
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La “fabbrica del gas”, in una foto d’epoca, vista dalla sponda opposta del Tevere

E’ la giunta del sindaco Ernesto Nathan (in carica dal 1907 al 1913) ad individuare l’area per i nuovi mercati lungo la via Ostiense: il voto del Consiglio Comunale è del 24 giugno 1910. Il progetto originale, dello stesso anno, è di Emilio Saffi e prevede due distinte aree: una per gli erbaggi e la frutta e un’altra per le carni, le uova e il pesce. Inoltre l’area (138 mila mq) è servita dalla linea ferroviaria e, nel breve futuro, dalla linea ferrata Roma-Ostia che sarà ufficialmente inaugurata nel 1924.

Nella Rivista di Ingegneria Sanitaria e di Edilizia Moderna del 15/05/1915 troviamo una interessante descrizione del progetto del Saffi:

I lavori iniziano nel 1913 e, a causa anche dello scoppio della prima guerra mondiale, vanno molto a rilento. La prima parte viene aperta solo nel 1922 e i lavori per il completamento continuano per numerosi anni ancora.

Sino alla loro chiusura i mercati generali furono teatro di una folcloristica usanza natalizia: il Cottìo. Si trattava dell’asta del pesce che aveva luogo la notte dell’antivigilia di Natale. In tale occasione i cancelli dei mercati generali venivano aperti e i commercianti  offrivano cartocci di pesce fritto al pubblico.

L’area viene utilizzata fino al 2004 quando i mercati generali vengono trasferiti definitivamente nell’area ad est della capitale lungo l’asse della Tiburtina.

Nel 2005 l’architetto Rem Koolhas vince il bando internazionale per la riqualificazione dell’area, indetto dal Comune di Roma. Inizia così un lungo cantiere che a tutt’oggi (2016) non ha recuperato che la facciata su via Ostiense a seguito di intricate vincende.

 


Foto storiche


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Foto Pasquale Aiello


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Il paese di Postignano

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Il paese restaurato

Postignano, frazione del Comune di Sellano in Valnerina (Umbria), e’ un borgo medioevale sorto tra il IX e il XIII secolo. Denominato anche “Castello di Postignano” è caratterizzato da un impianto triangolare nel cui vertice a monte è situata una torre esagonale, dalla quale si dipartivano le mura perimetrali.
Il Castello fu a lungo conteso tra Foligno e Spoleto e nel 1492 prese parte alla guerra tra guelfi e ghibellini.
Grazie ad una fiorente economia basata su agricoltura ed artigianato visse un periodo di splendore tra il XIV e il XV secolo, ma già a partire dal XVI secolo la popolazione cominciò a diminuire.

A causa del cedimento del terreno il borgo fu dichiarato inagibile nel 1963 e abbandonato.

Successivamente, con i terremoti del 1979 e del 1980  anche gli ultimi abitanti lo abbandonarono.

Un primo tentativo di recupero del paese iniziò nel 1996, grazie all’interessamento dell’architetto Gaetano Matacena, interrotto però dal terremoto del 1997 che devastò l’Umbria e fece crollare la torre del paese e svariate altre case. Grazie a questo crollo fu possibile rinvenire nella chiesa un affresco del ‘400. La storia di questo ritrovamento è narrata in un articolo apparso sul Messaggero on-line del 27 marzo 1998. L’articolo non è più raggiungibile ma si può leggere in questa copia salvata: Articolo_Messaggero

Affresco da restaurare

L’affresco rinvenuto

Affresco restaurato

L’affresco restaurato

Nel luglio 2007 fu ripresa l’attività di recupero degli edifici e di restauro degli affreschi, con il contributo della Regione Umbria e il sostegno dell’Amministrazione comunale di Sellano che si è conclusa nel 2014.

Affresco piccolo

Un altro affresco

Affresco restauro_2

Lo stesso restaurato

Nel paese è adesso presente anche un ristorante, un albergo di lusso e un centro benessere.
Da qualche anno nel paese si tiene una manifestazione culturale-folcloristica dal titolo “Un castello all’orizzonte”

Nel 1979 il fotografo e architetto americano Norman Carver Junior pubblicò il libro Italian Hilltowns sui borghi abbandonati in Italia dedicandogli la copertina del libro.

Copertina Italian Hilltowns


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Miniera del Morone

La miniera si trova nella frazione di Salvena, nel territorio del comune di Castell’Azzara, in provincia di Grosseto. Di seguito alcune informazioni:

Minerali presenti: Cinabro, Pirite, Realgar, Opimento, Melanterite, Alunite, Kermesite, Dawsonite, Mercurio nativo, Zolfo, Gesso, Anidride. Quarzo, Caleopirite-quarzo.
Sostanze estratte: Hg (Mercurio), Sb (Antimonio), S (Zolfo), Cu (Rame).
Descrizione naturalistica: Mineralizzazione cinabrifera posta in calcari canidriti retici; calcari nummulitici cocenici e formazioni argillose delle Liquiridi. Il giacimento si è sviluppato con disseminazioni, sostituzioni e patine intorno ai camini riempiti di argilla cinabrifera. La Stibina si ritrova associata a Gesso e Cinabro o in Quarzo. A Borghetto tracce di minerali cupriferi in ganga quarzosa.
Descrizione storica: Si tratta del giacimento minerario più noto per essere sfruttato con continuità in epoca preindustriale; vi sono stati rinvenuti arnesi in pietra ed armature ignee; il giacimento inoltre risultò sfruttato fin dove era possibile in antico, cioè fino al livello delle acque. Riaperto da Haupt nel 1873 produsse il primo minerale solo nel 1906. E attestata l’esistenza di una fornace.
Interpretazione storica: Oltre alle tracce di lavorazione di epoca preromana, disponiamo per le miniere di Selvena, di documenti medioevali che attestano lo sfruttamento da parte degli Aldobrandeschi, nel XV secolo. Biringuccio parla di una miniera di Antimonio, nei secoli XVI e XVII, è attestata anche l’estrazione del Vetriolo. La miniera di Mercurio, riaperta neI 1873, ha cessato la propria produzione nel 1985.
Epoche di sfruttamento: Preromana, Medioevale, Medicea, 1873 – 1882, 1889- 1985.

