Inaugurazione della mostra di LostItaly a Roma

Alcune immagini e gli interventi dei Proff. Prezioso e Manodori in occasione dell’inaugurazione della mostra di LostItaly presso la biblioteca Vilfredo Pareto dell’Università di Tor Vergata a Roma.

La mostra sarà ancora visitabile sino a fine luglio

Gli interventi del Professor Sagredo Manodori e della Professoressa Prezioso

 

L’allestimento e l’inaugurazione

 

Il catalogo della mostra, in vendita su Blurb

La presentazione della Professoressa Maria Prezioso

Ci sono molti motivi per apprezzare questa mostra fotografica e il lavoro, appassionato, che c’è dietro. Come molti sono i modi di visitarla. Possiamo immaginarla come un Grand Tour nella modernità, o un omaggio all’economia che fu e avrebbe potuto essere, o all’architettura e all’ingegneria funzionaliste, o all’evoluzione della teoria delle arti visive, o alla semiologia del “dentro” e del “fuori”, o alla filosofia del sogno e dell’immaginazione.
L’invito al visitatore è, tuttavia, a collocare il visto percepito nel proprio immaginario, ma non nel passato. Perché le fotografie esposte sono una forte indicazione a guardare al presente cui appartengono gli oggetti di un’architettura industriale, oggi considerata archeologia; e al futuro che potrebbero portare con sé, se si riaprisse un confronto culturale sul luogo economico.
Inquadrando questa mostra nei grandi cambiamenti che l’Europa si attende dalle città e dai territori italiani perché diano sostanza ad un’economia sempre più coesa e sostenibile, le foto fissano oggi un possibile punto di partenza. Esse, rappresentando oggetti simbolici di una crescita e di un’occupazione non più percorribile, manifestano i limiti di una politica pubblica che ha visto nelle “aree dismesse” quasi esclusivamente un problema di riuso e di recupero, suggestioni progettuali alla trasformazione di aree ormai interne alla città consolidata e alla sua dimensione economico-territoriale.
Come si può intuire guardando con attenzione ai contenuti delle foto, la dimensione interessata dai manufatti dismessi è, invece, di vasta postata. Anche limitando questo discorso a quelli industriali, ampiamente rappresentati nella mostra, gli edifici industriali hanno finito per costituire un ‘disvalore’ per il sistema urbano e territoriale di riferimento, di cui, in passato, avevano ispirato organizzazione e crescita. Fotografare edifici industriali dismessi non è, tuttavia, una rinuncia alla valorizzazione di un contesto. Semmai il contrario. E’ un ‘indizio’ che gli Autori delle immagini – di cui si apprezza anche l’aspetto artistico – regalano alla politica perché trasformi apparenti ‘vuoti’ economici e sociali in collegamenti culturali, abbandonando l’idea della relazione convenzionale. There’s nothing new, only the history you don’t know yet diceva Truman.
C’è tanto di raro, tanto di utile e tanto di reale e potenziale godibilità negli edifici che la mostra mette in luce perché non li si tratti come un bene economico. Non solo perché alcuni portano la firma di grandi progettisti che ne hanno fatto occasione di innovazione anche tecnologica. Non solo perché sono attrattori culturali per una nuova generazione ‘grigia’ fatta di writer, raver, player tecnologici che ne godono liberamente la spazialità. Non solo perché le esperienze europee ne hanno dimostrato, dagli anni ’70 dello scorso secolo, l’evidenza funzionale, economica e politica. Le foto trasmettono una relazione più profonda, dicotomica, tra perdita di funzionalità del luogo e capacità, in nuce, di essere nuovamente elemento ordinatore di una pianificazione strategica coesiva che integra il luogo nel più ampio processo di sviluppo urbano, che si misura con i nuovi temi della domanda di politica pubblica, di società e di economia: l’inclusione, degli spazi come dei migranti; l’intelligenza, tecnologica come formativa; la sostenibilità, energetica come climatica. Una capacità produttiva, insomma, urbana e territoriale, di cui i luoghi dismessi sono una parte di capitale.
Certo la scala geografica del luogo gioca un ruolo importante in questo discorso e si impone in tutta la sua evidenza soprattutto quando il recupero della dismissione tocca, per funzionalità, il livello regionale o nazionale, oltre quello locale; e, dunque, la centralità degli orientamenti delle scelte politiche. Nelle molte soluzioni che hanno affrontato il rapporto tra dismissione e intervento rigenerativo (soprattutto a Londra, Parigi, Torino e a Milano negli anni ’80), è l’intero sistema della policy, strutturale e infrastrutturale, a muoversi quando si interviene sul ‘segno’: ricucendo tessuti, rigenerando commercioe ,residenzae e housing sociale, programmando e riallocando servizi di interesse generale, migliorando accessibilità, incrementando valore fondiario non speculativo.
A questo scopo, i piani urbanistici tradizionali non servono più, mentre è sempre più importante il riferimento a categorie strategiche di ampio respiro e medio periodo. Città con un passato industriale si sono candidate a ricoprire il ruolo di capitale culturale europea per (ri)connettersi con il mondo superando il dilemma del “che fare di queste aree” definite anche derelict. Le Resurgent metropolis and city industriali – termine coniato negli US dal geografo Allen J. Scott – evidenziano una nuova dinamica dell’economia urbana basata sulla capacità di produrre sistemi cognitivi-culturali rigenerati e differenziati, in cui è fondamentale l’atteggiamento della collettività nel considerare il vantaggio competitivo rappresentato dagli edifici e dalle aree dismessi. Nei confronti dei quali una governance propria dovrebbe emergere, come già si intuiva negli anni ’80, il periodo forse più intenso, anche in termini di indagine fotografica, per ricerche e proposte dedicate agli edifici di archeologia industriale in Italia, a cui le foto in mostra sono dedicate.
Fotografarne l’interno, lo stato, la decomposizione, i “resti fisici”, come li definiva Antonello Negri, è una scelta. Come è una scelta l’allestimento della mostra in spazi generalmente dedicati ‘ad altro’. Il gioco che si sviluppa è quello della prospettiva lineare (il visitatore vede e si fa vedere) che si incrocia con un ‘labirinto panoptico’ (l’artista autore vede e fotografa ma non si fa vedere), e lancia un invito a proseguire nel suscitare emozione e sogni che accompagnano il percorso della mostra in un dialogo muto, sino a diventare parte del racconto che gli edifici industriali dismessi suscitano; fino ad immaginare e fare propri i pensieri degli Autori che li narrano.
Con la fotografia, come arte visiva, è facile e difficile allo stesso tempo trattare il tema dell’immaginazione archeologica e industriale. E’ facile, perché gli Autori fanno parlare il paesaggio, il territorio, l’economia, l’identità. E si muovono tra edifici noti, città industriali e post, città della crisi e del sociale. E’ difficile perché gli Autori hanno saputo trarre dai luoghi fascino e anima, e sembrano allontanarli dalla scienza riportando il visitatore ad un passato dimenticato o sconosciuto ai più giovani. Come non richiamare alla memoria Calvino o Le Goff se l’anima di questi luoghi, la loro vocazione intrinseca, il sogno che li accompagnava nell’ideazione dello sviluppo, non si è felicemente compiuto?
Dunque, mentre nel mondo di cui facciamo parte la città si stima, si misura, si calcola, le foto che compongono questa mostra ci parlano soprattutto di una economia che non è più e di una che non si vede ancora. Ci costringono a ripensarla ed immaginarla come vorremmo che fosse. Ci costringono a progettare.
Negli anni in cui questi edifici sono nati, l’evidenza di limiti naturali e sociali alla crescita economica non sollecitava un ampio dibattito sul tema della qualità della vita urbana: il processo politico che innervava la teoria e la pratica dello sviluppo non era ancora chiaro e non forniva interpretazioni alle crisi cicliche che la città industriale, luogo di varia agglomerazione, avrebbe vissuto. Testimoni di una identità cui appartengono per storia e cultura, questi edifici potrebbero parlare ancora. “C’è una dimensione della storia che da qualche anno ha catturato sempre più il mio interesse” scriveva Le Goff nel 1985, “la dimensione dell’immaginario. Vaga com’è per natura a maggior ragione occorre prima definirla”. E’ la rappresentazione, il documento su cui lavora il fotografo, ad essere la base dell’immaginazione, perché “nell’immaginario c’è immagine” affermava Le Goff e “questa ti può portare ovunque” se crediamo ad Einstein, perché “l’originalità di un’idea non ha lo scopo di essere stampata (solo) su un foglio di carta ma di dimostrarla valida realizzando un esperimento originale” (Blackett, 1962). E questo è quello che fa questa mostra.

La presentazione del Professor Manodori Sagredo

LostItaly ovvero la memoria di un’età industriale perduta
La luce che svela le forme architettoniche più originali, i punti di vista dove le prospettive brunelleschiane accettano di convivere con altre più ravvicinate e/o panoramiche, le messe a fuoco che scandiscono superfici e tonalità dei chiaroscuri, danno alle immagini fotografiche di questa mostra un vocabolario dei più espressivi e restituiscono a quelle tutta la forza evocativa che sostanzia ogni fotografia.
I fotografi si mostrano tanto attenti quanto sensibili, avvertiti quanto partecipi con il senso ultimo dei protagonisti della scena che l’obbiettivo seleziona e inquadra.
Ma qual è il volto che si svela nelle fotografie che con tanta passione e acume i fotografi hanno saputo riprendere?
Cimiteri abitati da spettri? Fatiscenze in attesa di demolizione? Abbandono colpevole o irresponsabile oppure naturale degrado e inevitabile cancellazione di pagine di storia ormai tramontata?
Come antiche rovine archeologiche, come resti disgregati e sconvolti da antichi sismi, le strutture di architetture abbandonate resistono in virtù della recente loro disgrazia, della chiusura compianta della loro attività produttiva e della loro dimensione che nel vuoto degli spazi desolati appare gigante.
Il ritratto fotografico di tanta desolazione è segno di memoria affidata al tempo a venire, oppure è denuncia dell’indifferenza e dell’ignoranza di quanto quelle tristi forme rivelano?
Insomma c’è da correre a metter mano all’opera di conservazione e di tutela oppure è giunta l’ora di rassegnarsi alla cieca volontà del tempo che tutto divora?
Se, com’è vero, la fotografia è traccia indelebile di memoria allora le immagini degli stabilimenti, per lo più industriali ma non solo, custodiscono i segni di ardite architetture che rivelano la creatività dell’ingegno imprenditoriale e la forza del lavoro operaio.
L’impegno dell’Italia che seppe risorgere dalle macerie della infausta e disgraziata guerra è scolpito come geroglifico incancellabile nelle volte aeree o nei moltiplicati pilastri che disegnano lo spazio che un tempo risuonò della voce delle macchine e degli uomini.
I resti della grande industria italiana della seconda metà del Novecento come cattedrali scomunicate sono ora attraversati dal vento e accendono in chi le guarda un’emozione coinvolgente che rievoca più antiche grida di dolore.
I fotografi di LostItaly hanno avuto il coraggio di penetrare nel silenzio di sale che il vuoto rende sempre più grandi e di puntarvi l’obbiettivo fotografico per prenderne non solo l’abbandono ma l’agonia in corso, come se le pareti scorticate di cemento armato affannosamente e impercettibilmente respirassero.
I fotografi hanno auscultato il polso degli edifici abbandonati e hanno fatto della macchina fotografica lo strumento capace di far scattare una inaspettata presa di coscienza in coloro che vedranno le immagini riprese.
Un dialogo e non solo una constatazione si genera tra le fotografie e chi le osserva che è così costretto o sospinto a prendere una posizione tanto morale quanto intellettuale, tanto di partecipazione quanto affettiva perché si accorge che quel mondo dimenticato gli appartiene e che lui stesso ne è parte.
Allora alcune fotografie acquistano un valore aggiunto proprio perché legate alle altre come quelle degli abiti dimenticati dei reclusi in un ospedale psichiatrico sulle cui maniche sta la fascia identitaria che ricorda ben altri segni, tristi anzi tragici, apposti su abiti e divise, oppure quelle di ville settecentesche abbandonate e spogliate da mani furtive che sembrano chiedere spiegazione e giustificazione di tanta oltraggiosa dimenticanza.
Come figli abbandonati, orfani non dei genitori che le misero al mondo ma degli eredi che non le riconoscono più, tutte le architetture fotografate mostrano una salda dignità di non piangere e nel contempo il coraggio di lasciarsi fotografare nella loro cruda e desolante nudità.
Questa mostra è quindi un atto d’accusa che non ammette ricorso in appello e basta osservarne le fotografie per schierarsi dalla parte degli ultimi difensori.

Società Anonima Lanificio Calamai

Lanificio Calamai

La fabbrica si trova a Prato, nel quartiere di San Paolo, oggi immersa in altre realtà industriali ed edifici civili. Delle due ciminiere, rimane il mozzicone di una, l’altra è stata abbattuta.  Di seguito la storia della fabbrica e del suo fondatore.

Qui sotto il confronto tra la foto satellitare attuale e una veduta storica dello stabilimento. Si vedono i vari cambiamenti subiti, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, si nota, come sia stata inglobata nel tessuto urbano odierno.       

Brunetto Calamai, nato a Prato il 5 aprile del 1863 da Giosuè e da Luisa Bini, comincia a lavorare giovanissimo nell’industria laniera. Interrotti gli studi a tredici anni per motivi di salute, nel 1878, appena quindicenne, inizia l’attività industriale con la lavorazione della lana meccanica, introdotta nell’industria pratese fra il 1850-51, e divenuta in breve tempo una produzione caratteristica della zona. Questa prima fase dell’attività del Calamai si svolse in un piccolo stabilimento con appena dieci operai: “La Polveriera” di proprietà dei conti Bardi, in località San Quirico di Vernio.

Solo sei anni più tardi l’impresa subisce una prima trasformazione con il trasferimento della lavorazione a Prato, nel lanificio “Le Vedove”, dove viene installata una piccola filatura per la lana greggia che consente di realizzare l’intero ciclo produttivo. Negli anni immediatamente successivi all’introduzione della tariffa doganale del 1887 il Calamai compie un altro passo nell’ampliamento della sua impresa. Nel 1891, infatti, acquistato un vecchio mulino già adibito alla lavorazione della canapa – “Il Maceratorio”, con un impianto di circa 2.000 mq – lo trasforma in lanificio e ne amplia le strutture giungendo ad impiegare 150 operai.

Nello stesso anno importa ed installa nello stabilimento il selfacting, il primo filatoio interamente automatico impiegato dall’industria laniera di Prato. Il ciclo completo di lavorazione di tutti i tessuti, comprendente carbonisaggio e sfilacciatura, cardatura, filatura, tessitura, follatura, tintura e rifinizione, venne raggiunto fra il 1905 ed il 1922 con un costante ammodernamento degli impianti e delle strutture produttive ed il progressivo aumento di manodopera, che raggiunge le 500 unità.

Convinto che i particolari metodi di produzione dell’industria laniera di Prato debbano essere protetti con criteri e sistemi più diretti e specifici di quelli adottati dall’Associazione dell’Indutria laniera italiana, nel 1897 fonda insieme ad altri noti industriali del ramo, quali Raimondo Targetti ed Alceste Cangioli, l’Associazione dell’arte della lana di Prato, seguita a breve distanza di tempo dall’istituzione di una Scuola pratica di commercio. All’Associazione fu inoltre attribuito fin dalla fondazione il compito di dirimere le eventuali controversie sindacali; funzione che ebbe occasione di espletare per la prima volta nel 1900.

