Cartiera Vita-Mayer di Cairate

Risalgono al 1750 le prime notizie storiche di un opificio che, sulla sponda dell’Olona, si occupa della follatura degli stracci e della parziale lavorazione della carta.

Nel 1897 la famiglia Vita acquista la piccola fabbrica e fonda la “Cartiera Enrico Vita & Co”, rinnovando profondamente il ciclo industriale ed ampliando la fabbrica.

Nel 1904 Matilde Vita sposa Sally Mayer e nel 1906 nasce la “Vita Mayer & Co.”.

Nel 1916 viene attivato il tratto ferroviario Cairate-Valmorea della ferrovia Valmorea e la cartiera ha una facile ed efficiente via di comunicazione per le materie prime e i prodotti finiti.

Dopo la prima guerra mondiale continua l’espansione degli impianti e nel 1937 inizia la produzione in loco della cellulosa, precedentemente acquistata come materia prima e trasportata via ferrovia alla fabbrica.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale ferma gli impianti e le famiglie proprietarie, Vita e Mayer, devono riparare in svizzera poiché di origini ebraiche.

Gli impianti non subiscono danni durante il conflitto e nell’immediato dopoguerra la produzione può ripartire facilmente. La cartiera vede una nuova inarrestabile crescita che porta ad un’espansione anche a sud con la creazione di un nuovo polo produttivo per il mercato dei prodotti cartacei usa e getta: tale nuovo polo produttivo sarà costituito da Astorre Mayer come azienda a se’ stante, con la denominazione di Cartiera di Cairate – VI.MA. Non è oggetto di questa scheda ma ce ne occuperemo in futuro.

Si arriva agli inizi degli anni ’60 ad avere una produzione di 80.000 tonnellate di carta annue e 2.500 dipendenti.

Negli anni ’70 un mercato sempre più competitivo e la scarsità di materia prima portano a un lento declino della fabbrica, sino alla chiusura definitiva nel 1977.

Attualmente l’area è proprietà della società Prealpi Servizi che ha iniziato dal 2010 bonifiche e demolizioni degli edifici più ammalorati.

Funzione degli edifici della cartiera

Legenda
1. Saccheria e magazzini (1930)
2. Falegnameria e laboratorio fisico (1930)
3. Macchina continua (1936)
4. Officina meccanica ed elettrica (1936)
5. Deposito cellulosa (1937)
6. Locale trance vecchie (1938)
7. Caustificazione e vecchie caldaie (1938)
8. Magazzini e autorimesse (1938)
9. Locale molazze e controllo (1940)
10. Decantazione e chiarificazione acqua (1947)
11. Cottura continua e discontinua (1950)
12. Macchina continua (1950)
13. Deposito solfato (1955)
14. Portineria e pesa (1958)
15. Impianto biossido di cloro (1960)
16. Imbianchimento (1960)
17. Caldaia Tomlinson con ciminiera (1961)
18. Silos minuzzoli (1961)
19. Cottura continua (1963)
20. Lavaggio cellulosa (1963)
21. Scortecciamento e sminuzzamento legno (?)


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Officine Romanazzi

Nel 1907 Stefano Romanazzi apre a Putignano, in provincia di Bari, una piccola officina per la costruzione di carrozze. Nel 1912, dopo la morte di Stefano, l’attività, che nel frattempo sta avendo grande successo, viene spostata dal figlio Nicola dalla piccola officina a una sede più grande nel capoluogo, Bari.

La produzione si orienta sulla costruzione delle carrozze per tramvai a cavallo, andando incontro alla forte domanda del periodo. La Romanazzi riesce a superare con forza la crisi della fine del primo ventennio del secolo scorso, arrivando a spostarsi in una sede ancora più grande, sempre a Bari, con ben settanta dipendenti.

Da quel momento, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, la produzione si concentra nel settore degli autoveicoli industriali destinati ai nuovi centri di espansione italiana all’estero.

Alla fine del conflitto, viene ricostruito l’impianto di Bari e una nuova sede viene aperta a Roma. Qui sarà portata la produzione e la direzione con gli uffici ed è l’oggetto delle nostre fotografie in questa scheda.