La miniera del Morone inizia l’attività produttiva il 9 gennaio 1906 quando venne acquistata dalla società mineraria Monte Amiata; prima di tale data la proprietà era della società “The Santa Fiora Mercury Limited”. Gli operai all’epoca lavoravano undici ore al giorno, con paghe bassissime, senza assistenza sanitaria e con frequenti casi di sfruttamento di manodopera giovanile. Per poter risolvere questi problemi si dovette arrivare alle grandi lotte dell’ottobre 1914 e del giugno 1919, quando i minatori reclamarono commissioni paritetiche per la composizione delle vertenze di lavoro, casse per malattie professionali, farmaci ed infermerie adeguate per la miniera, sette ore di lavoro per gli interni e otto per gli esterni. La società Amiata venne a patti novantacinque giorni dopo. Le rivendicazioni continuarono anche sotto il governo fascista, che con arroganza, prepotenza e continue discussioni creava molte difficoltà ai minatori. La conseguenza di queste proteste, purtroppo, portò alla perdita del posto di lavoro di buona parte dei quattrocento minatori tra Selvena, Castell’Azzara e Santa Fiora. Un altro grave problema di quegli anni era l’inadeguatezza delle misure di sicurezza, che causarono diversi incidenti di cui due mortali. La ditta, verso la fine degli anni trenta, per aumentare la produzione di minerale introdusse un nuovo tipo di lavoro denominato “Bedaux”, il famoso “cottimo”: il minatore che riusciva a fare una maggiore produzione riceveva un salario più alto. Tutti si ribellarono a questa imposizione, che terminò solo con la chiusura della miniera nei primi anni trenta. Gli operai si trovarono a casa senza uno stipendio per poter aiutare la famiglia e nel paese ricomparve, inevitabilmente, la miseria. La miniera riaprì per un breve periodo verso la fine degli anni trenta, poiché il minerale veniva utilizzato per scopi bellici. In seguito la miniera venne nuovamente chiusa, fino al dopo guerra. Alla riapertura, gli operai lavoravano saltuariamente e si dovevano recare al lavoro a piedi o con mezzi propri; il lavoro si effettuava con arnesi manuali come la picca, la pala e il martello pneumatico. Venivano utilizzate delle maschere per la protezione dalla polvere, che si depositava nei polmoni dei minatori causando la silicosi. In seguito, per cercare di alleviare questo problema, furono usati degli aspiratori e dei martelli pneumatici ad acqua; per chi tuttavia lavorava all’avanzamento, questo non era il solo rischio a cui andava incontro: spesso si doveva fare i conti con pericolose fughe di gas e di frane che si verificavano all’interno della galleria, dal momento che si lavorava fino a centoventi metri di profondità. In queste condizioni, è facile immaginare, gli aiuti potevano risultare inefficienti.
Negli anni sessanta, per portare i minatori a lavoro, venne istituito un servizio pullman; il primo autista fu Francesco Guerrini che poi fu sostituito da Desiderio Ricciarelli. L’orario di partenza era fissato per le 5,20 al mattino e le 13,20 al pomeriggio, dal momento che gli operai lavoravano in turni di otto ore per cinque giorni alla settimana.
I minatori percepivano una paga in base alle giornate effettuate, a cui andava aggiunto il “cottimo”, il sottosuolo e altre indennità varie. Per stabilire il pagamento del “cottimo”, all’avanzamento, venivano misurati i metri fatti dagli operai a cui, i vari caposervizio incaricati di queste misurazioni, tendevano sempre a toglierne qualcuno, scatenando inevitabilmente le ire e le proteste degli operai. All’avanzamento lavoravano due operai, che avevano il compito di liberare la galleria dal materiale franato per il brillamento delle mine del turno precedente. Quando la galleria era sgombra dai detriti veniva armato un nuovo tratto, togliendo la roccia pericolante e preparando nuovi fori per altre esplosioni. Solo se il caposervizio riteneva che il lavoro diventava insostenibile per due sole unità, veniva affiancato un terzo operaio. Il materiale arrivava al Morone sia dalla miniera del Ribasso che dalle Dainelli; da quest’ultima in particolare mediante una teleferica lunga ben novecento metri. Per caricare il cinabro sui vagoni, in un primo momento si usavano le pale, poi un macchinario innovativo per l’epoca. Il minerale veniva successivamente portato a cuocere nei forni, che prendevano il nome del loro coinventore, l’ingegner Spirek, ed erano denominati forni a cupola, all’interno dei quali il cinabro cuoceva a ottocentocinquanta gradi centigradi. Questa temperatura all’inizio veniva raggiunta bruciando la legna immessa in capienti focolari, in seguito si usarono dei bruciatori a nafta, che sostituivano gli uomini in quel faticosissimo lavoro. In fondo al forno, dove il calore era maggiore, il cinabro arrostito liberava mercurio allo stato di vapore, che grazie a degli aspiratori veniva convogliato in canali di condensazione continuamente refrigerati. Da qui, colava in vasche a chiusura idraulica, nelle quali si depositava misto a tutti i prodotti della combustione. Periodicamente veniva tolta una percentuale di metallo puro, che veniva introdotto in bombole del peso di 34,5 Kg.
Nel 1970 la crisi mercurifera colpì le miniere del Monte Amiata, causando una forte diminuzione del prezzo della bombola, mentre l’anno successivo ci fu un vero e proprio crollo. La Società Monte Amiata, conseguentemente, decise lo smaltimento della miniera del Morone. Immediata fu la reazione dei minatori, che occuparono la miniera per impedire la chiusura dei forni e nel contempo per respingere i tentativi di smobilitazione della stessa. Tutte le forze politiche del Comune entrarono con maggior vigore in azione, proponendo incontri chiarificatori con i responsabili della ditta Monte Amiata e con i rappresentanti del governo. Anche la popolazione di Selvena fece sentire la sua voce: le donne intervennero con energia protestando e picchettando il piazzale antistante la miniera. I selvignani si divisero in gruppi, effettuando dei turni di quattro-sei ore, per impedire l’accesso dei camion alla miniera e il trasporto del minerale dal Morone ad Abbadia. Per sopperire al freddo pungente del periodo (eravamo a novembre), le donne si preoccuparono di accendere dei falò e nello stesso tempo pensarono anche alla distribuzione del cibo ai minatori che erano rimasti all’interno della galleria.
La ditta, vista la resistenza degli operai e della popolazione, decise di far intervenire la polizia. Quando le forze dell’ordine arrivarono sul luogo, si resero conto che la protesta aveva un fine giustificato: la salvaguardia del posto di lavoro. La contestazione rimaneva rigida ma non sfociava in atti di violenza e la sera la polizia ritornò in caserma, lasciando il disbrigo della questione tra la ditta e gli operai. In quei giorni tra i rappresentanti sindacali e quelli societari si imbastirono febbrili contrattazioni, che inizialmente non sfociarono in alcun accordo. Uble Fontani e Goffredo Fontani, che difendevano gli interessi dei minatori, uscendo da una riunione esposero agli stessi le difficoltà a cui andavano incontro per risolvere la trattativa in modo favorevole. Per esprimere ancora più marcatamente il proprio desiderio di lotta i minatori mostrarono alla Monte Amiata un cartello su cui era scritto: “Qui si cava e qui si coce”. Gli incontri tra le due parti, proseguirono fino a quando la società decise di continuare ad estrarre il minerale, una piccola vittoria che coinvolse tutta la popolazione di Selvena. La crisi mercurifera, però, appariva inarrestabile e portò ancora ad altri incontri tra le forze politiche, i sindacati e le società che si alternavano nella gestione degli impianti minerari. L’attività produttiva della miniera del Morone avvicendava dei periodi in cui tutto sembrava risolversi in maniera positiva, ad altri decisamente più critici. Si arrivò così al 1976, anno in cui la ditta decise di usufruire della cassa integrazione viste le difficoltà di vendita del mercurio. Si effettuava un lavoro di turn-over che impegnava una trentina di operai per volta; il minerale estratto era portato ad Abbadia per la fase di cottura. Si arrivò così agli anni ottanta dove ci fu una piccola ripresa del settore e per circa un anno e mezzo venne aumentata la produzione interna, ma nel 1985 si verificò il crollo irreversibile del mercurio e la miniera del Morone chiuse la sua attività definitivamente. Fino agli anni novanta qualche operaio rimase per controllare i lavori di tamponamento della galleria, dei forni e di smaltimento della miniera. Con la chiusura del Morone scomparve un pezzo importante della storia e dell’attività lavorativa di Selvena. Oggi, quando si passa davanti all’ex miniera e si guardano i ruderi arrugginiti e quelle case con le porte e le finestre murate, ritornano alla mente gli anni in cui quel posto era affollato di operai, stanchi, sporchi, ma orgogliosi di quel duro lavoro e di quella vita da minatore. L’eventualità di creare un museo minerario nel sito del Morone viene vista dagli abitanti di Selvena come una rivincita per quegli operai, che per tanti anni avevano versato sudore nella miniera.
Le informazioni riportate in questa scheda sono state tratte dal libro Viaggio nei ricordi del nostro paese, Selvena dal 1900 ad oggi.
Nel link successivo, una descrizione con galleria fotografica, direttamente dal sito del Parcoamiata. Nel 2002 è stato costituito il “Parco Nazionale Museo delle Miniere dell’Amiata” che tra i suoi compiti, oltre alla messa in sicurezza, il recupero dei manufatti e la tutela ambientale dei siti minerari, ha quelli non meno significativo della conservazione degli archivi, della promozione degli studi della raccolta delle testimonianze e della valorizzazione ai fini turistici del territorio del Parco.