Le fasi della costruzione di alcuni capannoni

Il Calamai è tra i primi industriali di Prato a trattare con il mercato estero e il primo, nel 1902, ad occuparsi dei problemi connessi all’esportazione; problemi che ritiene possano essere opportunamente risolti con la costituzione di un sindacato per la vendita del prodotto locale. Il livello produttivo raggiunto gli vale riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale: nel 1911 riceve il Grand Prix all’Esposizione internazionale di Torino; nel 1918 la medaglia d’oro all’Esposizione dell’industria toscana tenuta a Firenze; nel 1925 la medaglia d’oro della città di Firenze e il Grand Prix del comitato all’Esposizione internazionale di Firenze.

Si interessa ai problemi sociali e dell’istruzione popolare, istituendo nel suo lanificio una scuola per l’istruzione elementare degli operai e dei loro figli. Sostiene la funzione primaria dell’istruzione tecnica – che ritiene fondamentale per una città a sviluppo prevalentemente industriale – occupandosi del locale istituto tecnico e dell’istituto commerciale Nicastro. Ricopre per circa quaranta anni la carica di consigliere dell’istituto industriale T. Buzzi. Nel 1907 si fa promotore di una società cooperativa per la costruzione di case per gli impiegati e gli operai del suo stabilimento (progetto che venne realizzato pienamente nel 1937), e fonda una società di mutuo soccorso e di assistenza civile per gli operai. Crea inoltre nella sua fabbrica il primo gruppo aziendale dopolavoristico pratese. Durante il conflitto 1915-1918 il lanificio viene mobilitato, e il Calamai fa parte del Comitato di mobilitazione industriale istituito nel capoluogo toscano. Cavaliere del lavoro fin dal 1910, nel 1923 possiede la tessera ad honorem del partito fascista. Ad essa seguì, nel 1935, la nomina a commendatore della Corona d’Italia. Fra le cariche ricoperte c’è quella di consigliere della Camera di commercio – che mantiene per circa trent’anni – e quella di rappresentante del Consiglio provinciale fascista dell’economia. Inoltre, fin dalla più giovane età, è consigliere ed assessore del comune di Prato, consigliere e quindi presidente della deputazione ospitaliera, consigliere della Cassa di Risparmio, del Monte di Pietà, della R. scuola Pacinotti di Pistoia. Muore a Prato l’11 febbraio 1936.

Nel 1922, infine, la ditta – che aveva fino ad allora portato il nome del suo fondatore – viene trasformata in “Società anonima Lanificio Calamai”, di cui il Calamai resta presidente fino alla morte. Nomina come amministratore suo figlio Corradino. Nel 1927 la fabbrica occupa 28.000 metri quadrati dei quali 22.500 coperti. Nel 1930 si rende necessario un nuovo ampliamento per realizzare una tintoria e un nuovo magazzino. L’intervento è progettato da Pier Luigi Nervi che realizza una copertura con capriate rialzate in cemento armato su pilastri, tenendo le travi molto distanti tra loro e realizzando così una copertura molto leggera.

La tintoria, nello spazio progettato da Nervi

La tintoria, nello spazio progettato da Nervi

Nei link il riferimento dell’associazione “Tuscan Art Industry”: Il progetto dell’associazione SC17 nasce nel corso dell’anno 2015 e si presenta come un laboratorio di ricerca che coinvolge artisti, curatori, fotografi, musicisti e performer a lavorare in sinergia all’interno dei siti di archeologia industriale in Toscana. Una importante iniziativa con la quale vengono rivalutati e riscoperti ex ambienti di lavoro, sensibilizzando le amministrazioni e la comunità alla salvaguardia di queste memorie storiche e sociali.


Galleria fotografica


Riferimenti in rete

Sanatorio Banti

Questa monumentale struttura si trova subito fuori Firenze, in una bellissima zona collinare nei pressi di Pratolino. Fu inaugurato nel 1939, diventando un polo di eccellenza per la cura della tubercolosi, malattia molto diffusa all’epoca.

Il Banti rappresenta un edificio di importanza storica per quanto riguarda l’architettura toscana dei primi del novecento: risulta infatti una delle prime costruzioni realizzate interamente in cemento armato.

Due foto storiche del sanatorio

La sua storia inizia nel 1934, quando l’amministrazione provinciale decise di edificare un istituto sanatoriale a Pratolino, poiché la lontananza dalla città, la salubrità dell’aria, la ricchezza di boschi sembravano essere ideali per la cura della tubercolosi. La famiglia Demidoff, proprietaria della villa di Pratolino, donò il terreno. La progettazione e la costruzione furono affidati agli ingegneri Giocoli e Romoli dell’ufficio tecnico dell’INFPS. L’ing. Felice Romoli era legato in matrimonio a Elena Luzzatto, la prima donna italiana a laurearsi in architettura presso la Regia Scuola Superiore di Architettura di Roma. La sua tesi aveva il titolo “Sanatorio nei pressi di Como” ed era un massimo esponente dell’architettura razionalista. Con suo marito partecipò alla progettazione di vari ospedali. Per quanto sopra, qualcuno ritiene che abbia contribuito alla realizzazione del Banti ma non abbiamo documenti a supporto di questa tesi. Sembra più un voler rendere omaggio ad un grande architetto che è diventato il simbolo dell’emancipazione femminile in un ambito, all’epoca, strettamente maschile. Successivamente alla fine della guerra e congiuntamente alla notevole riduzione della patologia tubercolare, l’edificio è trasformato in attrezzatura ospedaliera, funzione che continua a svolgere sino al 1989. Terminata la funzione sanatoriale e ospedaliera, dopo aver ospitato una comunità di curdi ed albanesi, l’ospedale è oggi del tutto inutilizzato. Nel settembre del 1997 l’amministrazione dell’INAIL ha richiesto alla proprietà l’acquisto dell’edificio per trasformarlo in un albergo da inserire tra le attrezzature per i pellegrini del Giubileo. Tutto questo non si è mai realizzato. L’area è stata per anni vigilata notte e giorno per impedire che venisse occupata. Grazie a questo deterrente, il complesso si era mantenuto quantomeno nel suo aspetto strutturale. Ad oggi, abbandonata la vigilanza, il Banti è stato fenomeno di ogni tipo di vandalismo, fino all’incendio di alcune sue parti nell’inverno 2016. Un’indegna fine per uno stupendo esempio di razionalismo con quasi un secolo di vita.

Descrizione dell’edificio

Presenta un impianto articolato, risultante dalla somma di due corpi longitudinali slittati e raccordati al centro da un’ala trasversale; a tale articolazione planimetrica corrisponde l’estrema compattezza dei corpi a sviluppo orizzontale. Tutto si concentra sulla torre dei collegamenti verticali, punto di riferimento visivo fondamentale per il paesaggio circostante. La rigorosa volumetria dell’impianto è movimentata dal gioco delle altezze: due piani fuori terra per il corpo dell’ingresso, 5 e 6 piani per le ali dei reparti, 7 piani per la torre dei collegamenti. La facciata occidentale presenta al centro i due corpi dell’ingresso e della torre, ambedue caratterizzati dal rivestimento in lastre di travertino. La torre, vero e proprio asse compositivo del sistema, presenta due nastri verticali in vetrocemento che la tagliano per tutta l’altezza sui lati ovest e sud e, in corrispondenza dell’ultimo livello, una serie di aperture a feritoia su tutti i fronti (3 e 4 per lato), evidente richiamo all’architettura fortificata medievale. Le due ali, corrispondenti alle camerate, si articolano su cinque piani fuori terra. Segno distintivo di questo edificio sono le immense vetrate elioterapiche dell’ultimo piano.


Galleria fotografica


Bibliografia

 

 

“Edilizia in Toscana tra le due Guerre”
Mauro Cozzi
Edifir, 1994 – 254 pagine

La Mira Lanza di Roma

Nel 1899 la Società prodotti chimici colle e concimi acquista dalla famiglia Ceccarelli un terreno nella zona sud di Roma, poco distante dal mattatoio, sul lato opposto del Tevere. Ad opera dell’ingegner Giulio Filippucci vengono costruiti i primi edifici in mattoni dell’opificio che comprendono la produzione del superfosfato, dell’acido nitrico e dell’acido solforico. Vengono anche costruiti i forni per la pirite, materia prima con cui si preparano i fertilizzanti.

Magazzini (attuale teatro India) e forni pirite (1899) [1]

Nel 1906 parte dell’area viene venduta alla Società italo americana per il petrolio, che ci farà un deposito, e nel 1913 la Società prodotti chimici colle e concimi cessa la propria attività. A seguito del fallimento l’area passa al Comune di Roma che, con il sindaco Ernesto Nathan, pianifica di destinarla ad impianto per la gestione dei rifiuti. Tale progettò non andrà mai in porto poiché pressioni politiche spingeranno il Comune a vendere l’area alla Fabbrica candele steariche di Mira. La Mira, infatti, oltre a produrre candele produce anche glicerina che viene usata per la produzione di esplosivi e produrre tale componente a Roma è di importanza strategica per rifornire i dinamifici di Segni e di Isola del Liri. Inoltre l’area è vicinissima al mattatoio di Roma, i cui scarti grassi sono usati per la produzione di sapone, e a due importanti direttrici logistiche:  la linea ferroviaria Roma-Civitavecchia (che allora passava sull’attuale “ponte di ferro“) e il Tevere. Inoltre, con la guerra in corso, la Mira si trova costretta a delocalizzare al sud poiché nello stabilimento di Mira la mano d’opera maschile è tutta al fronte.

Al termine della prima guerra mondiale la Mira inizia ad allargare lo stabilimento poiché i fabbricati e macchinari della precedente società sono inadatti alle nuove produzioni. Oltre a quanto necessario per la produzione, vengono anche costruiti un refettorio, un asilo per i bambini degli operai, un’infermeria.

Sono questi gli anni della “guerra del sapone” che vede contrapposte la Mira e la sua più agguerrita concorrente, la piemontese Unione Stearinerie Lanza. La produzione e le strategie di marketing delle due società sono praticamente identiche, e la competizione abbatte drasticamente i prezzi, contribuendo alla diffusione in Italia del sapone con innegabili effetti positivi sull’igiene pubblica di un paese appena uscito da una lunga guerra. Dopo anni di concorrenza spietata, l’arrivo in italia di forti competitor stranieri (le tedesche Benckiser e Henkel e l’americana Procter & Gamble) spinge i due storici nemici a una alleanza che si traduce nel 1924 nella fusione tra le due aziende con la nascita della Mira Lanza.

I progetti della centrale termoelettrica che non venne mai realizzata (1939) [1]

A seguito della fusione lo stabilimento di Roma subisce molte trasformazioni dovute alle ottimizzazioni sinergiche. La palazzina che ospita la direzione e gli uffici, non più necessaria poiché la sede della nuova società si trova a Genova, viene dismessa e ceduta al Comune di Roma che ne fa una scuola, tutt’oggi esistente (edificio 8 nella mappa). Vengono inoltre costruiti nuovi edifici, non collegati alla produzione vera e propria ma più che altro alla logistica o ai servizi, come gli alloggi per gli operai, due dei quali sono ancora presenti, in stato di abbandono, in via dei Papareschi.

Gli alloggi degli operai su via Papareschi, in mappa (12)

Gli alloggi degli operai su via Papareschi, in mappa (13)

 La Mira Lanza, nel periodo tra le due guerre, continua a crescere aumentando incassi e profitti. Durante il fascismo arriva addirittura a produrre per la concorrente Palmolive, che riesce così ad aggirare il protezionismo del regime.

La seconda guerra mondiale provoca una profonda crisi aziendale, dovuta alla carenza di mano d’opera e di materie prime. Subito dopo il conflitto la Mira Lanza inizia a produrre i primi detersivi sintetici, non più basati su materie prime di origine animale. Questo porta in breve tempo all’obsolescenza degli impianti di Roma la cui tecnologia era basata sull’utilizzo degli scarti di macellazione del vicino mattatoio: risulterebbe troppo oneroso riconvertirli. Si arriva così alla chiusura dello stabilimento di produzione romano nel 1952.  La parte dello stabilimento vero e proprio viene ceduta la comune di Roma nel 1961 mentre gli edifici e i magazzini che affacciano su via Pacinotti saranno utilizzati ancora per molti anni per la distribuzione ai grossisti e per la gestione dei premi della famosa raccolta di figurine.

La produzione nel Lazio riprenderà nel 1964 con la costruzione dello stabilimento di Mesa, in provincia di Latina.

Attualmente una parte del nucleo originario della Società prodotti chimici colle e concimi  è stata ristrutturata e recuperata e ospita il teatro India del Comune di Roma (area 1 nella mappa).

L’area ristrutturata del teatro India, in mappa (1) e (4). Sullo sfondo il gasometro sulla riva opposta del Tevere.

Forni pirite e deposito acido solforico, in mappa (4)

L’area adiacente (2 e 3 in mappa), sempre del nucleo storico di fine ‘800, è in totale abbandono ed è stata oggetto di numerose occupazioni. A seguito di uno sgombero nel 2014 la parte (2)  è data alle fiamme e viene pesantemente danneggiata.

Gli edifici che affacciano su via Pacinotti, gli ultimi a essere dismessi negli anni ’70, sono oggi utilizzati dalla Croce Rossa Italiana.

Il vecchio ingresso su via Pacinotti, oggi in uso alla Croce Rossa, in mappa (10)

Nel 2016 999Contemporary si rende protagonista di un interessante iniziativa con l’artista francese Seth: l’area (2) viene trasformata in un museo “abusivo” grazie alle istallazioni e ai disegni di Seth. Per visitare il museo occorre entrare abusivamente e illegalmente nell’area da un buco nella recinzione. Vuole essere una provocazione per le istituzioni capitoline affinchè si rendano parte attiva nel recupero dell’area. Dal 2017 una famiglia Rom abita nel museo e Tito, il capo famiglia, ne è direttore e curatore .

Mappa attuale dell’area (Google maps) con legenda degli edifici

Legenda degli edifici (tra parentesi la data di costruzione)

  1. Magazzino (1919). E’ stato ristrutturato e attualmente ospita il teatro India
  2. Saponificio (1919). In abbandono, ospita l’Ex Mira Lanza Museum
  3. Caldaie ed estrazione grassi (1919). In abbandono
  4. Forni pirite e deposito acido solforico (1919). In ristrutturazione in carico al teatro India
  5. Deposito perfosfato (1907). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa Militare
  6. Uffici e abitazioni (1899-1907). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa Militare
  7. Portineria, infermeria, asilo, refettorio (1918).
  8. Direzione generale, uffici tecnici e laboratori chimici (1918). Venduto al comune di Roma ospita, dal 1924,  la scuola Giovanni Pascoli.
  9. Area della Società Italoamericana del petrolio (1906).
  10. Stazione autocarri (1919). Attualmente in dotazione alla Croce Rossa
  11. Scuderie (1920).
  12. Alloggi. In abbandono
  13. Alloggi. In abbandono
  14. L’area, ora vuota, ospitava alcune parti degli impianti, tra cui: macchinario per il superfosfato, deposito acido nitrico, deposito solfato di rame, spogliatoio e mensa, portineria, raffinazione olii, impianto per la glicerina di liscivia. Sempre in quest’area avrebbe dovuto sorgere la centrale termoelettrica alimentata con gli scarti della sansa di oliva. Venne presentato il progetto con la richiesta edilizia al comune nel 1939 ma la guerra mondiale alle porte fermò la costruzione.

Galleria fotografica (pellicola b/n)


Galleria fotografica (l’installazione di Seth)

 


Riferimenti in rete

Bibliografia

  • ENRICA TORELLI LANDINI, 2007, “Roma – Memorie della città industriale“, Palombi editore (da cui sono tratte le immagini [1]  dei progetti d’epoca 

I padiglioni di Poggio alle Croci del manicomio di Volterra

L’ospedale psichiatrico di Volterra o Frenocomio San Girolamo ebbe origine nel 1884 come ospizio di mendicità per i poveri del comune. Cominciò la sua attività con 4 degenti e registrò nel 1942 il massimo di presenze contando 4145 pazienti e 770 dipendenti.