Una bizzarra vetturetta (l’unica mai creata dalla Romanazzi) costruita carrozzando un telaio e motore di un’Ape Piaggio (1953) – Fonte allcarindex.com

Con le officine di Roma la Romanazzi si colloca in breve tempo tra le prime aziende del proprio settore. La sede romana sorge in quella che, all’epoca, era piena campagna, all’angolo tra via Tiburtina e via di Tor Cervara, a pochi metri di distanza dalla fabbrica della penicillina Leo.

Operai delle Officine Romanazzi, davanti allo stabilimento di Roma, in una foto d’epoca dell’archivio de l’Unità

Nel 1950, dopo la morte di Nicola, i quattro figli si occupano assieme dell’azienda: Stefano ed Aurelio, a Bari e Paolo con Benedetto a Roma.

Il boom economico vede la Romanazzi protagonista delle nuove necessità di trasporto e l’azienda apre nuove sedi in Italia: Cagliari (1958), Napoli (1962), Palermo (1963), Brescia (1964) e Torino (1967).

Agli inizi degli anni ’70 inizia quella che sarà una lunga e proficua collaborazione con il gruppo FIAT (successivamente IVECO) che porterà la Romanazzi ad aprire sedi anche all’estero, nei paesi in cui l’export della casa torinese è più forte (principalmente Francia e Germania).

La produzione principale riguarda semi/rimorchi, ribaltabili, cassoni in lega, assi aggiunti che vengono distribuiti, oltre che sul territorio nazionale, anche in Europa, nei paesi del Nord Africa, Medio ed Estremo Oriente. L’innovazione tecnologica consente lo sviluppo di una nuova linea di produzione per i cassoni fissi, interamente realizzati in acciaio inox con sponde in lega.

Personaggio di spicco nella storia dell’azienda nei suoi anni di maggior splendore è stato Paolo Romanazzi. Imprenditore “all’antica”, vuole la leggenda fosse uno dei primi a entrare la mattina negli stabilimenti di via Tiburtina 1072, controllando sempre tutto di persona.

Paolo Romanazzi

Grande frequentatore dei salotti buoni e della dolce vita romana degli anni ruggenti, era amico personale del Senatore Giovanni Agnelli, oltre che suo partner industriale. Sfuggì a un tentativo di sequestro sul grande raccordo anulare di Roma: erano gli anni ’70 quando quasi tutti i grandi industriali, per timore di simili episodi, mandavano i propri figli a vivere e a studiare in Svizzera. Paolo Romanazzi muore nel 2017 a 83 anni dopo aver assistito al fallimento della propria azienda.

L’area delle officine a Roma è stata in parte riutilizzata con la costruzione di un edificio adibito a uffici, nella parte prospicente la via Tiburtina, mentre alle sue spalle sopravvivono le rovine dei capannoni industriali. Il tentativo di recupero dell’area, in cui si era ipotizzato di costruire la nuova sede di Poste Italiane, non andò a buon fine, sfociando in un lunghissimo contenzioso giudiziario tra la famiglia Romanazzi e le autorità italiane, arrivato sino al giudizio avverso ai Romanazzi, della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.  L’impegno economico per questa riconversione poi sfumata, portò alla bancarotta dell’azienda.


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Il Campo Boario del mattatoio di Roma

Il Campo Boario a Testaccio, ventesimo rione di Roma, fu realizzato a tempo di record tra il 1888 e il 1891 su progetto dell’architetto Gioacchino Ersoch. Situato in posizione adiacente al nuovo mattatoio di Testaccio, progettato e costruito negli stessi anni da Ersoch, il campo Boario era il luogo dove venivano custoditi gli animali prima di essere avviati al macello e dove si effettuavano le contrattazioni tra i mercanti di bestiame. L’area era divisa in due zone, una per il bestiame domito e una per quello indomito, con ingressi e uscite diversi. Un camminamento, protetto da barriere di ferro, consentiva il passaggio delle persone verso l’area delle contrattazioni; a metà circa del percorso fu costruito un padiglione a due piani con la funzione di torretta di controllo; infatti dalla terrazza , raggiungibile grazie ad una scala elicoidale in ferro, era possibile osservare tutto il mercato.