Il video seguente mostra una interessante raccolta di fotografie storiche del paese di Selvena. Qui le famiglie, la resistenza partigiana, la miniera e la vita quotidiana si intrecciano formando un unico legame.

Foto d’epoca

Le dure condizioni di lavoro

Foto di gruppo

Gli ultimi anni di attività

Di seguito un interessante documento che accompagnava gli splosivi dalla casamatta al luogo di utilizzo:

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Galleria fotografica (foto maggio 2011)


Riferimenti in rete

Ceramica Ligure Vaccari

Lo stabilimento nasce nel 1880 come fornace di laterizi, sfruttando la cava di Palanceda, nel comune di Santo Stefano Magra. La vera fabbrica fu fondata solo successivamente, con l’intervento di Stanizzi e Bonazzi. Il fallimento, purtroppo, avviene dopo poco.

La fornace a fine ‘800

Successivamente, siamo nel 1893, la società fu acquistata da Giovanni Ellena che nel 1900 fondò la Società Anonima Stabilimento Ceramiche Ellena. Tra i soci spicca il nome di Carlo Vaccari, che intuisce la potenzialità dell’azienda e dell’argilla locale.

Società Anonima Stabilimento Ceramico Ellena

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La fabbrica nel 1903

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Listino laterizi del 1914

Carlo Vaccari ne diventa il direttore e, a partire dal 1910, amministratore delegato. Nel 1920 la ragione sociale muta in Società Anonima Ceramiche Liguri. Sempre in questo anno, viene acquistata la società “La Fornace” di proprietà della famiglia Foltzer.

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Pubblicità delle mattonelle refrattarie

Nel 1921 entrano a far parte della società, con varie mansioni, i figli di Carlo Vaccari e la sede legale e amministrativa viene spostata a Genova. Durante gli anni trenta la fabbrica diventa la più importante produttrice di ceramiche in Italia. Nel 1938 la famiglia Foltzer abbandona la collaborazione e nel 1940 la ragione sociale si trasforma in Ceramiche Ligure Vaccari S.p.A.

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Copertina del catalogo del 1948

La fabbrica nel 1930

Zona refrattari nel 1932

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Operai nel 1932

Un inevitabile calo produttivo verrà riscontrato durante la seconda guerra mondiale, seguito da un boom economico nell’immediato dopoguerra.