Negli anni ‘20 il complesso ospedaliero comprendeva 13 padiglioni destinati ai malati ed ai servizi e svariati edifici quali officina, molino, forno, etc. che servivano ad assicurarne l’autosufficienza.

Gli ultimi padiglioni furono costruiti sul Poggio alle Croci per l’assoluta mancanza di spazio edificabile. Il Poggio fu scelto per la vicinanza al frenocomio stesso, cosa che consentiva di usufruire completamente dei servizi generali di quest’ultimo.
Nel 1926 fu realizzato il padiglione Charchot come ricovero femminile. Successivamente il Ferri, per ospitare pazienti pericolosi o ritenuti tali, ed infine il Maragnano per gli ammalati di tubercolosi.

I padiglioni del Poggio alle Croci (2015 circa)

Il direttore fino ad allora era stato il professore Scabia, che aveva cercato di realizzare un manicomio autosufficiente con officina, azienda agricola e perfino una propria moneta; cercò inoltre di curare i degenti con la terapia occupazionale, escludendo l’uso su di loro di strumenti fisici coercitivi. Ma non ebbe il successo sperato e dopo la sua morte, avvenuta nel 1934 (si fece seppellire nel cimitero dove venivano inumati i cadaveri dei degenti  non reclamati dalle famiglie) nell’ospedale si rafforzò il regime poliziesco ed una organizzazione piramidale che escludeva di fatto il rapporto tra staff tecnico e pazienti. Questo a maggior ragione nel “manicomio criminale” Ferri. Gli infermieri non potevano dare notizie ai parenti dello salute psichica del malato né ai pazienti notizie dei loro parenti o di quanto avveniva nel mondo. Anche la corrispondenza non veniva mai recapitata ma conservata in loco. A questo riguardo è stato da poco ripubblicato il libro “Corrispondenza negata” uscito una prima volta nel 1978 e contenente alcune delle lettere che non furono mai spedite.

Nel 1963 si cominciò a cambiare il regime carcerario fino alla definitiva chiusura di tutto il manicomio nel 1978 con l’entrata in vigore della legge Basaglia.

Il padiglione Ferri è famoso per le incisioni fatte dal degente Oreste Fernando Nannetti, soprattutto sulle pareti esterne degli edifici manicomiali. Sono circa 180 metri x 2 di frasi e disegni eseguiti senza una logica apparente. Di lui e della sua opera parleremo in un prossimo numero della rivista. Qui sotto intanto un’esempio significativo del suo lavoro.

 

.. ha fatto caso a questi spazi lasciati vuoti sopra la panca? ci stavano seduti tre ricoverati, ogni mattina li portavamo al loro posto, sempre lo stesso tutti i santi giorni, lo si faceva per abitudine, a loro andava bene o meglio per loro non faceva differenza, erano, come si dice, catatonici, non muovevano un dito, non proferivano una parola, stavano seduti sulla panca appoggiando la schiena al muro; ci ha scritto tutto intorno, lui scriveva e loro non battevano ciglio intenti a fissare va a sapere cosa, può riconoscere anche i contorni delle teste, vede? una due tre ..”

Tratto da “Nannetti” di Paolo Morandi


Galleria fotografica a colori

 

 


Galleria fotografica bianco e nero

 

 


Riferimenti in rete

 


Bibliografia


 

 

N.O.F. 4 Il libro della vita
Mino e Aldo Trafeli
Edizioni Bandecchi e Vivaldi 2016

 

 


 

La corrispondenza negata
Epistolario della nave dei folli (1889-1974)
Autori vari
Edizioni del cerro 2008

 

 

 

 

 

 

Le officine della follia.
Il frenocomio di Volterra (1888-1978)
di Vinzia Fiorino
Editore ETs

 

 

 

 

Il Frenocomio di S.Girolamo in Volterra
di Luigi Scabia
Pubblicato a Volterra nel 1910 dallo Stabilimento Tipografico A. Carnieri

Isotta Fraschini

L’Isotta Fraschini fu fondata nel 1900 come “Socità milanese d’automobili Isotta Fraschini & C.” da Cesare Isotta e i fratelli Vincenzo Oreste Antonio Fraschini.

Inizialmente l’azienda si occupava di assemblare parti e componenti di veicoli di provenienza straniera, del montaggio su telai di propria progettazione e costruzione, della vendita delle vetture così ottenute e della commercializzazione di vetture straniere.

Ben presto l’azienda cominciò a progettare e produrre in proprio tutte le parti e nel 1904 divenne “Isotta Fraschini S.p.A. Milano”.

Per molti anni progettò e produsse motori eccezionali per impieghi aeronautici, navali, civili, militari e veicoli sia per uso civile che militare.

Negli anni ’30 la fabbrica trasferì sul territorio di Saronno alcuni suoi stabilimenti ed anche successivamente a causa dei bombardamenti di quelli di via Monterosa a Milano durante la Guerra. Creando così a Saronno un’importante realtà industriale.

Nel 1943, con un organico di circa 10.000 operai ripartiti negli stabilimenti di via Monterosa, di Saronno e di Cavaria Oggiona, si producevano ogni mese all’incirca:

  • 150 motori aeronautici;
  • 20 motori marini per aerosiluranti;
  • 250 mitragliatrici;
  • 40 autocarri;
  • una quantità imprecisata di semilavorati, fucinati e fusi di grande qualità, forniti anche ad altre industrie.

Gli autocarri avrebbero dovuto assumere un peso maggiore nel quadro congiunturale assolutamente negativo che si poteva prevedere per il primo dopoguerra. Va dato atto a Gianni Caproni di aver concepito la riconversione del suo gruppo proprio secondo questo indirizzo.

In un promemoria, redatto alla fine del 1949, egli scrisse:

“… Convinto che, con la fine delle ostilità, ci sarebbe stato un netto e totale arresto della produzione aeronautica, avevo predisposto uno studio per un programma di produzione civile. La via migliore per assicurare il lavoro a migliaia di operai era di sviluppare la sezione automobilistica dell’Isotta Fraschini in collaborazione con la Aeroplani Caproni, la CEMSA e i Cantieri Aeronautici Bergamaschi. L’Isotta Fraschini avrebbe costruito motori e telai, la CEMSA ponti, assali, sterzi, la Aeroplani Caproni le carrozzerie e la CAB le pompe d’iniezione e gli accessori. La produzione, per l’Italia e per l’estero, doveva essere di autocarri, autobus, filobus.”

In queste note l’automobile non compariva esplicitamente ma, sta di fatto che Caproni autorizzò, a suo tempo, gli studi e la realizzazione dei prototipi della F11 e della Monterosa, concepiti come prodotti complementari sul piano commerciale, che avrebbero potuto aver successo se il gruppo d’industrie cui facevano capo avesse mantenuto la ripartizione di ruoli ipotizzata con un efficace coordinamento centrale.

Inoltre, Caproni si era assicurato in Argentina e in Brasile sostanziosi contratti per la fornitura di veicoli industriali che avrebbero costituito, con il conseguente introito, il volano finanziario necessario al rilancio. Nel promemoria citato, viene anche evidenziato un quadro favorevole all’operazione.

“… Le aziende erano in condizioni economicamente brillanti, con macchinari rinnovati, impianti danneggiati solo in minima parte. In quarant’anni d’industria non abbiamo mai avuto un momento così favorevole. “

La nomina di commissari governativi, voluta dal Comitato di Liberazione Nazionale in aziende che avevano servito il regime fascista, pur essendo un atto politicamente dovuto, fu la prima causa del mancato coordinamento interaziendale.

Infatti, il citato promemoria prosegue riferendo che:

“… Finita la guerra, nell’Isotta Fraschini furono nominati dei Commissari ai quali fu avocata la direzione. All’Aeroplani Caproni ebbi la soddisfazione di essere nominato commissario, assistito da due vice-commissari, ma tale nomina non ebbe significato alcuno perché fui perseguitato per circa un anno da un mandato di cattura, seguito da assoluzione in istruttoria per insussistenza dei reati attribuitimi. Tuttavia … avevo fatto un programma per il raggruppamento dell’Isotta Fraschini con la Aeroplani Caproni e la CEMSA in un’unica società. Questo programma fu portato avanti anche dopo la creazione del FIM (N.d.R.: Fondo di finanziamento delle Industrie Meccaniche, poi ristrutturato in EFIM nel 1967). Se tale programma fosse stato discusso e tempestivamente attuato, sarebbe stato sufficiente un finanziamento inferiore alla metà di quelli che poi furono fatti dal FIM alle predette aziende. Si sarebbe superata la crisi con lieve riduzione del personale. Il programma era stato accettato dalla Confederazione Generale Italiana del Lavoro, dal Ministero del Lavoro, dal Ministero dell’Industria, e sembrava che nessun ostacolo dovesse frapporsi alla sua realizzazione. Sennonché nella riunione del FIM (dicembre 1947) non fu approvato. Da questo momento iniziò il tracollo dell’Isotta Fraschini e il periodo di grandi perdite della Caproni sotto la direzione degli incaricati del FIM. “

Il 9 gennaio 1953 il Tribunale di Milano dichiarò l’insolvenza dell’Isotta Fraschini ordinandone la liquidazione.

Nel 1955 l’azienda si fuse con la “Breda Motori” di Milano e nacque la “F.A. Isotta Fraschini e Motori Breda” con stabilimenti in via Milano a Saronno. Vennero progettati e realizzati importanti prodotti nel settore ferroviario, navale e industriale.

All’inizio degli anni ’60 venne fondato a Bari uno stabilimento per la produzione di motori Diesel di grande successo.

Verso la fine degli anni ’70 la società cambiò nome prima in “Isotta Fraschini” poi in “Isotta Fraschini Motori” e cessò la sua attività a Saronno alla fine degli anni ’80 con il trasferimento della produzione negli stabilimenti di Trieste della soc. Fincantieri, successivamente trasferiti a Bari.

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Foto storica che ritrae uno dei capannoni dello stabilimento di Saronno con veicoli bellici in produzione

Di seguito la copertina del libro “Oltre la Fabbrica”, scritto a due mani da Giacinto Romano Canazza e Maurizio Cicardini.

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Il libro “Oltre la Fabbrica” scritto a due mani da Giacinto Romano Canazza e Maurizio Cicardini

Qui una breve descrizione del contenuto del volume:

“Una lapide riportante 38 nominativi di Caduti per la Libertà, null’altro. Una lapide presente ora quale monito presso il Museo delle Industrie e del Lavoro Saronnese (MILS) di Saronno. Questi sono gli scarni elementi da cui sono partiti gli autori, ex dipendenti Isotta Fraschini Saronno, per condurre questa ricerca storica al fine di risalire alle storie ultime delle persone citate sulla lapide in una sorta di “Chi erano costoro? Chi erano e in quale circostanza sono morti?” 
Per meglio comprendere il contesto storico in cui le vicende di ognuno si sono svolte, ed a complemento della ricerca, vi è una breve introduzione riguardante il periodo storico che va da dopo il primo dopoguerra sino alla Liberazione, toccandone solo gli elementi principali, ma comunque importanti per le storie ricostruite.
I risultati della ricerca riguardante le vicende dei caduti con le relative schede biografiche costituiscono comunque l’elemento preponderante, e le storie di ciascuno, con narrazione asciutta basate esclusivamente sui documenti ritrovati aiutano a comprendere la portata delle loro azioni, inserite in un momento storico particolare.
Lo sfondo politico e sociale di quel periodo emerge scorrendo le storie ad una ad una, diverse tra loro per origine, fatti personali, tipologia di avvenimenti e località, accomunate dal lavorare nella stessa Fabbrica prima, e dal tragico destino poi.”

Di seguito un video con una importante testimonianza di ex dipendenti dello stabilimento di Saronno:


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Riferimenti in rete

Manifattura tabacchi di Bologna

La “vecchia” manifattura

La prima manifattura tabacchi a Bologna venne realizzata ad inizio ‘800 in via Riva di Reno.

Sorgeva accanto al fiume Reno di cui utilizzava l’acqua per i processi produttivi e nacque da un convento di suore domenicane che, con l’annessione di Bologna alla Repubblica Cisalpina del 1799, venne requisito  e trasformato in manifattura tabacchi.

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La manifattura “vecchia” di via Riva di Reno

L’edificio principale, che affacciava sul canale, conserva tuttora la facciata originale frutto della totale riprogettazione del 1906 ad opera dell’architetto Gaetano De Napoli.  Attualmente (2016) il palazzo della manifatttura “vecchia” è sede della Cineteca di Bologna.

La “nuova” manifattura di Pier Luigi Nervi

Nel 1949 l’Amministrazione Monopoli di Stato bandisce un concorso per la realizzazione della nuova manifattura tabacchi che viene vinto da Pier Luigi Nervi. Fu, come di consueto, lo stesso nervi, con la sua azienda, a costruire la manifattura che venne ultimata nel 1952.

La prima parte, che viene ultimata da Nervi nel 1952, è il magazzino tabacchi greggi in balle. Si tratta di un edificio di cinque piani lungo 210 metri costruito utilizzando casseforme in ferro-cemento poste in opera rapidamente e senza bisogno di dover montare e smontare le casse per le colate di cemento.

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Il magazzino tabacchi greggi in balle

E’ invece del 1954 la realizzazione, sempre da parte di Nervi, dei cinque capannoni destinati allo stoccaggio dei tabacchi grezzi in botti. Si tratta di cinque strutture parallele lunghe 117 metri, con tetto a volta in cemento.

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I cinque magazzini tabacchi greggi in botte (in costruzione)

Il terzo edificio di estremo pregio costruito da Nervi per la manifattura di Bologna, è il magazzino del sale che si trova alle spalle dell’edificio principale e venne costruito con la forma di paraboloide.

Completano il complesso la centrale termica e gli uffici sul fronte principale, questi ultimi demoliti completamente.

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Pianta dell’area. Gli edifici evidenziati in giallo sono stati demoliti (2016)

Nel momento di massima espansione presso la manifattura di Bologna arriveranno a lavorare oltre mille persone.

Nel 2003 i Monopoli di Stato italiani vendono tutte le proprie attività alla British American Tobacco che gradualmente dismette tutti i siti produttivi, chiudendo nel 2004 anche la manifattura di Bologna. Da quel momento il complesso viene lasciato in stato di abbandono per anni, diventando anche rifugio di senza tetto e piazza di spaccio.

Nel 2011 la Regione Emilia Romagna bandisce un concorso di progettazione per la riqualificazione ed il recupero funzionale dell’ex manifattura tabacchi per la realizzazione del tecnopolo di Bologna. Nel 2015 iniziano i lavori con la demolizione completa degli uffici fronte strada.

 


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Cotonificio Crespi

Verso la fine del 1800 la famiglia Crespi realizza in Lombardia una piccola città/fabbrica completamente autonoma: Crespi d’AddaCristoforo Benigno Crespi acquista nel 1877 85 ettari sulle rive dell’Adda e inizia la costruzione di uno stabilimento per la lavorazione del cotone che sarà inaugurato nel 1878.

La vicinanza dell’Adda è fondamentale perché è dalla corrente del fiume che viene tratta la forza motrice necessaria alle macchine. Inizialmente tale forza viene usata direttamente e solo nel nuovo secolo avviene il salto tecnologico con lo sfruttamento dell’acqua per ottenere la corrente elettrica.

Attorno alla fabbrica i Crespi iniziano a costruire il villaggio operaio che ospiterà le maestranze e i quadri aziendali. Si tratta di un vero e proprio paese, creato da Ernesto Pirovano e Pietro Brunati (responsabili anche della costruzione della fabbrica e della centrale idroelettrica), destinato ad essere abitato esclusivamente dai dipendenti.