L’area su cui sorgeva il Campo Boario aveva una superficie superiore a quella del mattatoio vero e proprio (55.000 mq circa contro i 50.000 mq). I manufatti che compongono lo stabilimento furono realizzati sul principio della modularità; ciò è evidente soprattutto nelle strutture in ferro, che combinate in vario modo, formavano i ricoveri per il bestiame e i padiglioni dove si esponevano gli animali. Il ferro fu usato dall’architetto anche per la sua capacità di durata nel tempo.

Il mattatoio di Roma fu per molti anni il più avanzato in Europa.

Fu dismesso nel 1975 e sostituito con una nuova struttura posta al quartiere Prenestino. Nel 1976 negli spazi del Campo e del Mattatoio furono girate alcune scene del film “I padroni della città” di Fernando di Leo. Nel 1977 cominciarono i primi smantellamenti.

Le fotografie presenti nella galleria più sotto risalgono alla fine degli anni ’70.

Negli spazi del Campo Boario, nel 2007, è stata inaugurata la sede permanente di 3500 mq della Città dell’Altra Economia, con esposizione, vendita, ed eventi dedicati alla agricoltura biologica e solidale. Nell’area sono presenti anche una libreria, una ludoteca, un bar e un ristorante a vocazione biologica.

Nel mattatotio invece sono stati ristrutturati diversi padiglioni:

  • nel 2002 due di essi sono stati destinati alla seconda sede del museo MACRO
  • nel 2010 uno di essi è stato aperto a studenti e docenti della facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre
  • nel 2013 in 3 padiglioni sono stati trasferiti gli uffici e i laboratori del Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre
  • all’ingresso è ospitata la Scuola popolare di musica di Testaccio e il centro anziani Testaccio

 

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Prospetti

Veduta del Campo Boario dal Monte dei Cocci (inizi ‘900)

Al centro si puo’ vedere la torretta di osservazione; sulla sinistra i padiglioni per la vendita del bestiame; a destra della torretta i numerosi rimessini che furono tolti nel 1997 e ancora piu’ a destra le tettoie che coprivano i camminamenti.

       
Padiglione centrale e padiglioni vendita del bestiame
       
Edificio destinato agli uffici e alla Borsa
       
Fabbricato di ingresso al mercato del bestiame

Le immagini precedenti sono tratte dal libro “Roma Memorie di una città industriale” recensito qui

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Zuccherificio di Foligno

Il 28 ottobre del 1899 venne costituita la Società Italo Belga per la fabbricazione degli zuccheri, che individuò nell’area di Foligno il luogo adatto per l’installazione dell’impianto.
La località fu scelta perché era in posizione centrale rispetto all’Umbria ed aveva una estesa rete ferroviaria.
I lavori per la costruzione dello stabilimento iniziarono nel novembre 1899 su un’area di 3 ettari situata sulla riva destra del fiume Topino. L’opera venne conclusa nel giugno del 1900.
La fabbrica disponeva inizialmente di due motori a vapore da 200 hp, un motore elettrico da 50 hp e cinque caldaie a vapore da 600 hp come forza motrice e riscaldamento. La materia prima utilizzata era la barbabietola proveniente dall’Umbria, dall’Agro Romano e dalle Marche.
Nel 1903 l’azienda trasformò la sua ragione sociale in Società Romana per la Fabbricazione dello Zucchero. Nei primi anni del 1900 gli operai impiegati erano una trentina, che diventavano 200 durante la campagna saccarifera tra settembre e ottobre.
Nel 1911 venne annessa alla fabbrica una raffineria con una  capacità di 1000 quintali giornalieri; gli operai fissi arrivarono così a 80 unità mentre gli stagionali andavano dalle 300 alle 500 unità.
Nel 1913 lo stabilimento lavorava giornalmente 5000 q di bietole e produceva 400/500 q di zucchero greggio, che venivano subito raffinati e confezionati.
Fino alla seconda guerra mondiale si succedettero diversi ampliamenti: i silos per le barbabietole, un grande reparto per la distilleria e la palazzina dell’amministrazione. Furono  inoltre migliorati gli impianti per la produzione dell’energia elettrica e termica necessari alla vita dello stabilimento.
Lo zuccherificio, nel corso della seconda guerra mondiale, subì danni notevoli riguardanti sia la parte del corpo originario che quella dei magazzini, dei forni e della palazzina degli uffici. Gli edifici vennero risanati e venne aggiunto un nuovo magazzino. Lo zuccherificio conobbe negli anni del dopoguerra processi di razionalizzazione e di ammodernamento.
Nel 1973 lo stabilimento fu rilevato dalla Società Italiana per l’Industria degli Zuccheri; nel 1974  subentrò la Società generale degli zuccheri e infine la Società Cavarzere fino alla cessazione dell’attività produttiva che avvenne nel 1980.
Nel 1988 cominciò la demolizione di quasi tutto il complesso.