La fabbrica nel 1950

Nel 1958 iniziano anche i primi scontri tra lavoratori e dirigenza, quando viene deciso lo spegnimento di un forno e il licenziamento dei 300 operai. Altri scioperi seguirono con la richiesta di adeguamenti salariali. Ulteriori problemi sorsero a causa dei villaggi operai, che non rispettavano le norme igieniche. Inoltre, l’intensificarsi dei ritmi produttivi aumentò i casi riscontrati di silicosi, che causò la morte di circa 90 lavoratori ogni anno. Lo stabilimento sarà modernizzato tra gli anni 1968/69, riportando a Ponzano gli uffici commerciali. Nel 1972 la crisi economica, unita alla scarsa capacità dirigenziale, porterà la fabbrica al fallimento. Tutti i lavoratori verranno posti in cassa integrazione, seguiranno occupazioni e un successivo intervento dello Stato (1973) per salvare lo stabilimento. La ragione sociale cambia in Eta Geri con l’occupazione di 500 operai. Nel 1974 Sicerligure subentra a Eta Geri: cambia ancora la ragione sociale in Sicerligure Vaccari S.p.A. Nel 1975 diventa Nuova Ceramica Ligure S.p.A. Nel 1976 Luciano Vaccari viene arrestato per bancarotta fraudolenta. Dal 1979 diventa azionista l’ing. Pozzoli e nel 1980 nasce la Ceramiche Vaccari S.p.A.

Locandini degli ultimi anni di produzione

Nel 1986 nasce una società collaterale, la Ceramica Ligure S.r.l. che nel 1993 rileva la Ceramica Ligure S.p.A. Nel 1997 diventa proprietà dei tedeschi Villorey e Boch e nel 2004 degli austriaci Lasselsberger. Questi ultimi, nel 2006, decidono il fermo delle attività produttive per gravi crisi economiche.

Nell’aprile del 2006 la fabbrica di Ponzano chiude definitivamente.

Questa azienda, partita come semplice fornace di laterizi, diventa negli anni famosa e rinomata per la produzione di ceramiche, apprezzate in tutto il mondo. A tale produzione si affianca anche quella di mosaici in gres porcellanato.

Proprio questo incremento della produzione rende necessaria la costruzione di un forno Hoffman, una centrale elettrica e molini per la macinazione delle argille. Si costruiscono i primi uffici e gli edifici per gli operai, che arrivano fino a 1300 unità. In seguito i forni Hoffman verranno sostituiti da quelli a tunnel, più economici e meno inquinanti.

Alcuni lavoratori all’interno del forno Hoffman

Il villaggio operaio è una delle caratteristiche che contraddistingue le più importanti aziende di inizio ‘900, nato per fornire alloggio alle maestranze venute da lontano. Il primo fu chiamato “Corte”, costruito insieme alla villa della famiglia Vaccari. Purtroppo negli anni trenta verrà distrutto, per far posto alla Chiesa e alla sua canonica.

Scolaresca nei primi del ‘900

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Maestranze di inizio ‘900

Negli anni quaranta vengono costruito nuovi edifici ed alloggi, nel viale Carlo Vaccari e altre in zona Corea negli anni cinquanta. Era presente anche uno spaccio aziendale, con zona per la lavorazione del pane, carni, frutta e merceria.

Ad opera dell’ing. Mazzocchini vengono costruite la casa dell’operaio e la palazzina della dirigenza. Nella prima si trovano spogliatoi, mensa e infermeria. La palazzina della dirigenza, ubicata all’ingresso principale dello stabilimento, ospita invece gli uffici amministrativi.

Altre foto storiche delle aree produttive:

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Macchinari

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Aree produttive

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Aree produttive

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Aree produttive

Oggi, tutta l’ex area aziendale è interessata dal “Progetto Nova”, iniziativa culturale atta a recuperare e valorizzare gli spazi ex Vaccari. Nel corso degli anni sono stati organizzati concerti, mostre e altre iniziative culturali, di cui riportiamo la presentazione:

“Dal primo giorno, dopo la chiusura della Vaccari, abbiamo scelto di non far cadere la fabbrica nell’oblio, quell’oblio che accompagna, troppo spesso in Italia, i siti industriali dismessi.
Abbiamo voluto tenere i riflettori accesi sul vecchio opificio, attraverso tante iniziative, malgrado la chiusura dello stabilimento fosse stata un duro colpo per la nostra comunità e con lo stesso coraggio, oggi, nonostante la difficile congiuntura storica ed economica, vogliamo seguire esperienze internazionali che hanno raggiunto il recupero e la rivitalizzazzione di simili spazi, proprio attraverso la cultura.Al di là delle facili critiche, pensiamo infatti che investire in cultura, peraltro in un luogo in cui il legame con chi lì vive è ancora forte, significhi investire sul futuro della nostra terra.
Nessuno pensa, tuttavia, che la Vaccari possa essere solo un contenitore culturale.
Pensiamo però che in una fase nella quale è necessaria una riprogrammazione urbanistica e la definizione di strategie che possano attrarre investimenti, mantenere l’attenzione sul vecchio opificio e provare a farlo vivere, anche con nuove funzioni come quelle culturali, rappresenti una modalità innovativa per tutelare e valorizzare una risorsa così rilevante.
In questo contesto nasce NOVA, Nuovo Opificio Vaccari per le Arti, un progetto che mira a traguardare non solo la realizzazione del polo dell’economia culturale, uno dei pochi settori in cresita secondo l’ultimo rapporto ISTAT, ma la riprogrammazione urbana di tutta l’area.Parecchie migliaia di metri quadrati, oggi in comodato gratuito al Comune, sono state assegnate attraverso bandi pubblici a chi ha presentato il suo progetto e si è impegnato a realizzarlo qui, aprendo la strada a un nuovo modo di fare cultura.
Ancora negli spazi in comodato, nell’edificio all’ingresso dell’ex compendio industriale, sono inserite nuove funzioni pubbliche, dalla biblioteca all’urban center, luogo di incontro e confronto sul futuro dell’area, fino al futuro avvio di una foresteria, una residenza creativa pensata come fondamentale supporto alle varie attività che qui si insedieranno.Il progetto per l’Archivio Vaccari, inoltre, si inserisce in questo schema.
L’impegno profuso in tale direzione in questi anni unitamente ad un finanziamento regionale di ben mezzo milione di euro, ha permesso di recuperare lo stabile ex Calibratura,  acquistato dal Comune.
Il recupero della memoria di quel luogo, che ha rappresentato un pezzo di storia del lavoro di questa regione, assume un significato ancora più profondo alla luce del progetto complessivo che abbiamo in mente per quegli spazi.
I lavoratori, i materiali, i prodotti tornano protagonisti raccontando la vita ultracentenaria di una fabbrica che è stata per decenni sinonimo di eccellenza italiana nel mondo, tanto importante da cambiar il volto di una parte del nostro Comune che tutt’oggi viene chiamata la “Ceramica”.
Il passato non verrà cancellato ma, anzi, rivivrà in quegli stessi luoghi che diverranno sede di creatività diffuse e, ancora, ci auguriamo, del lavoro di tante persone.
Parlare di Nova, però non significa fermarsi al presente o al passato.
Nova rappresenta la volontà, tutta proiettata nel futuro, di riprogrammare uno spazio di oltre 180.000 mq, una vera e propria città, “nascosta” nel tessuto urbano esistente.
Si è già fatto cenno all’urban center come luogo di incontro e dialogo della comunità ma, chiaramente, non può solo un luogo fisico assolvere alle esigenze, prima di tutto progettuali, di una sfida di tali proporzioni.
Nova apre una nuova frontiera.
Un nuovo modo di fare cultura, una nuova sinergia tra Istituzione, associazioni e cittadini, una nuova strada per disegnare, insieme, il futuro della Vaccari.”