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Foto storica del cotonificio (da crespidaddaunesco.org)

Il villaggio viene ad essere costruito come città ideale in cui sono presenti tutti i servizi necessari senza spese aggiuntive per i dipendenti. E’ infatti tutto a carico dell’azienda, dagli affitti, alle spese sanitarie, alle scuole.

Nel 1889 i lavoratori del cotonificio sono così composti: 210 uomini, 250 donne, 140 ragazzi con meno di 15 anni.

Nel 1891 viene inaugurata la scuola, totalmente gratuita (dai libri alla mensa) dove i bambini possono studiare sino alla terza elementare. Chi vorrà continuare gli studi potrà farlo a Bergamo, sempre a spese dell’azienda.

E’ del 1892 l’inaugurazione della linea telefonica che collega la fabbrica con la dimora milanese della famiglia Crespi, mentre nel 1893 viene inaugurata la chiesa.

L’attività del cotonificio prospera e nel frattempo si procede all’ampliamento sia del villaggio che degli stabilimenti. Questi saranno raddoppiati nel 1894 con l’inaugurazione presieduta dalla Regina Margherita. Nello stesso anno la famiglia Crespi si trasferisce a vivere nella villa-castello fatta costruire accanto all’opificio.

Nel 1909 avviene il grande salto tecnologico con l’ammodernamento di tutti i macchinari che ora funzionano a corrente elettrica. E’ l’anno in cui si inaugura la centrale idroelettrica che fornirà corrente alle macchine e (gratuitamente) all’intero villaggio. La centrale è progettata da Pietro Brunati ed ospita tre turbine Francis ad asse verticale prodotte dalla Brown Boveri da 1000 Kva ciascuna. Le turbine funzioneranno per circa cento anni sino alla dismissione dell’impianto nel 2003. Il pavimento della centrale elettrica, dove spiccano le tre turbine, è realizzato in parquet.

Nel villaggio Crespi si lavora, si vive e si muore. A chiudere il ciclo integrato dell’esistenza in questo luogo manca solo il cimitero, progettato da Gaetano Moretti, che verrà inaugurato nel 1908.

La struttura del villaggio viene integrata negli anni ’20 con la costruzione di otto villini signorili, destinati ai dirigenti dell’azienda.

Nel 1930, a seguito di una profonda crisi, lo stabilimento passa dalla proprietà della famiglia Crespi a quella della Banca Commerciale Italiana. Da questo momento in poi si susseguiranno i cambi di proprietà con alti e bassi nei bilanci e nella produzione.

Nel 1995 il villaggio di Crespi viene inserito dall’UNESCO tra i siti patrimonio dell’Umanità.

Si arriva, nel 2003, alla chiusura definitiva dello stabilimento con la procedura di fallimento dell’ultima proprietà (il gruppo Polli) mentre il villaggio vero e proprio era stato già alienato, come proprietà, ai privati sin dal 1975.

Dopo anni di abbandono, segnati da atti di vandalismo che deturpano soprattutto gli uffici, nel 2013 la fabbrica viene acquistata dal Gruppo Percassi che intende ristrutturarla per insediarci il proprio quartier generale.

Sorte diversa tocca alla centrale elettrica, rilevata nel 2011 da Adda Energi S.r.l. dopo la procedura fallimentare. Viene infatti ristrutturata completamente e riattivata. Le originali turbine Brown Boveri sono lasciate al proprio posto, con il vecchio pannello di controllo, a fini museali e la generazione elettrica affidata a due nuove turbine del tipo “Kaplan biregolante” ad asse verticale e con rimando angolare a 90° da 1200 Kva ciascuna.

 


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Metallurgica Vittorio Cobianchi

La ferriera nasce ad Omegna (VB) da una piccola azienda produttrice di fil di ferro fondata nel 1857 da Vittorio Cobianchi.
Negli anni compresi trai il 1888 e il 1891 l’azienda, sfruttando le acque di un canale artificiale emissario del lago d’Orta, utilizza macchinari più moderni sia a vapore che elettrici: la produzione e conseguentemente la mano d’opera aumentano.
Agli inizi del Novecento lo stabilimento si estende su di un’area di 120.000 metri quadri e occupa 500 operai circa.
Negli anni Venti l’azienda attraversa un periodo di crisi e la proprietà passa dal figlio di Vittorio al genero, avvocato Alliata, che, grazie alla diversificazione dei prodotti, riesce a risollevarne le sorti. Il periodo di maggior sviluppo, quando la mano d’opera assomma a 1.400 operai, si interrompe negli anni cinquanta con la chiusura di alcuni reparti.
Negli anni Settanta il gruppo Alliata cede l’attività al gruppo Pietra di Brescia che la porta avanti fino al 1982 quando la fabbrica chiude definitivamente i battenti.

Su di una parte dell’area della metallurgica sorge adesso il “Forum Omegna”, istituzione che promuove la ricerca storica e la conservazione della memoria della civiltà industriale del territorio.

Una notizia degna di rilievo è la storia del Ferrital perche’ si ricollega a quanto scritto nella scheda della “Meccanica Romana” a proposito del tentativo di estrarre ferro dalla sabbie di Ostia.
C’è stata poi la questione del Ferrital. Il fat­to è questo: due ingegneri che si occupavano anche di siderurgia, si chiamavano Arata e Venzi, romani, ebbero l’idea di sfruttare le sab­bie ferrifere del lido di Ostia.
C’erano delle enormi distese di que­sta sabbia che era nera e proveniva addirittura dall’epoca romana, perché i romani sapevano fare anche l’acciaio, le spade dei romani non erano di ferro ma d’acciaio. Allora loro hanno fatto un proce­dimento, l’hanno studiato e succedeva questo: mettendo in un for­no elettrico del minerale di ferro il prodotto che saltava fuori era la ghisa, mettendo in un forno elettrico delle sabbie ferrifere del lido
di Ostia assieme a qualche correttivo di alluminio e a un po’ di car­bone dolce, di quello che fanno i carbonai con la legna delle valli, anziché saltar fuori della ghisa, chissà perché saltava fuori del ferro quasi puro, ferro astrale, siderale, cioè quello che c’è nel cosmo. Era un ferro che aveva delle qualità fantastiche: duttile, malleabile, insomma assomigliava in modo incredibile al rame, era talmente dolce che assomigliava al rame.
Allora c’era l’autarchia, uno che avesse trovato la maniera di sostituire al rame costosissimo e intro­vabile per noi italiani – capirà, non abbiamo neanche gli occhi da piangere in materia di rame – e l’avesse sostituito con un ferro dalle stesse caratteristiche proveniente da un magazzino enorme come le sabbie del lido di Ostia, diventava un salvatore della patria. Allora di questo Ferrital se n’è parlato in tutte le salse… Saltava fuori que­sto ferro però succedeva che per ottenerlo non bastava fare una so­la colata, bisognava rifonderlo due o tre volte e costava un occhio della testa, altro che il rame. Allora cosa ha pensato il nostro Com­missariato per le produzioni di guerra? Ha pensato di adoperare questo Ferrital per fare i bossoli delle cartucce di mitragliatrice e di fucile oppure per fare rocchetti di ferrocromo, perché fosse ancora più inossidabile, dato che il ferro siderale da solo si ossidava.
Quei rocchetti li abbiamo fatti e servivano per i siluri telecomandati o qualcosa del genere. Noi allora, con quella scusa lì di fare il Ferri- tal, ottenevamo con molta facilità tutte le altre cose come il carbone e le ferroleghe, ma è stato un bluff. L’esperimento ad ogni modo in Italia l’ha fatto solo la Cobianchi. E il “Corriere della Sera” nel ’39 titolava: Un interessante dimostrazione a Omegna. Naturalmente i tedeschi, la prima cosa che han chiesto venendo qui è stato il Ferrital, sapevano che qui c’era il Ferrital, invece han trovato.
.”
Il libro da cui è stata tratta la testimonianza precedente è “Uomini di Ferriera” di Filippo Colombara.

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Attraverso le testimonianze degli operai della Metallurgica Vittoria Cobianchi scorrono i momenti salienti del Novecento: le prime attività sindacali, l’occupazione della fabbrica, il ventennio fascista, la resistenza ed infine le lotte contro la chiusura.
Un libro importante per non lasciar cadere nell’oblio quella che è stata la realtà operaia del 900.

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Colonia Fara

La colonia marina fu voluta dal Partito Nazionale Fascista nel 1935 come luogo di villegiatura estivo per i fanciulli, nel quadro dei programmi di welfare del regime.

Progettata dall’ing. Camillo Nardi Greco (che aveva già realizzato le colonie di Savignone – Renesso e Montemaggio nel 1933 – e di Rovegno – nel 1934 -)  e dall’arch. Lorenzo Castello, venne inaugurata el 1938 alla presenza di Benito Mussolini. Si chiamò Fara poichè dedicata al Generale Gustavo Fara.

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Durante la seconda guerra mondiale venne requisita ed adibita ad ospedale militare per tornare, nel 1946, ad essere una colonia estiva. Tra il 1947 e il 1955, ospitò i profughi d’Istria.

Negli anni ’60 venne convertita in “Ostello per la gioventù italiana”, cambiando denominazione in Faro. Qui sotto il volantino che la pubblicizzava all’epoca

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Negli anni ’80 il Comune di Chiavari la riutilizzò parzialmente come sede di un’associazione sportiva e di una scuola elementare. La mancanza di manutenzione portò al completo abbandono della struttura alla vigilia del 2000.

Dopo una lunga serie di vicende burocratiche e legali, nel 2015, sono iniziati i lavori di ristrutturazione. La colonia ospiterà un hotel, un centro benessere e alcuni appartamenti privati, oltre a una serie di servizi legati alle attività estive.

La colonia in fase di ristrutturazione (agosto 2016)

La colonia in fase di ristrutturazione (agosto 2016)


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Saponificio Annunziata

La storia del saponificio Annunziata di Ceccano è legata indissolubilmente alla figura del suo fondatore, Antonio Annunziata (1906-1984). Sin da piccolo Antonio impara il mestiere del saponificatore nella bottega del padre, Luigi, a Sora. Vuole la leggenda che il giovane Antonio, appena gli fu possibile, acquistò una moto Guzzi con cui faceva il giro dei lavatoi del circondario lasciando alle massaie campioni del suo sapone a fini promozionali.

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Nel 1929 l’attività artigiana degli Annunziata conta quindici operai e una produzione di ben sei quintali giornalieri. Per far fronte alle necessità di crescita, Antonio (che ha ormai preso le redini dell’impresa) deve trovare una nuova sede più ampia e la scelta cade su un’area della vicina Ceccano, che presenta due caratteristiche fondamentali per il ciclo produttivo e logistico: la vicinanza contemporanea del fiume Sacco e della ferrovia.

Lo stabilimento cresce rapidamente acquistando altri terreni confinanti sino a giungere alla superficie definitiva di 50.000 metri quadrati.  La maggior parte delle superfici esterne degli edifici dello stabilimento è realizzata in vetrocemento, rendendolo estremamente luminoso.

Antonio Annunziata è molto attento nella selezione del personale, prediligendo operai del suo paese natio, Sora, dei quali si fida di più e che hanno per lui una vera e propria venerazione.

Nel 1938 viene fondata la Società Anonima Stabilimenti Annunziata, con un capitale sociale di 250.000 lire e il numero di operai supera i 100.

Antonio Annunziata sovraintende tutti gli aspetti dell’attività industriale, dalla produzione al marketing, alimentando anche leggende che lo vedono assaggiare il sapone per verificarne dal gusto il grado di alcalinità. Nel marketing ha idee semplici ma molto efficaci: in primis la prova diretta del prodotto continuando la tradizione di quando, da ragazzo, andava in moto a lasciare campioni alle massaie presso i lavatoi. Durante la guerra d’Abissinia commercializza una saponetta dal marchio “negro”  che presenta l’immagine di un bimbo di colore che si sbianca grazie al sapone (messaggio oggi estremamente unfair che tra l’altro venne ripreso successivamente dalla Miralanza con Calimero che non era nero ma solo sporco).

Durante il ventennio fascista, a ridosso dello scoppio della seconda guerra mondiale, sulle saponette da bucato viene stampata una scala rovesciata accompagnata dal motto “SALIRE SEMPRE”. Il marchio SCALA, da allora, accompagnerà sempre i prodotti dell’azienda e le sopravviverà fino ad essere utilizzato anche attualmente.

Durante la seconda guerra mondiale lo stabilimento viene danneggiato dai bombardamenti e alla fine del conflitto viene ricostruito e ammodernato: è del 1948 la trasformazione della ditta in Annunziata S.p.A. Nell’immediato dopo guerra il sapone è un genere di prima necessità e l’Annunziata ne produce di ottima qualità, con pochissima concorrenza (ancora nel 1959 l’Annunziata produce, da sola, un terzo del fabbisogno nazionale).

La crescita dell’azienda vede l’ingresso ai vertici dei due figli di Antonio: Luigi come responsabile vendite e amministrazione e Pasquale per gli acquisti e lo sviluppo.

La Annunziata creò un forte legame con la città di Ceccano non solo per l’importantissimo impatto occupazionale ma anche finanziando e sponsorizzando la squadra locale di calcio che ottenne lusinghieri risultati nella propria categoria, facendo dimenticare ai ceccanesi l’assenza di rappresentanza sindacale in fabbrica.

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In occasione delle elezioni comunali del 1952 la direzione dell’azienda fece circolare un volantino in cui diffidava dal votare per i socialcomunisti, pena lo spostamento degli investimenti in un’altra squadra di calcio, forse quella di Sora. Vinse comunque il PCI e non vi furono le temute rappresaglie, rimanendo la squadra in città.

Nel 1961 le organizzazioni sindacali entrano per la prima volta in fabbrica. L’Annunziata, per dare una parvenza di rappresentanza dei diritti dei lavoratori, presenta infatti una propria lista senza immaginare che anche CISL e CGIL avrebbero fatto altrettanto. In seguito alle votazioni aziendali la lista dell’Annunziata ottiene tre rappresentanti, quanto quella della CGIL.

Lo scontro sociale tra gli operai e la direzione dell’Annunziata cresce di intensità con successivi scioperi, fino ad arrivare alla tragedia del 28 maggio 1962 quando le forze di polizia, chiamate a sedare la protesta pacifica degli operai, aprono il fuoco uccidendo l’operaio Luigi Mastrogiacomo e ferendo numerose altre persone.

Le forze dell'ordine presidiano i cancelli della fabbrica (archivio l'Unità)

Le forze dell’ordine presidiano i cancelli della fabbrica (archivio l’Unità)

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Luigi Mastrogiacomo e l’articolo de l’Unità che ne annuncia l’assassinio

L’evoluzione degli stili di consumo porta, con il tempo, all’obsolescenza della saponetta per bucato, a vantaggio dei detersivi in polvere e liquidi. Lo stabilimento di Ceccano richiederebbe investimenti troppo alti per essere riconvertito alle nuove produzioni e quindi vive un lento declino che lo porta a chiudere nel 1997. Nel 1999 viene dichiarato ufficialmente il fallimento dell’azienda con il definitivo licenziamento dei 137 dipendenti.

Il marchio Scala è sopravvissuto all’azienda e dal 2003 è di proprietà della Deco Industrie che lo utilizza per saponi da bucato e prodotti cartacei.


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Ceramiche Brunelleschi

Questo stabilimento si trova nella frazione “Le Sieci”, lungo la strada aretina che collega Pontassieve a Firenze. Sorge all’interno di un’area che comprende una delle più vecchie fornaci del nostro paese.