Molte delle notizie riportate sopra sono state estratte dal libro “Ceramiche Ligure vaccari” di Alice Cutullè. Al suo interno viene trattata anche la relazione tra le ceramiche Vaccari e il mondo dell’arte futurista.

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Le torri dell’EUR

Il quartiere dell’EUR, a sud di Roma, venne pensato, progettato e realizzato come sede dell’Esposizione Universale del 1942, da cui l’acronimo. Realizzato negli anni 30 del secolo scorso, non fu mai terminato a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Al termine della guerra ci si ritrovò, quindi, con una monumentale opera incompiuta e le Olimpiadi del 1960 furono l’occasione per rimettere mano a quest’area. Il commissario straordinario dell’Ente EUR, Virgilio Testa, portando avanti un progetto di decentramento amministrativo della capitale, incarica un pool di architetti della costruzione della nuova sede del Ministero delle Finanze su un’area di oltre 15.000 mq. Gli architetti scelti saranno Cesare Ligini, Vittorio Cafiero, Guido Marinucci e Renato Venturi.

E’ prevalentemente Cesare Ligini ad occuparsi della progettazione della nuova sede, pensando tre alte torri affiancate da altre due costruzioni più basse. Quattro edifici comunicano tra loro con una struttura di raccordo al primo piano.

Le due costruzioni più basse ospitano, rispettivamente, la sede del Ministro con gli uffici di rappresentanza e la sede del Comando Generale della Guardia di Finanza. Le tre alte torri, invece, sono adibite ad uffici ed archivio.

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Il complesso delle torri in una cartolina d’epoca

Il boom

Il complesso delle torri in un fotogramma del film Il boom di Vittorio De Sica (1963)

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L’interno del complesso in un fotogramma del film Boccaccio ’70 (1962)

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Ancora da Boccaccio ’70 (1962) una panoramica dell’EUR presa dal Palazzo dello Sport. A destra il complesso delle torri

A seguito dello spostamento degli uffici del Ministero le torri sono rimaste in stato di abbandono sino al 2007 quando, per evitare probabilmente il sopraggiungere di vincoli storici che ne avrebbero bloccato qualsiasi trasformazione, furono interamente spogliate lasciando soltanto la struttura in cemento armato. Accanto ad esse stava sorgendo la cosiddetta Nuvola di Fuksas e una cordata di imprenditori, tra cui Fintecna e Ligresti, ottenne l’autorizzazione per finire l’abbattimento degli scheletri e costruire un maxi-condominio di lusso progettato dall’architetto Renzo Piano.

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Il complesso delle torri come appare nel 2015 nelle immagini aeree di Google maps

Le torri stavano quindi per subire lo stesso destino di un’altra importante realizzazione di Ligini all’EUR, il Velodromo Olimpico, che venne abbattuto nel 2008.

La successiva crisi immobiliare spinse gli investitori privati a ritirarsi e per anni le torri sono rimaste scheletri di cemento abbandonati a se stessi, a un passo dal grattacielo dell’ENI e dal Palazzo dello Sport, progettato da Pierluigi Nervi.

A fine 2015 viene annunciato che l’intera area è stata acquistata da Telecom Italia e, nel 2016, sono iniziati i lavori per la ristrutturazione che farà tornare le torri al loro originario utilizzo di uffici.

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La ristrutturazione in corso nel 2016: il cantiere Telecom Italia


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Lanificio di Soci

Soci è una frazione del comune di Bibbiena attraversata da un’arteria statale, la SR71. Passata la piazza della chiesa vecchia, in direzione Camaldoli, incrociamo via del Lanificio e via del Tessitore. Questi nomi, insieme ad alcuni edifici, sono ciò che resta di una grosso complesso industriale; come altri nella zona, si occupava della lavorazione della lana. Deve la sua nascita al Berignale che attraversa il paese; un canale che sin da tempi antichi, forniva energia alle gualchiere per la sodatura della lana.

La nascita del lanificio fu opera di un cittadino di Soci, Giuseppe Bocci, che nei primi dell’ottocento iniziò questa attività sino alla creazione di un grosso polo industriale. Per rendere moderno il suo lanificio, Giuseppe mandò suo figlio Sisto a lavorare in Belgio. Qui, all’epoca, erano all’avanguardia nella lavorazione dei tessuti. Sisto tornò in Italia con esperienza e macchinari moderni. Tutto questo, portò alla fine dell’ottocento, alla creazione di un complesso con circa 500 dipendenti e alla produzione di rinomati manufatti, come il famoso tessuto del casentino.