Le prime notizie certe relative alla fornace delle Sieci risalgono al 1774: sappiamo infatti che in quell’anno essa fornì gran parte dei laterizi utilizzati per i lavori di restauro ed ampliamento del Palazzo Pretorio a Ponte a Sieve.
Si può ragionevolmente supporre però che la fornace esistesse già da qualche tempo, anche se non se ne trovano tracce documentate.
La scelta del luogo d’impianto è da mettersi in relazione essenzialmente con la vicinanza dell’Arno, da cui veniva tratta la materia prima per la “formatura” dei mattoni, che avveniva nelle “piazze dei mattonai” situate sul greto del fiume.

In origine la fornace era strettamente legata alla vita e alle necessità della vicina fattoria Albizi di Poggio a Remole cui spettava, attraverso la figura dell’agente (fattore), l’amministrazione della fornace stessa: come testimoniato per molte altre simili realtà disseminate nel territorio circostante la fornace, alimentata dalla “stipa” e dalle “fastelle” provenienti dai boschi aziendali, forniva il materiale necessario per la manutenzione della villa padronale e delle numerose case coloniche dipendenti dalla fattoria stessa, in un’ottica principalmente di auto-consumo (non si hanno notizie, se non sporadiche, di vendite di materiale).

Le oscillazioni nella produzione ed il carattere stagionale di determinate fasi della lavorazione (impasto, formatura e stagionatura dei mattoni) facevano sì che la fornace si avvalesse di mano d’opera saltuaria, con – probabilmente – l’unica eccezione di un “maestro fornaciaio”.
In quest’epoca (fine del ‘700) l’abitato delle Sieci era costituito dalle poche case situate lungo l’Arno alla confluenza del torrente Sieci, nei pressi della pescaia, mentre intorno all’antica pieve di Remole esistevano soltanto alcune case coloniche, di pertinenza anch’esse della fattoria Albizi. Come si vedrà più avanti, il passaggio della fornace ad una dimensione industriale alimentò col tempo anche lo sviluppo dell’antico borgo e la nascita dell’odierna frazione di Sieci, intorno alla fabbrica e alla millenaria pieve.

Una prova certa dell’esistenza della Fornace delle Sieci ci viene invece dalle mappe del Catasto Generale Toscano degli anni venti dell’800: a questa data il complesso risulta già articolato attorno a due fornaci: una per la produzione di laterizi e calcina e un’altra destinata alla produzione del cosiddetto “lavoro sottile”. Alla morte del marchese Amerigo degli Albizi, avvenuta il 14 gennaio 1842, e con la conseguente estinzione del ramo fiorentino della famiglia, l’intero patrimonio familiare (compresa quindi la fornace di Sieci, facente parte della fattoria di Remole) passò ad un ramo collaterale della famiglia (trasferitosi in Francia fin dal ‘400), nella persona del Cav. Alessandro. Fu il figlio di quest’ultimo, Vittorio, figura di primo piano nel panorama culturale ed economico fiorentino, ad avviare alla metà del secolo la ristrutturazione e il potenziamento della fornace, secondo principi imprenditoriali. Egli fece importare dalla Francia nuove tecnologie con le quali dette inizio alla produzione di speciali embrici di copertura in seguito chiamati “marsigliesi”, dal luogo d’origine delle maestranze specializzate. Pur rimanendo legata amministrativamente alla fattoria di Remole, la fornace si apprestava a vivere una stagione di grande fortuna, in cui non scarso peso ebbe la felice ubicazione dello stabilimento, servito non solo dalla rotabile regia Aretina ma anche dalla nuova strada ferrata Firenze – Arezzo, inaugurata nel 1862. Erano gli anni di Firenze capitale e la Fornace delle Sieci si attrezzò per soddisfare le aumentate richieste da parte del vicino mercato cittadino, cercando di accrescere e diversificare la produzione.

In relazione a questa fase di sviluppo salì ovviamente anche il numero di coloro che erano stabilmente occupati nell’impianto, che intorno al 1860 impiegava 24 addetti, cifra destinata ad aumentare negli anni successivi.
Parallelamente si verificò anche una crescita della popolazione dell’abitato delle Sieci, che ben presto poté fregiarsi di una nuova stazione ferroviaria, inaugurata il 6 settembre 1878.
Alla morte di Vittorio degli Albizi (avvenuta il 14 marzo 1877), la “fabbrica delle terre cotte posta alle Sieci” era ormai ultimata, e capace di sostenere una regolare produzione della nuova gamma di prodotti (tegole alla marsigliese e mattoni forati). La proprietà fu rilevata dalla sorella Leonia Anna, che nominò alla conduzione della fornace un dirigente tecnico, l’Ing. Leonida Budini: in quegli anni lo stabilimento moltiplicò la produzione e gli ordinativi, cosicché si resero possibili nuovi investimenti per un ulteriore ampliamento della fornace e per l’acquisto di nuovi macchinari.

Al momento della vendita della fornace da parte degli Albizi – Frescobaldi a favore della “Società autonoma Fornace alle Sieci” (1881), l’impianto funzionava ormai a pieno regime grazie ai due forni Hoffmann, dalla caratteristica forma ellittica. Il primo (risalente agli inizi degli anni cinquanta dell’800) era quello situato in prossimità della strada per Molin del Piano, sul luogo dell’antica fornace; esso utilizzava, per l’impianto dei mattoni, il materiale argilloso ricavato dalle rive del fiume (la cosiddetta “mota d’Arno”), che veniva trasportato con “barchetti” e “stagionato” a lungo; con la rena cavata dall’Arno, trasportata sempre con “barchetti”, si ricavava invece un correttivo smagrante. Vi era poi un’apposita fornace da calce alimentata da una vicina cava di calcare, anch’essa di proprietà Albizi.

Per le tegole (campigiane “modello Pelago”), la mota d’Arno veniva mescolata per metà con il galestro (complesso di argille scagliose), cavato nel bacino inferiore del torrente Vicano, e poi sminuzzato nei pressi della Fornace. Il secondo forno (finito di costruire alla fine degli anni settanta) utilizzava le stesse materie prime di quello più vecchio, ma era dotato di metodi di scavo e trasporto ben più moderni. I materiali venivano portati dal fiume in una rete di bacini di raccolta situata all’interno dell’area della fabbrica, collegati all’Arno tramite un canale. Un’idrovora convogliava le “torbide” in grandi vasche dette “margoni”, ove avveniva la decantazione, l’essiccazione e la stagionatura dei materiali argillosi. Gli impasti ottenuti venivano poi lavorati a macchina, e la produzione che se ne otteneva era assai varia. Come combustibile venivano usati generalmente la lignite (in pezzi, in frantumi, in “pule”) e la polvere di carbon fossile, proveniente probabilmente dai bacini minerari del Valdarno superiore. Agli inizi del ‘900 furono installati due motori a vapore fissi, due locomobili della forza complessiva di 140 cavalli, e 19 macchine per la produzione di laterizi; venne rinnovato anche il macchinario ausiliario e quello di officina.
A quel tempo erano impiegati nella fornace (il numero variava a seconda dei periodi dell’anno) tra gli 80 e i 120 uomini, una ventina di ragazzi e circa 30 donne.
Poco dopo gli occupati raggiunsero le 200 unità, per diventare circa 400 durante gli anni venti, che rappresentarono il periodo di massimo sviluppo della fabbrica.
In questo periodo, alla tradizionale produzione di mattoni di scarsa qualità (nel forno più antico) e di embrici alla marsigliese e torrette da camini (nel secondo forno), si aggiunse quelle delle cosiddette “tomettes”, le comuni piastrelle esagonali per pavimenti.
Negli anni trenta venne attuata una riconversione che portò allo spegnimento del vecchio forno e alla produzione sperimentale di grès rosso, mentre la gamma dei laterizi si ridusse a due soli tipi di pezzatura (5×10 e 7,5×15).

Durante la guerra, la fabbrica venne sequestrata, costretta ad interrompere ogni attività e adibita a deposito di munizioni. Gli impianti furono poi danneggiati dai bombardamenti alleati, finalizzati alla distruzione del vicino ponte ferroviario sul Sieci. Alla fine del conflitto riprese la produzione del grès, mediante l’utilizzo del vecchio forno Hoffmann.
Contemporaneamente venne avviata una ristrutturazione (conclusasi nel 1955) che portò all’utilizzo di avanzate tecnologie tedesche (presse meccaniche fornite dalla Ditta Dorst) che migliorarono la resa produttiva dell’impianto.
Furono costruiti anche nuovi capannoni, sorti sull’area delle vasche di decantazione ormai inutilizzate. Il nuovo forno a tunnel permise di aumentare la produzione e di raggiungere standard qualitativi più elevati. Ad esso si affiancò un secondo forno, con il conseguente spegnimento (1962) dell’ultimo forno Hoffmann sopravvissuto (il più recente), ormai inadeguato.
A seguito di una crisi di mercato nel settore del grès smaltato, fu intrapresa una politica di riconversione aziendale, che culminò col passaggio dello stabilimento (1976) alla Società “Ceramiche Brunelleschi”. Quest’ultima, dopo aver operato una serie di investimenti per l’acquisto di nuovi macchinari e dopo anni di studi e tentativi (non sempre fruttuosi), avviò intorno al 1980 la lavorazione del cotto smaltato, prodotto sino alla chiusura dello stabilimento. Del nucleo originario della fornace degli Albizi non rimane pressoché alcuna traccia.

La prima documentazione fotografica di cui siamo in possesso (risalente al 1920 circa) illustra l’area dell’antica fornace a seguito delle trasformazioni operate tra il 1850 e il 1880 circa; in essa sono ben riconoscibili i due forni (il primo sulla sinistra, situato nelle vicinanze del torrente Sieci, e quello più nuovo sulla destra, allineato parallelamente al corso dell’Arno), circondati da un complesso di edifici legate da rapporti funzionali (seccatoi, magazzini, vasche, ecc.).
Questa organizzazione degli impianti, che non discosta troppo da quella attuale, non subì per circa un secolo grosse modifiche: alla metà del nostro secolo, l’impianto architettonico originario delle fornaci risultava alterato soltanto per l’aggiunta di alcune tettoie (adibite a magazzini e depositi), realizzate con semplici strutture lignee. Oggi è possibile ammirare soltanto il secondo dei due forni (del primo si è conservata esclusivamente l’alta ciminiera), anche se ovviamente privato delle primitive funzioni. La facciata principale, di chiara impronta neoclassica, si caratterizza per le regolari costolature verticali che inquadrano le grandi finestre rettangolari e le aperture ad arco ribassato del pian terreno; il tutto sovrastato dall’imponente timpano triangolare, alleggerito da un semplice occhio centrale. Per quanto riguarda i materiali di costruzione, osserviamo che la pietra forte squadrata dei paramenti si alterna al cotto (occhi, architravi delle finestre) e ai mattoni sbalzati (modanature dei timpani, coronamento dei muri perimetrali, ecc.), andando a comporre un insieme di grande equilibrio formale.

Gli ampi spazi interni, che ospitavano il forno ellittico e i magazzini, sono ripartiti da altissimi pilastri in pietra. Gli altri edifici che compongono attualmente la fabbrica sono il frutto degli interventi del secondo dopoguerra, divenuti necessari a seguito delle distruzioni causate dai bombardamenti e dell’ammodernamento del ciclo produttivo: si tratta di capannoni ad un piano, con copertura a volta, e di alcune strutture puntiformi in calcestruzzo edificati (senza alcuna attenzione per i valori ambientali del contesto in cui sorgono) in luogo del più vecchio dei due forni; essi in parte utilizzano come basamento anche i muri delle antiche vasche di accumulo di argilla, in origine collegate al secondo forno.

La fabbrica, dopo il fallimento del 2011 ha chiuso definitivamente alla fine dell’anno 2012.

Le foto riportate in galleria, si riferiscono al periodo immdiatamente successivo alla chiusura; come si vede, tutto sembrava ancora pronto ad una nuova ripartenza. Nei successivi anni, tutte le attrezzature sono state rimosso e molti edifici smembrati e snaturati. Questo è bene visibile dal video seguente, trovato su Youtube.

Rimane ancora in piedi, la struttura della secolare fornace, gravemente danneggiata da anni di intemperie.

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Una foto dei primi anni del’900


Galleria fotografica


Riferimenti in rete

La Ferrovia dell’Alfa Romeo di Arese

Ci sarebbe da parlare per ore e ore dello stabilimento Alfa Romeo di Arese. Un vero e proprio pezzo della storia dell’automobile italiana che è stato per vari motivi cancellato con un colpo di… ruspa. Il suo ricordo vivrà nella memoria delle centinaia di persone che vi hanno lavorato e vissuto; nei filmati, nelle fotografie, nei libri. Ma è stato deciso che un centro commerciale e un mega parcheggio dovessero rimpiazzare le gloriose strutture, generatrici di meraviglie a quattro ruote, culle del vero Made in Italy. Una cosa però è rimasta:  il raccordo ferroviario che collegava lo stabilimento alle Ferrovie Nord Milano, più precisamente alla stazione di Garbagnate Milanese.

Come si legge su alfaromeo75.it:

… Dalla stazione di Garbagnate giungeva […] un binario dedicato che, aggirando l’abitato, entrava da nord est in stabilimento dietro il capannone delle presse subito dopo aver sovrastato il torrente Villoresi, faceva una curva ed andava a dividersi presso il lato nord del fabbricato della verniciatura. Quella zona, infatti, posta a ridosso dell’uscita delle vetture dal reparto di abbigliamento e vestizione finale, era destinata a stoccaggio vetture. Altro ramo del binario, invece, correva parallelo al confine nord ovest e raggiungeva, in trincea, la parte posteriore del silos, di fatto costituendo il limite fra esso e il parcheggio fornitori del costruendo centro direzionale. …

Su questa breve ferrovia transitavano quindi vagoni carichi di auto nuove appena prodotte, destinate alla rete di vendita.

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Vagoni ferrioviari carichi di nuove Giulietta

Il tratto visitato è quello che parte dalla stazione di Garbagnate Milanese per terminare al cancello sul confine nord dello stabilimento Alfa Romeo. Il tratto interno allo stabilimento e che proseguiva fino ai silos (dove sorgeva il magazzino prodotti finiti) non sappiamo se esista ancora, dato che hanno stravolto completamente l’area facendo tabula rasa. Una zona da verificare rimarrebbe quella adiacente al parcheggio visitatori, di fianco alle 3 palazzine della direzione.

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Il tracciato della ferrovia è evidenziato in giallo

Il periodo scelto è stato quello tardo autunnale quando, a livello teorico, la vegetazione spontanea è meno rigogliosa rispetto che in quello estivo. In realtà non è stato sufficiente questo accorgimento, dato che ormai la maggior parte del tracciato è una vera e propria giungla, con spinosissimi rovi e alberi di robinia a far da protagonisti. La Robinia ha spine grandi e acuminate, sia sui rami che sulla corteccia, bisogna fare davvero attenzione perchè è facile farsi male.

1a parte: Stazione Garbagnate Milanese – SP233

Scendendo lungo la Via Biscia in direzione nord, si incontra il primo elemento che fa intuire che la ferrovia è vicina: il pannello distanziometrico dei 100 metri. E’ in buono stato, a parte gli scarabocchi spray dei soliti vandali. Quello dei 50 metri è imbrattato e anche completamente arruginito. Quello dei 150 metri è irrintracciabile e probabilmente non c’è più. Da Google Maps (immagine del 2008) lo si vede ancora.

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Pannello distanziometrico dei 100 metri

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Pannello distanziometrico dei 50 metri

Pannello distanziometrico dei 150 metri (Google Street View)

Pannello distanziometrico dei 150 metri (Google Street View)

Procedendo ancora lungo la strada si arriva finalmente all’intersezione con i binari. A destra della strada la ferrovia fa la sua comparsa da sotto un cancello metallico che ci separa dai binari morti posti a nord della stazione di Garbagnate Milanese; a sinistra invece i binari spariscono in mezzo alla vegetazione.