Sisto Bocci, muore nel 1915, lasciando tutto in eredità ad un nipote, Adriano, che morirà al fronte durante il primo conflitto mondiale. La famiglia Bocci, decide di vendere il lanificio ad un industraile di Brescia, Giovan Battista Bianchi. Questi, modernizza la fabbrica, ampliandone la metratura. Purtroppo, la crisi finanziaria del 1929, trascina le aziende Bianchi e con esse il lanifico, verso il fallimento. I curatori del tribunale di Milano, si accorgono del buono stato di salute dell’azienda, tanto che uno di essi, Virgilio Maranghi, ne diventa propietario. Il lanificio riesce a fatica ad attraversare la seconda guerra mondiale sino ad un inevitabile fallimento del 1956.

L’attività passa così all’industriale pratese Brachi per poi fallire definitivamente nel 1970.

Sono gli stessi operai e tecnici a costituirsi cooperativa per poter continuare l’attività. Dal 1972 la Cooperativa Tessile di Soci (questo è il nome della nuova Azienda) produce stoffe conto terzi, con reparti di filatura, cordato, filatura pettine, tintoria in fiocco, tintoria in pezze, finissaggio.

Il signor Marchesini entra alla presidenza; acquistando immobili e macchinari e lanciando il marchio “Lanificio del Casentino”. Un accordo con il Comune di Bibbiena porta alla vendita di gran parte degli edifici storici che saranno trasformati in zone commerciali e abitazioni. La parte ancora produttiva viene ampliata. Tutto questo con il contributo della Comunità Europea.

Dopo un periodo di grossa produttività, tutto si arresta con la crisi del settore tessile, sino al nuovo fallimento del 2005. Ancora una volta la situazione vine presa in mano dagli operai che costituiscono una nuova cooperativa.

Ad oggi (2015) anche questa parte di attività è cessata. Soci non ha più la sua fabbrica tessile.

Proseguono invece le vicende processuali, come riporta questo articolo della rivista “Casentino 2000” datato 17 ott 2012:

“Un buco di bilancio nato da una operazione con una società della Mongolia che serviva a risparmiare milioni di iva non versata allo stato. Da questo alla bancarotta il passo è stato breve ed ha portato l’amministratore del Lanificio di Soci Simonello Marchesini in tribunale. Durante l’udienza il pubblico ministero ha chiesto per lui la condanna a 4 anni e mezzo di reclusione. Secondo la procura aretina sarebbero state evase notevoli cifre: 4 milioni di iva, e altri 14 milioni di tributi vari. Secondo le ricostruzioni sarebbe stata messa in piedi una triangolazione con la Mongolia con una fittizia esportazione di capi dal Lanificio che in realtà non venivano mai spediti. A partire erano solamente i documenti contabili, le bolle di spedizione, mai accompagnate dall’abbigliamento. In tribunale la corte presieduta dal giudice Bilancetti è però chiamata giudicare solo la bancarotta, non compaiono infatti i reati fiscali scaturiti dalle spericolate operazioni.”

Del grosso complesso industriale di inizio ‘900, rimangono alcuni edifici ristrutturati.

Una parte, ancora originale, versa in totale stato di abbandono. Sino al 2012 era ancora possibile trovare al suo interno i vecchi macchinari tessili. Oggi, questi sono stati tutti rimossi, alcuni destinati ad essere restaurati. L’edificio ha subito ingenti danni con crolli, causati dalla neve e altre intemperie. Attività di bonifica erano in corso nell’agosto del 2015.

Resta, invece, ancora immutata, la parte interessata dall’ultimo fallimento.

Parte della storia è anche presente nel volume “L’arte della lana in casentino-Storia dei lanifici” scritto da Pier Luigi della Bordella.

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Di seguito, alcune vecchie cartoline del paese di Soci:

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Sullo sfondo le ciminiere del vecchio stabilimento

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Come si presentava l’intera area industriale ad inizio del ‘900

 


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Di seguito alcuni scatti della parte vecchia, risalenti all’agosto del 2012. Ad oggi, 2016, l’area è stata svuotata ed è in corso la bonifica


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LunEur

Luneur

C’era una volta, a Roma, il parco divertimenti più antico d’Italia la cui costruzione risale al lontano 1953. Il nome deriva dal quartiere, EUR (Esposizione Universale Romana, splendido esempio di architettura razionalista), dove il parco risiede. Le attrazioni, completamente meccaniche, cessarono l’attività nel 2008 su disposizione della prefettura di Roma per garantire la messa in sicurezza di tutta la zona. Il parco ha una estensione di circa 68.000 metri quadri, dei quali più di 50.000 sono destinati alle attrazioni che, stando agli attuali progetti e lavori di ristrutturazione (ad opera della Cinecittà Entertainment s.p.a.), dovrebbero essere destinate a bambini dai 0 ai 12 anni. Chi ha avuto la fortuna di entrare al LunEur nel periodo migliore della sua lunga storia, ovvero a cavallo degli anni ’70 e ’80, non può non ricordarlo come un po’ pacchiano e – a suo modo – decadente già allora. Purtroppo il parco non ha mai saputo rinnovarsi: solo nel 2007 vengono aggiunte alcune nuove attrazioni e si introduce un biglietto unico di ingresso, nel duplice tentativo di aumentare gli incassi e tenere lontani personaggi “indesiderabili”. Tuttavia, anche in considerazione del fatto che alcune attrazioni più “appetibili” richiedevano un supplemento, gli esercenti iniziarono ad avere diverbi sulla ripartizione degli incassi e, dopo solo un anno da questo tentativo di miglioramento, il parco chiude i battenti. Si spengono le luci e la musica, lasciando un vuoto che difficilmente verrà colmato con la nuova riapertura.

Il video seguente, girato in Super8, ci mostra come era il parco negli anni ’70:

Inoltre, curiosamente, una delle migliori attrazioni del parco, il Looping Star (montagne russe), di cui è visibile una foto (fonte www.italiaparchi.it), è stata ricollocata – mentre il LunEur era ancora in funzione – in un altro parco divertimenti di Roma, ZooMarine.

Dal momento della chiusura fino al 2012, quando sono iniziati i lavori di ristrutturazione che dovrebbero terminare nella primavera del 2016 (vedi articolo), il parco è restato chiuso ed in stato di totale abbandono.