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Il semaforo con croce di S.Andrea e campanella è sparito anch’esso, è rimasto solo il palo metallico che li sorreggeva. Anche quello posto sull’altro lato della carreggiata (direzione sud) non c’è più.

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Si inizia a seguire i binari, scavalcando la spazzatura sul bordo strada e facendosi largo tra i rami. Purtroppo dopo qualche decina di metri la vegetazione diventa un vero e proprio muro di spine, i rovi sono troppi e troppo grandi, un intreccio invalicabile. Bisogna fare dietro front e cercare di raggiungere il tracciato un po’ più avanti, camminando lungo il bordo del prato a sud.

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Si arriva al muro di cinta delle ditte della zona industriale ma non c’è modo di scendere nella trincea. Troppi alberi e rovi. Quindi non resta che fare dietro-front e tornare al punto di partenza. Sul lato nord, costeggiando la recinzione di un’abitazione, ci si riavvicina alla ferrovia tagliando diagonalmente un campo.

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Anche qui la vegetazione cresciuta sui binari è davvero fitta. Si riesce in un paio di punti a scendere in trincea e raggiungere i binari, ma per proseguire bisogna subito risalire perchè avanzare lungo il tracciato è impossibile.

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Lungo tutto il confine tra i campi e la trincea della ferrovia, ci sono dei pezzi di catenelle di plastica rossa e bianca; forse erano un modo per segnalare a chi lavora con i mezzi agricoli l’inizio della piccola scarpata.
Si arriva quindi a ridosso della rotonda stradale sulla strada SP233 “Varesina”; la ferrovia vi passa sotto, in un tunnel. Scendervi è impossibile, sempre a causa della vegetazione impenetrabile. Sporgendosi dal guard-rail è possibile intravedere attraverso i rami il tunnel, chiuso da una rete arancione e con le pareti laterali imbrattate con la vernice spray. Probabilmente in altri periodi la discesa ai binari è stata fattibile, ma è impossibile datare le opere d’arte sui muri.

2a parte: SP233 – Stabilimento Alfa Romeo

Per poter raggiungere nuovamente la ferrovia si deve scendere a sud lungo la “Varesina” fino a Via Cadore, camminare verso Ovest fino a imboccare Via Europa prima e Via Trieste poi, risalendo a Nord e poi ancora verso Ovest finchè, dopo i palazzi, c’è un varco nella vegetazione per scendere nella trincea ferroviaria. Ad accoglierci, la carcassa plastica di un carrello da supermarket, bottiglie e rifiuti vari.

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Impossibile procedere lungo i binari: dopo pochi metri c’è un muro di alberi e rovi che sbarra la strada. Risalendo il terrapieno a Nord, si segue il tracciato parallelamente e si riscende  alla prima occasione. Un passaggio abbastanza battuto arriva ai binari per poi proseguire sul terrapieno a sud, in pratica un attraversamento. Vicino alle rotaie giacciono lamierati di un camioncino Iveco e relativi tappetini di gomma, probabile residuo di qualche furto.

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Sui binari, ancora alberi e rovi. Finalmente la sede ferroviaria sale di quota emergendo dai due terrapieni e di conseguenza la vegetazione è meno fitta.

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Si riescono a vedere tratti più lunghi di ferrovia liberi dalla vegetazione.

Siamo alle spalle di un’altra zona industriale, qui i binari sono in mezzo ad erba alta, cespugli e qualche alberello fortunatamente non spinoso.

Dove i binari escono dalla vegetazione c’è il secondo passaggio a livello della ferrovia, sul confine tra Garbagnate Milanese e Lainate. A fianco della strada resiste ancora il segnale di pericolo passaggio a livello senza barriere seguito dalla croce di S.Andrea.

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I binari sono stati parzialmente coperti dalla strada sterrata, mentre verso sud, il tracciato prosegue piuttosto libero dalla vegetazione, finalmente.

Camminando sulle traversine, ci si avvicina al ponte che consente alla Strada Provinciale 109 di sovrapassare la ferrovia. Il sottopasso è completamente coperto da graffiti; bombolette spray vuote e altri rifiuti tappezzano la massicciata.

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Dopo il ponte, il percorso prosegue in linea retta, affiancando sulla destra delle proprietà private, dove dei cani abbaiano continuamente da dietro le recinzioni e sulla sinistra, più in basso rispetto al livello dei binari, dei campi coltivati. Fanno la loro ricomparsa degli alberelli sulla massicciata, ma sono abbastanza radi da permettere di procedere a zig-zag evitandoli. Purtroppo questa situazione dura poco, infatti quasi subito ci si trova di fronte un vero e proprio muro di rovi, alto più di 2 metri ! Fortunatamente qualcuno ha già tracciato un sentiero tra i rovi che, non senza qualche difficoltà, è percorribile per aggirare l’ostacolo.

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Improvvisamente la vegetazione si apre e ci si ritrova in una radura, di fianco al canale Villoresi. La ferrovia è qualche decina di metri più a est, sbuca dai rovi per salire subito sul ponte che scavalca il canale. Salendo sul ponte, si passa di fianco a un altro cartello di passaggio a livello senza barriere, piegato, scolorito e imbrattato.

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Siamo in prossimità della pista ciclabile del Villoresi dove, in occasione di Expo, sono stati piantati numerosi alberelli. Il cancellone di ingresso dello stabilimento sotto al quale spariscono i binari è stato frettolosamente dipinto di bianco. Qui purtroppo finisce l’esplorazione.

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Riferimenti in rete

I mercati generali di via Ostiense a Roma

Con il trasferimento della capitale a Roma, nel 1870, si sceglie l’area a sud della città per lo sviluppo di molte infrastrutture fondamentali. L’area viene scelta per la facile movimentazione delle merci grazie al fiume Tevere, allora navigabile sino al mare, e alla ferrovia Roma-Civitavecchia.

Numerose le attività produttive che sorgono in quest’area.

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L’area Ostiense/Testaccio oggi (2016)

Le principali sono:

  • tra il 1888 e il 1890 viene costruito il mattatoio (A), su progetto di Gioacchino Ersoch
  • nelle immediate vicinanze sorgono i laboratori conciari che ne utilizzano i pellami di scarto
  • sempre per sfruttare gli scarti del mattatoio, nel 1899 si insedia nell’area la società Colla e Concimi (C)
  • nel 1910 inizia la produzione la Fabbrica del Gas (D), utilizzando il carbone che arrivava via fiume su chiatte o via ferrovia dal porto di Civitavecchia (l’origine del carbone era l’Inghilterra). La ferrovia passava sul ponte in ferro, tuttora esistente e oggi adibito al traffico automobilistico.
  • nel 1912 vengono inaugurati i magazzini generali (B)
  • la Società Colla e Concimi viene rilevata dalla Miralanza (C) nel 1918 che inizia la produzione prima di candele e poi di detersivi, utilizzando il grasso animale proveniente dal mattatoio
  • nel 1912 viene inaugurata la centrale elettrica Montemartini (E)
  • nel 1913 iniziano i lavori per la realizzazione dei mercati generali (F), inaugurati poi nel 1922
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La “fabbrica del gas”, in una foto d’epoca, vista dalla sponda opposta del Tevere

E’ la giunta del sindaco Ernesto Nathan (in carica dal 1907 al 1913) ad individuare l’area per i nuovi mercati lungo la via Ostiense: il voto del Consiglio Comunale è del 24 giugno 1910. Il progetto originale, dello stesso anno, è di Emilio Saffi e prevede due distinte aree: una per gli erbaggi e la frutta e un’altra per le carni, le uova e il pesce. Inoltre l’area (138 mila mq) è servita dalla linea ferroviaria e, nel breve futuro, dalla linea ferrata Roma-Ostia che sarà ufficialmente inaugurata nel 1924.

Nella Rivista di Ingegneria Sanitaria e di Edilizia Moderna del 15/05/1915 troviamo una interessante descrizione del progetto del Saffi:

I lavori iniziano nel 1913 e, a causa anche dello scoppio della prima guerra mondiale, vanno molto a rilento. La prima parte viene aperta solo nel 1922 e i lavori per il completamento continuano per numerosi anni ancora.

Sino alla loro chiusura i mercati generali furono teatro di una folcloristica usanza natalizia: il Cottìo. Si trattava dell’asta del pesce che aveva luogo la notte dell’antivigilia di Natale. In tale occasione i cancelli dei mercati generali venivano aperti e i commercianti  offrivano cartocci di pesce fritto al pubblico.

L’area viene utilizzata fino al 2004 quando i mercati generali vengono trasferiti definitivamente nell’area ad est della capitale lungo l’asse della Tiburtina.

Nel 2005 l’architetto Rem Koolhas vince il bando internazionale per la riqualificazione dell’area, indetto dal Comune di Roma. Inizia così un lungo cantiere che a tutt’oggi (2016) non ha recuperato che la facciata su via Ostiense a seguito di intricate vincende.

 


Foto storiche


Gallerie fotografiche

 

Foto Pasquale Aiello


Riferimenti in rete

Il paese di Postignano

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Il paese restaurato

Postignano, frazione del Comune di Sellano in Valnerina (Umbria), e’ un borgo medioevale sorto tra il IX e il XIII secolo. Denominato anche “Castello di Postignano” è caratterizzato da un impianto triangolare nel cui vertice a monte è situata una torre esagonale, dalla quale si dipartivano le mura perimetrali.
Il Castello fu a lungo conteso tra Foligno e Spoleto e nel 1492 prese parte alla guerra tra guelfi e ghibellini.
Grazie ad una fiorente economia basata su agricoltura ed artigianato visse un periodo di splendore tra il XIV e il XV secolo, ma già a partire dal XVI secolo la popolazione cominciò a diminuire.

A causa del cedimento del terreno il borgo fu dichiarato inagibile nel 1963 e abbandonato.

Successivamente, con i terremoti del 1979 e del 1980  anche gli ultimi abitanti lo abbandonarono.

Un primo tentativo di recupero del paese iniziò nel 1996, grazie all’interessamento dell’architetto Gaetano Matacena, interrotto però dal terremoto del 1997 che devastò l’Umbria e fece crollare la torre del paese e svariate altre case. Grazie a questo crollo fu possibile rinvenire nella chiesa un affresco del ‘400. La storia di questo ritrovamento è narrata in un articolo apparso sul Messaggero on-line del 27 marzo 1998. L’articolo non è più raggiungibile ma si può leggere in questa copia salvata: Articolo_Messaggero

Affresco da restaurare

L’affresco rinvenuto

Affresco restaurato

L’affresco restaurato

Nel luglio 2007 fu ripresa l’attività di recupero degli edifici e di restauro degli affreschi, con il contributo della Regione Umbria e il sostegno dell’Amministrazione comunale di Sellano che si è conclusa nel 2014.

Affresco piccolo

Un altro affresco

 

Affresco restauro_2

Lo stesso restaurato

Nel paese è adesso presente anche un ristorante, un albergo di lusso e un centro benessere.
Da qualche anno nel paese si tiene una manifestazione culturale-folcloristica dal titolo “Un castello all’orizzonte”

Nel 1979 il fotografo e architetto americano Norman Carver Junior pubblicò il libro Italian Hilltowns sui borghi abbandonati in Italia dedicandogli la copertina del libro.

Copertina Italian Hilltowns


Galleria fotografica


Riferimenti in rete

Miniera del Morone

La miniera si trova nella frazione di Salvena, nel territorio del comune di Castell’Azzara, in provincia di Grosseto. Di seguito alcune informazioni:

Minerali presenti: Cinabro, Pirite, Realgar, Opimento, Melanterite, Alunite, Kermesite, Dawsonite, Mercurio nativo, Zolfo, Gesso, Anidride. Quarzo, Caleopirite-quarzo.
Sostanze estratte: Hg (Mercurio), Sb (Antimonio), S (Zolfo), Cu (Rame).
Descrizione naturalistica: Mineralizzazione cinabrifera posta in calcari canidriti retici; calcari nummulitici cocenici e formazioni argillose delle Liquiridi. Il giacimento si è sviluppato con disseminazioni, sostituzioni e patine intorno ai camini riempiti di argilla cinabrifera. La Stibina si ritrova associata a Gesso e Cinabro o in Quarzo. A Borghetto tracce di minerali cupriferi in ganga quarzosa.
Descrizione storica: Si tratta del giacimento minerario più noto per essere sfruttato con continuità in epoca preindustriale; vi sono stati rinvenuti arnesi in pietra ed armature ignee; il giacimento inoltre risultò sfruttato fin dove era possibile in antico, cioè fino al livello delle acque. Riaperto da Haupt nel 1873 produsse il primo minerale solo nel 1906. E attestata l’esistenza di una fornace.
Interpretazione storica: Oltre alle tracce di lavorazione di epoca preromana, disponiamo per le miniere di Selvena, di documenti medioevali che attestano lo sfruttamento da parte degli Aldobrandeschi, nel XV secolo. Biringuccio parla di una miniera di Antimonio, nei secoli XVI e XVII, è attestata anche l’estrazione del Vetriolo. La miniera di Mercurio, riaperta neI 1873, ha cessato la propria produzione nel 1985.
Epoche di sfruttamento: Preromana, Medioevale, Medicea, 1873 – 1882, 1889- 1985.