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Lanificio di Stia

Lanificio Stia

Nonostante un clima generale di miseria e arretratezza economica, a partire dal 1738 a Stia la manifattura della lana conobbe un improvviso sviluppo, grazie al motu proprio di Francesco III di Lorena che liberalizzava la produzione e il commercio dei panni lana su tutto il territorio toscano, per secoli monopolizzati dall’Arte della lana fiorentina.
Nel giro di qualche decennio, l’esercizio dell’arte della lana cominciò ad innovarsi, trasformandosi da artigianale a più moderna attività imprenditoriale, per merito in particolare della famiglia Ricci, che acquisì e riorganizzò vari opifici preesistenti tra loro vicini, e dei fratelli Beni.
Intorno al 1830 Marco Ricci avviò la meccanizzazione di alcune fasi produttive, come avveniva già da diversi decenni nei paesi europei più evoluti.
La fabbrica Ricci e la fabbrica Beni di Stia, oltre alla Mazzoni di Prato, furono i primi lanifici toscani ad introdurre le macchine, importate dall’estero. Questo valse loro la visita del granduca Leopoldo II nel 1838, mentre la qualità dei loro prodotti fece meritare una medaglia d’oro alla Esposizione d’arti e manifatture toscane di Firenze del 1839, cui fece seguito, per la società Ricci, un’altra medaglia d’oro nel 1844 e l’assegnazione della fornitura dei panni militari per l’esercito toscano.
Nel 1852, dopo una grave crisi economica che portò alla chiusura del lanificio Beni, Marco Ricci costituì con altri soci la Società di Lanificio di Stia.
Nei primi anni 60, grazie all’apporto di capitale da parte di altri soci, il lanificio di Stia occupava circa 140 operai. Le lavorazioni avvenivano in edifici vicini ma staccati. Sette ruote idrauliche dislocate in punti diversi muovevano i macchinari posti nei diversi stabilimenti.
All’Esposizione Nazionale Italiana di Firenze del 1861, la prima dell’Italia unita, il Lanificio di Stia ebbe l’importante riconoscimento della medaglia d’oro per i panni militari.
Tra il 1862 e il 1888, sotto la direzione di Adamo Ricci, fu completata la meccanizzazione di tutto il processo produttivo e razionalizzato il complesso degli stabilimenti.
Un risultato prestigioso fu l’invito a partecipare all’Esposizione universale di Parigi nel 1867.

Con i figli di Adamo il lanificio fallì e cessò la conduzione, durata più di un secolo, della famiglia Ricci. L’attività venne rilevata nel 1894 da una società costituita dai principali creditori, il cui pacchetto di maggioranza divenne negli anni successivi di proprietà della famiglia Lombard.

A dirigere il lanificio fu chiamato il veneto Giovanni Sartori, che aveva avuto come “maestro” il fondatore della Lanerossi di Schio, Alessandro Rossi.
Egli riammodernò la fabbrica, portandola ai livelli dei più importanti lanifici italiani.
Fece realizzare un condotto, scavato nella collina, per portare l’acqua dalla vecchia Tintoria e azionare due turbine idrauliche che generavano energia elettrica per il funzionamento di tutto il lanificio.
Sotto la sua direzione il complesso edilizio del lanificio raggiunse la configurazione attuale.
Giovanni Sartori morì prematuramente nel 1918, quando il lanificio era all’apice del suo prestigio: fornitore ufficiale di Casa Savoia e al più alto livello di occupazione, con 500 operai, circa 136 telai e una produzione di oltre 700.000 metri di stoffa.

Nel periodo fra le due guerre il lanificio di Stia resse la concorrenza, ma, dopo l’ultima guerra, entrò in una crisi irreversibile: nel 1962 venne venduto da Luigi Lombard all’industriale pratese Morelli, nel 1978 Morelli ne cedette la gestione alla Società Ci.Mo. Export che, nel 1985, fallì.
Nonostante i tentativi di ripresa, tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, il lanificio non riuscì a ripartire con l’attività e venne definitivamente chiuso nel 2000.


Galleria foto storiche

Gran parte del lanificio è stato ristrutturato e destinato ad ospitare un museo permanente sul panno casentinese e la sua lavorazione. All’interno fanno bella mostra di se molti dei macchinari che vediamo nelle foto storiche, perfettamente restaurati.

Di seguito, una veduta dell’entrata del museo:

Stia ingresso

Stia ingresso

In un’altra ala, sono presenti spazi espositivi, destinati ad ospitare mostre di vario genere.

Alcuni locali, siti al piano terra, sono adibiti a negozi. Qui si vendono manufatti confezionati con il famoso panno casentinese.

Un’altra ala rimane, ad oggi, ancora in attesa di essere ristrutturata. Di seguito la situazione di questi locali ad agosto 2015:


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La Meccanica Romana

Lo stabilimento nasce nel 1927 come S.T.I.M.A. (Società Trattori Italiani e Macchine Agricole Italia),

tratta dal sito

Tratta dal sito “il secolo di ostia”

un nome scelto dal duce al momento dell’inaugurazione, per volontà dell’ingegnere Pio Perrone, un industriale genovese (Gruppo Ansaldo, con diverse società controllate tra le quali la Dinamite Nobel e già proprietario dei quotidiani “Secolo XIX” e “Messaggero”).
L’industriale intuì le potenzialità di un’industria specializzata in macchine agricole in un periodo in cui la dittatura fascista aveva in programma grandi opere di bonifica e conseguentemente acquistò dagli Aldobrandini il terreno, tra il Tevere e la ferrovia Roma-Lido di recente costruzione, confidando nello sviluppo del trasporto fluviale sul Tevere e sul potenziamento della linea ferroviaria. Sperava così in un grande sviluppo industriale della zona, ma nonostante le sue conoscenze nel partito fascista, non si realizzò nessuna delle due ipotesi e lo stabilimento rimase l’unico isolato caso di industrializzazione ostiense.

La S.t.i.m.a. anni 30/40

La S.t.i.m.a. anni 30/40

L’edificio della fabbrica fu progettato dall’architetto Pietro Barbieri e si presenta con la facciata principale rivolta verso la via del Mare (4 ingressi) e due corpi trasversali collegati da uno centrale.