La miniera del Morone inizia l’attività produttiva il 9 gennaio 1906 quando venne acquistata dalla società mineraria Monte Amiata; prima di tale data la proprietà era della società “The Santa Fiora Mercury Limited”. Gli operai all’epoca lavoravano undici ore al giorno, con paghe bassissime, senza assistenza sanitaria e con frequenti casi di sfruttamento di manodopera giovanile. Per poter risolvere questi problemi si dovette arrivare alle grandi lotte dell’ottobre 1914 e del giugno 1919, quando i minatori reclamarono commissioni paritetiche per la composizione delle vertenze di lavoro, casse per malattie professionali, farmaci ed infermerie adeguate per la miniera, sette ore di lavoro per gli interni e otto per gli esterni. La società Amiata venne a patti novantacinque giorni dopo. Le rivendicazioni continuarono anche sotto il governo fascista, che con arroganza, prepotenza e continue discussioni creava molte difficoltà ai minatori. La conseguenza di queste proteste, purtroppo, portò alla perdita del posto di lavoro di buona parte dei quattrocento minatori tra Selvena, Castell’Azzara e Santa Fiora. Un altro grave problema di quegli anni era l’inadeguatezza delle misure di sicurezza, che causarono diversi incidenti di cui due mortali. La ditta, verso la fine degli anni trenta, per aumentare la produzione di minerale introdusse un nuovo tipo di lavoro denominato “Bedaux”, il famoso “cottimo”: il minatore che riusciva a fare una maggiore produzione riceveva un salario più alto. Tutti si ribellarono a questa imposizione, che terminò solo con la chiusura della miniera nei primi anni trenta. Gli operai si trovarono a casa senza uno stipendio per poter aiutare la famiglia e nel paese ricomparve, inevitabilmente, la miseria. La miniera riaprì per un breve periodo verso la fine degli anni trenta, poiché il minerale veniva utilizzato per scopi bellici. In seguito la miniera venne nuovamente chiusa, fino al dopo guerra. Alla riapertura, gli operai lavoravano saltuariamente e si dovevano recare al lavoro a piedi o con mezzi propri; il lavoro si effettuava con arnesi manuali come la picca, la pala e il martello pneumatico. Venivano utilizzate delle maschere per la protezione dalla polvere, che si depositava nei polmoni dei minatori causando la silicosi. In seguito, per cercare di alleviare questo problema, furono usati degli aspiratori e dei martelli pneumatici ad acqua; per chi tuttavia lavorava all’avanzamento, questo non era il solo rischio a cui andava incontro: spesso si doveva fare i conti con pericolose fughe di gas e di frane che si verificavano all’interno della galleria, dal momento che si lavorava fino a centoventi metri di profondità. In queste condizioni, è facile immaginare, gli aiuti potevano risultare inefficienti.
Negli anni sessanta, per portare i minatori a lavoro, venne istituito un servizio pullman; il primo autista fu Francesco Guerrini che poi fu sostituito da Desiderio Ricciarelli. L’orario di partenza era fissato per le 5,20 al mattino e le 13,20 al pomeriggio, dal momento che gli operai lavoravano in turni di otto ore per cinque giorni alla settimana.
I minatori percepivano una paga in base alle giornate effettuate, a cui andava aggiunto il “cottimo”, il sottosuolo e altre indennità varie. Per stabilire il pagamento del “cottimo”, all’avanzamento, venivano misurati i metri fatti dagli operai a cui, i vari caposervizio incaricati di queste misurazioni, tendevano sempre a toglierne qualcuno, scatenando inevitabilmente le ire e le proteste degli operai. All’avanzamento lavoravano due operai, che avevano il compito di liberare la galleria dal materiale franato per il brillamento delle mine del turno precedente. Quando la galleria era sgombra dai detriti veniva armato un nuovo tratto, togliendo la roccia pericolante e preparando nuovi fori per altre esplosioni. Solo se il caposervizio riteneva che il lavoro diventava insostenibile per due sole unità, veniva affiancato un terzo operaio. Il materiale arrivava al Morone sia dalla miniera del Ribasso che dalle Dainelli; da quest’ultima in particolare mediante una teleferica lunga ben novecento metri. Per caricare il cinabro sui vagoni, in un primo momento si usavano le pale, poi un macchinario innovativo per l’epoca. Il minerale veniva successivamente portato a cuocere nei forni, che prendevano il nome del loro coinventore, l’ingegner Spirek, ed erano denominati forni a cupola, all’interno dei quali il cinabro cuoceva a ottocentocinquanta gradi centigradi. Questa temperatura all’inizio veniva raggiunta bruciando la legna immessa in capienti focolari, in seguito si usarono dei bruciatori a nafta, che sostituivano gli uomini in quel faticosissimo lavoro. In fondo al forno, dove il calore era maggiore, il cinabro arrostito liberava mercurio allo stato di vapore, che grazie a degli aspiratori veniva convogliato in canali di condensazione continuamente refrigerati. Da qui, colava in vasche a chiusura idraulica, nelle quali si depositava misto a tutti i prodotti della combustione. Periodicamente veniva tolta una percentuale di metallo puro, che veniva introdotto in bombole del peso di 34,5 Kg.
Nel 1970 la crisi mercurifera colpì le miniere del Monte Amiata, causando una forte diminuzione del prezzo della bombola, mentre l’anno successivo ci fu un vero e proprio crollo. La Società Monte Amiata, conseguentemente, decise lo smaltimento della miniera del Morone. Immediata fu la reazione dei minatori, che occuparono la miniera per impedire la chiusura dei forni e nel contempo per respingere i tentativi di smobilitazione della stessa. Tutte le forze politiche del Comune entrarono con maggior vigore in azione, proponendo incontri chiarificatori con i responsabili della ditta Monte Amiata e con i rappresentanti del governo. Anche la popolazione di Selvena fece sentire la sua voce: le donne intervennero con energia protestando e picchettando il piazzale antistante la miniera. I selvignani si divisero in gruppi, effettuando dei turni di quattro-sei ore, per impedire l’accesso dei camion alla miniera e il trasporto del minerale dal Morone ad Abbadia. Per sopperire al freddo pungente del periodo (eravamo a novembre), le donne si preoccuparono di accendere dei falò e nello stesso tempo pensarono anche alla distribuzione del cibo ai minatori che erano rimasti all’interno della galleria.
La ditta, vista la resistenza degli operai e della popolazione, decise di far intervenire la polizia. Quando le forze dell’ordine arrivarono sul luogo, si resero conto che la protesta aveva un fine giustificato: la salvaguardia del posto di lavoro. La contestazione rimaneva rigida ma non sfociava in atti di violenza e la sera la polizia ritornò in caserma, lasciando il disbrigo della questione tra la ditta e gli operai. In quei giorni tra i rappresentanti sindacali e quelli societari si imbastirono febbrili contrattazioni, che inizialmente non sfociarono in alcun accordo. Uble Fontani e Goffredo Fontani, che difendevano gli interessi dei minatori, uscendo da una riunione esposero agli stessi le difficoltà a cui andavano incontro per risolvere la trattativa in modo favorevole. Per esprimere ancora più marcatamente il proprio desiderio di lotta i minatori mostrarono alla Monte Amiata un cartello su cui era scritto: “Qui si cava e qui si coce”. Gli incontri tra le due parti, proseguirono fino a quando la società decise di continuare ad estrarre il minerale, una piccola vittoria che coinvolse tutta la popolazione di Selvena. La crisi mercurifera, però, appariva inarrestabile e portò ancora ad altri incontri tra le forze politiche, i sindacati e le società che si alternavano nella gestione degli impianti minerari. L’attività produttiva della miniera del Morone avvicendava dei periodi in cui tutto sembrava risolversi in maniera positiva, ad altri decisamente più critici. Si arrivò così al 1976, anno in cui la ditta decise di usufruire della cassa integrazione viste le difficoltà di vendita del mercurio. Si effettuava un lavoro di turn-over che impegnava una trentina di operai per volta; il minerale estratto era portato ad Abbadia per la fase di cottura. Si arrivò così agli anni ottanta dove ci fu una piccola ripresa del settore e per circa un anno e mezzo venne aumentata la produzione interna, ma nel 1985 si verificò il crollo irreversibile del mercurio e la miniera del Morone chiuse la sua attività definitivamente. Fino agli anni novanta qualche operaio rimase per controllare i lavori di tamponamento della galleria, dei forni e di smaltimento della miniera. Con la chiusura del Morone scomparve un pezzo importante della storia e dell’attività lavorativa di Selvena. Oggi, quando si passa davanti all’ex miniera e si guardano i ruderi arrugginiti e quelle case con le porte e le finestre murate, ritornano alla mente gli anni in cui quel posto era affollato di operai, stanchi, sporchi, ma orgogliosi di quel duro lavoro e di quella vita da minatore. L’eventualità di creare un museo minerario nel sito del Morone viene vista dagli abitanti di Selvena come una rivincita per quegli operai, che per tanti anni avevano versato sudore nella miniera.
Le informazioni riportate in questa scheda sono state tratte dal libro Viaggio nei ricordi del nostro paese, Selvena dal 1900 ad oggi.
Nel link successivo, una descrizione con galleria fotografica, direttamente dal sito del Parcoamiata. Nel 2002 è stato costituito il “Parco Nazionale Museo delle Miniere dell’Amiata” che tra i suoi compiti, oltre alla messa in sicurezza, il recupero dei manufatti e la tutela ambientale dei siti minerari, ha quelli non meno significativo della conservazione degli archivi, della promozione degli studi della raccolta delle testimonianze e della valorizzazione ai fini turistici del territorio del Parco.

Il video seguente mostra una interessante raccolta di fotografie storiche del paese di Selvena. Qui le famiglie, la resistenza partigiana, la miniera e la vita quotidiana si intrecciano formando un unico legame.

Foto d’epoca

Le dure condizioni di lavoro

 

Foto di gruppo

 

Gli ultimi anni di attività

Di seguito un interessante documento che accompagnava gli splosivi dalla casamatta al luogo di utilizzo:

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Galleria fotografica (foto maggio 2011)


Riferimenti in rete

Ceramica Ligure Vaccari

Lo stabilimento nasce nel 1880 come fornace di laterizi, sfruttando la cava di Palanceda, nel comune di Santo Stefano Magra. La vera fabbrica fu fondata solo successivamente, con l’intervento di Stanizzi e Bonazzi. Il fallimento, purtroppo, avviene dopo poco.

La fornace a fine ‘800

Successivamente, siamo nel 1893, la società fu acquistata da Giovanni Ellena che nel 1900 fondò la Società Anonima Stabilimento Ceramiche Ellena. Tra i soci spicca il nome di Carlo Vaccari, che intuisce la potenzialità dell’azienda e dell’argilla locale.

Società Anonima Stabilimento Ceramico Ellena

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La fabbrica nel 1903

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Listino laterizi del 1914

Carlo Vaccari ne diventa il direttore e, a partire dal 1910, amministratore delegato. Nel 1920 la ragione sociale muta in Società Anonima Ceramiche Liguri. Sempre in questo anno, viene acquistata la società “La Fornace” di proprietà della famiglia Foltzer.

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Pubblicità delle mattonelle refrattarie

Nel 1921 entrano a far parte della società, con varie mansioni, i figli di Carlo Vaccari e la sede legale e amministrativa viene spostata a Genova. Durante gli anni trenta la fabbrica diventa la più importante produttrice di ceramiche in Italia. Nel 1938 la famiglia Foltzer abbandona la collaborazione e nel 1940 la ragione sociale si trasforma in Ceramiche Ligure Vaccari S.p.A.

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Copertina del catalogo del 1948

La fabbrica nel 1930

Zona refrattari nel 1932

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Operai nel 1932

Un inevitabile calo produttivo verrà riscontrato durante la seconda guerra mondiale, seguito da un boom economico nell’immediato dopoguerra.

La fabbrica nel 1950

Nel 1958 iniziano anche i primi scontri tra lavoratori e dirigenza, quando viene deciso lo spegnimento di un forno e il licenziamento dei 300 operai. Altri scioperi seguirono con la richiesta di adeguamenti salariali. Ulteriori problemi sorsero a causa dei villaggi operai, che non rispettavano le norme igieniche. Inoltre, l’intensificarsi dei ritmi produttivi aumentò i casi riscontrati di silicosi, che causò la morte di circa 90 lavoratori ogni anno. Lo stabilimento sarà modernizzato tra gli anni 1968/69, riportando a Ponzano gli uffici commerciali. Nel 1972 la crisi economica, unita alla scarsa capacità dirigenziale, porterà la fabbrica al fallimento. Tutti i lavoratori verranno posti in cassa integrazione, seguiranno occupazioni e un successivo intervento dello Stato (1973) per salvare lo stabilimento. La ragione sociale cambia in Eta Geri con l’occupazione di 500 operai. Nel 1974 Sicerligure subentra a Eta Geri: cambia ancora la ragione sociale in Sicerligure Vaccari S.p.A. Nel 1975 diventa Nuova Ceramica Ligure S.p.A. Nel 1976 Luciano Vaccari viene arrestato per bancarotta fraudolenta. Dal 1979 diventa azionista l’ing. Pozzoli e nel 1980 nasce la Ceramiche Vaccari S.p.A.

Locandini degli ultimi anni di produzione

Nel 1986 nasce una società collaterale, la Ceramica Ligure S.r.l. che nel 1993 rileva la Ceramica Ligure S.p.A. Nel 1997 diventa proprietà dei tedeschi Villorey e Boch e nel 2004 degli austriaci Lasselsberger. Questi ultimi, nel 2006, decidono il fermo delle attività produttive per gravi crisi economiche.

Nell’aprile del 2006 la fabbrica di Ponzano chiude definitivamente.

Questa azienda, partita come semplice fornace di laterizi, diventa negli anni famosa e rinomata per la produzione di ceramiche, apprezzate in tutto il mondo. A tale produzione si affianca anche quella di mosaici in gres porcellanato.

Proprio questo incremento della produzione rende necessaria la costruzione di un forno Hoffman, una centrale elettrica e molini per la macinazione delle argille. Si costruiscono i primi uffici e gli edifici per gli operai, che arrivano fino a 1300 unità. In seguito i forni Hoffman verranno sostituiti da quelli a tunnel, più economici e meno inquinanti.

Alcuni lavoratori all’interno del forno Hoffman

Il villaggio operaio è una delle caratteristiche che contraddistingue le più importanti aziende di inizio ‘900, nato per fornire alloggio alle maestranze venute da lontano. Il primo fu chiamato “Corte”, costruito insieme alla villa della famiglia Vaccari. Purtroppo negli anni trenta verrà distrutto, per far posto alla Chiesa e alla sua canonica.

Scolaresca nei primi del ‘900

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Maestranze di inizio ‘900

Negli anni quaranta vengono costruito nuovi edifici ed alloggi, nel viale Carlo Vaccari e altre in zona Corea negli anni cinquanta. Era presente anche uno spaccio aziendale, con zona per la lavorazione del pane, carni, frutta e merceria.

Ad opera dell’ing. Mazzocchini vengono costruite la casa dell’operaio e la palazzina della dirigenza. Nella prima si trovano spogliatoi, mensa e infermeria. La palazzina della dirigenza, ubicata all’ingresso principale dello stabilimento, ospita invece gli uffici amministrativi.

Altre foto storiche delle aree produttive:

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Macchinari

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Aree produttive

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Aree produttive

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Aree produttive

Oggi, tutta l’ex area aziendale è interessata dal “Progetto Nova”, iniziativa culturale atta a recuperare e valorizzare gli spazi ex Vaccari. Nel corso degli anni sono stati organizzati concerti, mostre e altre iniziative culturali, di cui riportiamo la presentazione:

“Dal primo giorno, dopo la chiusura della Vaccari, abbiamo scelto di non far cadere la fabbrica nell’oblio, quell’oblio che accompagna, troppo spesso in Italia, i siti industriali dismessi.
Abbiamo voluto tenere i riflettori accesi sul vecchio opificio, attraverso tante iniziative, malgrado la chiusura dello stabilimento fosse stata un duro colpo per la nostra comunità e con lo stesso coraggio, oggi, nonostante la difficile congiuntura storica ed economica, vogliamo seguire esperienze internazionali che hanno raggiunto il recupero e la rivitalizzazzione di simili spazi, proprio attraverso la cultura.Al di là delle facili critiche, pensiamo infatti che investire in cultura, peraltro in un luogo in cui il legame con chi lì vive è ancora forte, significhi investire sul futuro della nostra terra.
Nessuno pensa, tuttavia, che la Vaccari possa essere solo un contenitore culturale.
Pensiamo però che in una fase nella quale è necessaria una riprogrammazione urbanistica e la definizione di strategie che possano attrarre investimenti, mantenere l’attenzione sul vecchio opificio e provare a farlo vivere, anche con nuove funzioni come quelle culturali, rappresenti una modalità innovativa per tutelare e valorizzare una risorsa così rilevante.
In questo contesto nasce NOVA, Nuovo Opificio Vaccari per le Arti, un progetto che mira a traguardare non solo la realizzazione del polo dell’economia culturale, uno dei pochi settori in cresita secondo l’ultimo rapporto ISTAT, ma la riprogrammazione urbana di tutta l’area.Parecchie migliaia di metri quadrati, oggi in comodato gratuito al Comune, sono state assegnate attraverso bandi pubblici a chi ha presentato il suo progetto e si è impegnato a realizzarlo qui, aprendo la strada a un nuovo modo di fare cultura.
Ancora negli spazi in comodato, nell’edificio all’ingresso dell’ex compendio industriale, sono inserite nuove funzioni pubbliche, dalla biblioteca all’urban center, luogo di incontro e confronto sul futuro dell’area, fino al futuro avvio di una foresteria, una residenza creativa pensata come fondamentale supporto alle varie attività che qui si insedieranno.Il progetto per l’Archivio Vaccari, inoltre, si inserisce in questo schema.
L’impegno profuso in tale direzione in questi anni unitamente ad un finanziamento regionale di ben mezzo milione di euro, ha permesso di recuperare lo stabile ex Calibratura,  acquistato dal Comune.
Il recupero della memoria di quel luogo, che ha rappresentato un pezzo di storia del lavoro di questa regione, assume un significato ancora più profondo alla luce del progetto complessivo che abbiamo in mente per quegli spazi.
I lavoratori, i materiali, i prodotti tornano protagonisti raccontando la vita ultracentenaria di una fabbrica che è stata per decenni sinonimo di eccellenza italiana nel mondo, tanto importante da cambiar il volto di una parte del nostro Comune che tutt’oggi viene chiamata la “Ceramica”.
Il passato non verrà cancellato ma, anzi, rivivrà in quegli stessi luoghi che diverranno sede di creatività diffuse e, ancora, ci auguriamo, del lavoro di tante persone.
Parlare di Nova, però non significa fermarsi al presente o al passato.
Nova rappresenta la volontà, tutta proiettata nel futuro, di riprogrammare uno spazio di oltre 180.000 mq, una vera e propria città, “nascosta” nel tessuto urbano esistente.
Si è già fatto cenno all’urban center come luogo di incontro e dialogo della comunità ma, chiaramente, non può solo un luogo fisico assolvere alle esigenze, prima di tutto progettuali, di una sfida di tali proporzioni.
Nova apre una nuova frontiera.
Un nuovo modo di fare cultura, una nuova sinergia tra Istituzione, associazioni e cittadini, una nuova strada per disegnare, insieme, il futuro della Vaccari.”