Il corpo di sinistra a tre navate è il più grande ed era il reparto delle lavorazioni pesanti

 

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Il corpo di destra per le lavorazioni leggere è a una navata con copertura a shed

Lo stile architettonico dell’edificio è classicheggiante e si riallaccia volutamente allo stile della chiesa “Regina Pacis” di Ostia, costruita l’anno precedente (1926).

Le ambizioni di Perrone vengono infrante, oltre che dal mancato collegamento fluviale con Roma, dal costo elevato della corrente elettrica e del trasporto per ferrovia.

Nel 1938 l’ing. propone a Mussolini la riconversione della fabbrica per la produzione dell’acciaio, nel progetto di potenziamento della produzione bellica.

Nel 1941 la STIMA diventa Società Acciaierie Romane.
All’interno della fabbrica viene installato un forno per la produzioni di acciaio utilizzando il minerale estratto dalle sabbie di Ostia ricche di ferro (tramite la “cernitrice magnetica” Inventata dall’ingegner Giovanni Liguori che separava automaticamente la sabbia dalla ferrite).

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Dall’archivio storico Breda

II 23 marzo il Duce, accompagnato dal Ministro delle Corporazioni, si è recato al Lido di Roma per assistere ad alcuni esperimenti di estrazione del minerale di ferro dallo sabbie ferrìfere del Litorale. Erano presenti il comm. Liguori, ideatore della nuova macchina, l’avv. Mattòli e l’ing. Frua della Società Breda. Come tutti i giornali hanno riferito, il Duce ha assistito ad una serie di prove che hanno dato ottimi risultati rilevando la perfetta efficienza del procedimento integralmente autarchico. Il Capo del Governo, che ha esperimentata personalmente una delle macchine, ha anche voluto rendersi conto sul luogo degli aspetti geologici del problema e si è vivamente interessato alle ricerche eseguite per accertare la consistenza dell’immenso patrimonio ferrifero racchiuso nelle sabbie dei nostri, mari. Possiamo aggiungere che sin dai prossimi giorni un primo gruppo di macchine Liguori inizierà sistematicamente sul lido di Roma l’estrazione del minerale di ferro: e che la Società Breda realizzerà entro brevi mesi il suo programma di costruzione della macchina in larghissima serie

Tratto dal testo della foto precedente

L’industria prospera fino a raggiungere le 6000 unità lavorative, ma la caduta del regime segna la definitiva uscita di scena di Perrone.

Nel 1943 la fabbrica fu occupata dalle truppe tedesche e poi minata per essere probabilmente distrutta al momento della ritirata.
Nel gennaio del 1952 venne costituita la Breda Meccanica Romana di Ostia (esisteva già dai tempi della guerra la Breda Meccanica Romana di Torre Gaia che produceva armi).
L’attività principale diventa quella di carpenteria pesante e di rifacimento delle vetture della linea ferroviaria Roma-Ostia. Le foto seguenti sono di Pino Raselli  tratte dal libro “L’Ex-Meccanica Romana presso Ostia Antica“.

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Lavorazione nel padiglione di sinistra

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Lavorazione nel padiglione di sinistra

Foto n.5 di Pino Raselli Tratta dal libro "L'Ex-Meccanica Romana presso Ostia Antica".

Lavorazione nel padiglione di destra

L’interruzione delle commesse segna la definitiva crisi dell’industria e la chiusura nel 1979.

Nel 1981 la Sovrintendenza Archeologica di Ostia Antica mette sotto tutela l’edificio in quanto rientrante nel progetto di un parco del litorale.
Successivamente il Ministero dei beni Culturali, dopo il programma “Mirabilia”, redige un progetto in cui si prevede l’esproprio del fabbricato.
Durante questo periodo vengono svolte delle tesi di Laurea per il riutilizzo dell’edificio come centro museografico, scuola di restauro, centro musicale, sede del museo degli scavi di Ostia Antica.

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Pagina di una delle tesi di laurea per il riutilizzo dell’edificio. Tratta dal libro “L’Ex-Meccanica Romana presso Ostia Antica”.

Nel 1988 il progetto viene abbandonato e l’edificio, nel frattempo sotto vincolo totale, viene ristrutturato rispettandone la struttura esterna e diventa “Cineland” (multiplex cinematografico)
Nell’ala sinistra vengono realizzate 14 sale cinematografiche, la struttura centrale ospita fast food, l’edificio mensa e servizi degli operai diventa la quinta di un anfiteatro e nell’ala destra vengono ospitati un bowling, una sala giochi e qualche negozio.

Veduta aerea

Veduta aerea della attuale struttura

Durante il periodo di abbandono vengono girate nell’edificio le scene di alcuni film tra i quali, “La luna” di Federico Fellini.

e “I mitici, colpo gobbo a Milano” di Carlo Vanzina

Durante la ristrutturazione dell’edifico venne realizzato un VHS che conteneva anche interviste e cenni storici.
Il titolo del filmato è  “La Fabbrica”  e gli autori sono  P.Isaja e M.P. Melandri.

Qui sotto una clip introduttiva


Galleria di  foto scattate nel periodo in cui l’edificio fu abbandonato.


Bibilografia

Roma memorie della città industriale” a cura di E.T. Landini (Palombi Editori)
L’Ex-Meccanica Romana presso Ostia Antica: nella logica dell’ecosistema urbano per il riuso del costruito” a cura di Hilda Selem (Officina Edizioni)
La ricostruzione della S.T.I.M.A in multiplex cinematografica” di Paolina Conti (tesi di laurea)

Il Messaggero: articoli alle date 24/1/90, 15/12/90, 16/12/90, 8/5/91, 7/10/94, 8/10/94, 1/2/95.
Il Tempo: articoli alle date 15/10/94 e 29/10/94.
Corriere della Sera: articolo in data 1/2/95.
La Repubblica: articolo in data 1/2/95.
L’Unità: articolo in data 1/2/95.
Giornale di Ostia articoli alle date 7/10/94 e 3/2/95.
Metropolit: articoli alle date 15/10/94 e 4/2/95.