Molte delle notizie riportate sopra sono state estratte dal libro “Ceramiche Ligure vaccari” di Alice Cutullè. Al suo interno viene trattata anche la relazione tra le ceramiche Vaccari e il mondo dell’arte futurista.

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Riferimenti in rete

Dinamitificio Nobel di Carmignano

Alle porte di Firenze, nel comune di Signa, immersi in un folto bosco, riposano i resti di una delle più importanti fabbriche di esplosivi del novecento. Tra queste verdi colline nessuno potrebbe immaginare la quantità di edifici che, nascosti dal verde, costituivano la grande fabbrica di esplosivi. La sua storia ha avuto un ruolo fondamentale per Signa e dintorni, arrivando a contare circa 4.000 lavoratori.

Di seguito, le tappe fondamentali di questa storia, ricavate dal sito della proloco Signa:

Signa ha ospitato per buona metà del Novecento una fabbrica di dinamite che ha ricoperto un ruolo centrale nell’approvvigionamento dell’Esercito Italiano durante le due guerre mondiali.

In Italia era già presente una fabbrica di dinamite ad Avigliana di proprietà delle società di Alfred Nobel, ma presentava alcuni problemi: era troppo vicina ai confini nemici, aveva vecchi macchinari ed era stata vittima di alcuni gravi esplosioni. Per questo fu deciso di costruire una nuova fabbrica in un sito che avesse migliori caratteristiche. L’ubicazione scelta era posta alla confluenza dell’Ombrone nell’Arno, nei pressi del confine con Carmignano sulla strada per Comeana. Proprio per la vicinanza con Carmignano, la sua stazione e la sua comunità che la fabbrica prenderà il nome di impianto di Carmignano anche se si trovava nel territorio di Signa.

I motivi della scelta erano molti: una relativa vicinanza delle cave di pirite della Maremma e della Val di Cecina, la lontananza dalle coste marittime, in una posizione centrale rispetto allo Stato, il facile collegamento col porto di Livorno tramite ferrovia (vicinanza con la stazione di Carmignano), le caratteristiche del luogo, isolato e circondato in buona parte dall’Ombrone che in quel punto forma un’ansa.

Il terreno, facente parte della tenuta agricola di San Momeo nella zona detta Il Pitto, fu acquistato nel 1912 e un anno più tardi iniziarono i lavori che furono imponenti: fu spostata la strada provinciale tra Signa e Comeana che transitava proprio dentro l’area prescelta per la fabbrica; fu di conseguenza costruito un nuovo ponte; venne impiantato il bosco in porzioni della collina che invece erano coltivate a vigna al fine di rendere l’impianto difficilmente individuabile dalle aviazioni militari che cominciavano a svilupparsi; furono costruiti solidissimi edifici, tracciate strade, viali e piazze, e scavate gallerie.

La produzione aveva caratteristiche esclusivamente belliche. Durante la Prima guerra mondiale, lo stabilimento produsse principalmente esplosivi per le munizioni da cannone di grosso calibro: balistite e dinamite.

Dopo la Grande Guerra la fabbrica perse d’interesse per la proprietà e fu venduta nel 1925 alla Montecatini che dieci anni più tardi acquisì anche la Società Generale Esplosivi e Munizioni con la nascita della ditta Nobel-SGEM. La Montecatini in periodo di pace utilizzò lo stabilimento anche per sperimentazioni agricole (in un’area scoperta dal bosco in riva all’Ombrone ed anche in serra) e produzioni chimiche sperimentali.

Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, invece, la fabbrica ebbe nuovamente un ruolo militare importante; riprese la produzione di esplosivi (sempre a base di nitroglicerina) e furono costruiti molti nuovi edifici e persino un trenino con piccoli vagoni che trasportava il materiale tra i vari padiglioni e poi a valle fino alla ferrovia e di cui restano alcuni tratti delle rotaie che nell’ultimo tratto risultano collocati su tralicci di cemento armato, anch’essi aggrediti dalla vegetazione, come tante altre strutture edilizie.

Nel 1944 cadde in mano ai tedeschi che iniziarono a sfruttarla; da quel momento divenne oggetto di sabotaggi da parte dei partigiani: il più clamoroso avvenne l’11 giugno e  questo è il racconto:

All’1.10 della notte dell’11 giugno 1944 la polveriera salta in aria, per l’esplosione di 8 convogli pieni di tritolo fermi alla stazione.“Non è un incidente, come la gente pensa sul momento. No, è il risultato del sabotaggio della Squadra d’Azione Patriottica, guidata da Bogardo Buricchi. Con lui, il fratello Alighiero, Bruno Spinelli , Ariodante Naldi, Lido Sardi, Mario Banci, Enzo Faraoni e Ruffo Del Guerra.
Bogardo Buricchi è nato a Carmignano. Ha 24 anni. E’ definito maestro e poeta, spirito libero, odia le ingiustizie. E’ il capo indiscusso. Suo fratello Alighiero ha appena 19 anni. Lino Sardi, abitante alla Serra, ha sempre vissuto con la famiglia Buricchi. Bruno Spinelli è il più anziano del gruppo. Ha 43 anni. E’ un ex operaio della Nobel. E’ alla sua prima azione. Mario Banci ha 22 anni. E’ nato a Genova da genitori di Carmignano. E’ entrato nella Resistenza nel dicembre del 1943, da quando è sfollato a Montalbiolo. Ariodante Naldi, 21 anni, è studente a Firenze. Ruffo Del Guerra ha 21 anni. Abita a Poggio alla Malva, dove ha conosciuto Bogardo Buricchi, il quale va a trovare il parroco frequentemente. E’ di famiglia antifascista. Suo padre è stato ridotto in fin di vita dagli squadristi.Hanno deciso di fare un’azione importante prendendo di mira i vagoni della polverificio Nobel alla stazione ferroviaria. Sono stati informati che sono carichi di tritolo. E’ sabato. Pioviggina. Si trovano davanti al bar di Poggio alla Malva. Da lì si trasferiscono alla cipresseta della Cavaccia. Bogardo Buricchi stabilisce di non procedere insieme, ma che devono andare tre da una parte e tre dall’altra, mentre lui e Naldi vanno a diritto. Sanno che i vagoni sono otto, a circa quattrocento metri dalla stazione, su un binario isolato. Sanno anche che ci sono sentinelle, che devono essere eliminate. Ma non le vedono. Non c’è nessuno. I vagoni ci sono invece. Bogardo dà il via libera. I tedeschi sono altrove. Partecipano a una festa e sono tutt’altro che lucidi.
L’operazione è semplice, dice Bogardo. In pratica c’è da accendere una miccia. Ma hanno anche una bomba a tempo. Non si sa mai. Bogardo e Ariodante entrano in un vagone. Alighiero rimane a terra. A Bruno Spinelli è stata affidata una cassa di quaranta chili di tritolo. Lui e Mario Banci devono andare alla Cavaccia per metterla al sicuro. Può servire per altre azioni. Ruffo Del Guerra fa da palo nel cipresseto. E’ lui a scorgere la lampada di Bogardo. E’ lui a vedere Bogardo e Ariodante buttarsi giù dal vagone. E un secondo dopo il bagliore accecante, l’esplosione tremenda. Cosa non ha funzionato?Enzo Faraoni e Lido Sardi hanno fatto in tempo a spostarsi. E’ scoppiato un vagone. In successione, scoppiano gli altri, si dice per simpatia. Bogardo, suo fratello Alighiero e Ariodante vengono scaraventati contro le rocce. Disintegrati, Bogardo e Ariodante. Di loro saranno trovati brandelli e la tessera ferroviaria di Ariodante. Alighiero ha pochi attimi di vita. Faraoni e Sardi finiscono lungo distesi, feriti in modo non grave. Del Guerra sviene colpito forse da un tronco. Ne ha visti volare parecchi – impietrito – neanche fosserofuscelli. Bruno Spinelli, alla Cavaccia, è investito dall’onda d’urto che fa esplodere la cassa che trasporta. Fa un volo di molti metri e va a battere la testa contro un masso. Muore poco dopo.Mario Banci è ferito, ma ce la fa a muoversi.Non si sa quanti siano le vittime tra i tedeschi. Vero è che tutti gli edifici sono stati investiti. A chi è andata bene, ha avuto il tetto scoperchiato. L’esplosione è stata sentita a Prato e a Firenze. Il che ci fa capire la potenza. Che si valuta anche dalle dimensioni del cratere provocato. Sono tali da aver messo fuori uso un bel tratto di rotaie, impedendo il passaggio dei treni per giorni e giorni.E’ l’azione più importante dei partigiani fiorentini. Il prezzo pagato, però, è salato. Vi ha perso la vita gente in gamba. Bogardo Buricchi, nonostante la giovane età, ha sempre mostrato grande maturità, coraggio. A febbraio ha organizzato lo sciopero dei contadini di Carmignano contro l’ammasso supplementare del grano (15 chilogrammi per ogni componente delle famiglie). E il 2 marzo si è reso protagonista dell’incendio dell’ufficio comunale dove erano i documenti sui raccolti. Ha beffato anche la Banda Carità, arrivata a Carmignano per mettere ordine.Una formazione di partigiani pratesi prende immediatamente il nome di Bogardo Buricchi: è quella che partecipa alla liberazione della città laniera.A tutti e quattro, il 12 giugno 1966, i popoli di Carmignano e Prato dedicano un cippo a Poggio alla Malva. E’ intitolato “E ora impara te”.

Dopo la fine della guerra le commesse statali cessarono ed iniziò il periodo di crisi che sfociò in licenziamenti di massa. Un ultimo tentativo di salvare la fabbrica fu quello di convertire la fabbrica alla produzione di fitosanitari e pesticidi. Ma ormai era destinata alla chiusura che avvenne nel 1958. Dopo che nel 1964 lo stabilimento è stato bonificato dai residui degli esplosivi e dei materiali utilizzati per la loro fabbricazione, l’area su cui sorgevano gli impianti giace inutilizzata ed è passata in mano privata.

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Il volume redatto dal Comune di Signa che tratta le azioni di gruppi partigiani della zona nel 1944

 

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Alcune pagine che trattano dell’occupazione tedesca dello stabilimento

 

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Qui, invece, descritte le azioni di sabotaggio dentro e fuori lo stabilimento. Nella foto una veduta della Nobel

 

Numerosi sono stati i progetti per riqualificare l’area, dal polo universitario a studi cinematografici. Ad oggi, niente è cambiato.

L’area è frequentata dai gestori del bosco; grazie a loro, le palazzine più vicine all’entrata sono ancora in buono stato; molte delle altre strutture, più lontane dal viale principale, sono ormai fagocitate dalla vegetazione.


Galleria di foto storiche degli impianti (da Frammenti di Memoria)

 

Nella foto sotto, scattata nel 2008, fa bella mostra di se la palazzina dei laboratori. L’edificio meglio conservato sia esternamente che internamente. Al suo interno sono ancora visibili i resti di banchi da lavoro e cappe laminari.  Ad oggi (2016) la struttura esterna è praticamente invariata.

 


Galleria fotografica


Riferimenti in rete

Zuccherificio di Avezzano

Nel 1897 una società italo-tedesca costruì uno zuccherificio a Monterotondo (RM) con il progetto di utilizzare le bietole che sarebbero state coltivate nei terreni della piana del Tevere, di proprietà del principe Boncompagni.

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Lo zuccherificio di Monterotondo

Nonstante la società offrisse anche degli incentivi anticipati ai coloni per promuovere la coltivazione delle bietole, pochi di loro aderirono alla proposta e lo zuccherificio si trovò in grande difficoltà per carenza di materia prima.

Fu così che si iniziò a cercare altre fonti di approvvigionamento e si arrivò ad acquistare le bietole coltivate nella piana del Fucino, Continua a leggere

Le torri dell’EUR

Il quartiere dell’EUR, a sud di Roma, venne pensato, progettato e realizzato come sede dell’Esposizione Universale del 1942, da cui l’acronimo. Realizzato negli anni 30 del secolo scorso, non fu mai terminato a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Al termine della guerra ci si ritrovò, quindi, con una monumentale opera incompiuta e le Olimpiadi del 1960 furono l’occasione per rimettere mano a quest’area. Il commissario straordinario dell’Ente EUR, Virgilio Testa, portando avanti un progetto di decentramento amministrativo della capitale, incarica un pool di architetti della costruzione della nuova sede del Ministero delle Finanze su un’area di oltre 15.000 mq. Gli architetti scelti saranno Cesare Ligini, Vittorio Cafiero, Guido Marinucci e Renato Venturi.

E’ prevalentemente Cesare Ligini ad occuparsi della progettazione della nuova sede, pensando tre alte torri affiancate da altre due costruzioni più basse. Quattro edifici comunicano tra loro con una struttura di raccordo al primo piano.

Le due costruzioni più basse ospitano, rispettivamente, la sede del Ministro con gli uffici di rappresentanza e la sede del Comando Generale della Guardia di Finanza. Le tre alte torri, invece, sono adibite ad uffici ed archivio.

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Il complesso delle torri in una cartolina d’epoca

Il boom

Il complesso delle torri in un fotogramma del film Il boom di Vittorio De Sica (1963)

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L’interno del complesso in un fotogramma del film Boccaccio ’70 (1962)

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Ancora da Boccaccio ’70 (1962) una panoramica dell’EUR presa dal Palazzo dello Sport. A destra il complesso delle torri

A seguito dello spostamento degli uffici del Ministero le torri sono rimaste in stato di abbandono sino al 2007 quando, per evitare probabilmente il sopraggiungere di vincoli storici che ne avrebbero bloccato qualsiasi trasformazione, furono interamente spogliate lasciando soltanto la struttura in cemento armato. Accanto ad esse stava sorgendo la cosiddetta Nuvola di Fuksas e una cordata di imprenditori, tra cui Fintecna e Ligresti, ottenne l’autorizzazione per finire l’abbattimento degli scheletri e costruire un maxi-condominio di lusso progettato dall’architetto Renzo Piano.

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Il complesso delle torri come appare nel 2015 nelle immagini aeree di Google maps

Le torri stavano quindi per subire lo stesso destino di un’altra importante realizzazione di Ligini all’EUR, il Velodromo Olimpico, che venne abbattuto nel 2008.

La successiva crisi immobiliare spinse gli investitori privati a ritirarsi e per anni le torri sono rimaste scheletri di cemento abbandonati a se stessi, a un passo dal grattacielo dell’ENI e dal Palazzo dello Sport, progettato da Pierluigi Nervi.

A fine 2015 iniziano i lavori di ristrutturazione per realizzare il nuovo quartier generale della Tim all’interno delle torri, ma a metà 2016 il Comune di Roma revoca i permessi e Tim si ritira riportando l’area al completo abbandono.

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La ristrutturazione in corso nel 2016: il cantiere Telecom Italia


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