Visione satellitare del 2015

Visione satellitare del 2018

Attualmente è prevista nell’area, di proprietà della Coop Centro Italia, la costruzione di un centro commerciale, di attività di bar e ristorazione, di una ridotta zona residenziale e, si spera, la realizzazione del ‘Parco delle Arti e delle Scienze’ magari con un edificio che possa ospitare anche il nuovo teatro della città.

Foto storiche

 

Veduta interna degli impianti (1900)

Veduta interna degli impianti (1900)

Prospettiva sud-ovest

 

Prospettiva nord-est

Le fotografie ed i prospetti sono presi dal libro “Lo Zuccherificio di Foligno” recensito qui


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Manifattura Tabacchi Firenze

Lo stabilimento della Manifattura Tabacchi, situato nei pressi del parco delle Cascine a Firenze, viene costruito in sostituzione dei vecchi impianti collocati presso l’ex convento di Sant’Orsola e della chiesa sconsacrata di San Pancrazio.

Realizzato tra il 1933 e il 1940, ad opera di Pier Luigi Nervi e Giovanni Bartoli, lo stabilimento si estende su di una superficie di 6 ettari, comprende 16 edifici per un totale di 100.000 metri quadrati.

Il complesso è caratterizzato da una serie di edifici a planimetria e volumetria compatte, connotati da un inconfondibile stile razionalista. Il corpo della palazzini uffici e direzione è rivestito completamente in travertino.

Sull’entrata principale fanno bella mostra di sé dei bassorilievi raffiguranti la lavorazione del tabacco, opera di Francesco Coccia.

Faceva parte dello stabilimento anche il teatro Puccini, opera pregevole che ricorda l’architettura dello stadio fiorentino, progettato dallo stesso Nervi. Il teatro, nato come dopolavoro, è attualmente in uso per vari tipi di spettacoli.

All’epoca dell’edificazione nell’impianto operavano oltre 1.400 addetti, distribuiti a seconda dei ruoli nelle tre principali aree; il complesso comprendeva, tra gli altri spazi, anche le sale di maternità per le maestranze femminili.

La fabbrica  era servita direttamente dalla rete ferroviaria che, dalla stazione Leopolda, arrivava  fin dentro lo stabilimento.

Nella Manifattura Tabacchi di Firenze sono nate le famose sigarette MS, acronimo di Messis Summa (in latino “miglior raccolto”) che ricordava anche Monopoli di Stato e, nella cultura popolare, ironicamente, “Morte Sicura”.

MS

Oltre a queste note sigarette venivano prodotti i famosi sigari Toscani la cui storia è legata ad un aneddoto: sembra che nel 1815, quando la sede della Manifattura Tabacchi era presso l’ex convento di Santa Caterina, un improvviso acquazzone bagnò i barili di tabacco stoccati nel cortile. Tutta questa materia prima, diventata maleodorante, doveva essere destinata alla distruzione. Per limitare il danno economico, fu deciso di fare un prodotto di scarto dal basso costo, destinato al popolo. Nasce così il sigaro toscano, dalla forma sgraziata ma dal sapore particolare dovuto alla fermentazione. Ottiene talmente successo da diventare uno dei prodotti di punta della Manifattura Tabacchi di Firenze.

Lo stabilimento è rimasto in funzione fino a tempi recenti, chiudendo definitivamente la produzione nel 2001.

Ad oggi l’area è stata acquistata da una società privata e viene affittata per eventi. Non si esclude una riqualificazione a scopo abitativo.


Video a cura di ImmoDrone


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Zuccherificio Eridania di Codigoro

A Genova, nel 1899, viene costituita la “Società Anonima Eridania, fabbrica di zucchero” con lo scopo di produrre e commercializzare zucchero e prodotti affini.

Nello stesso anno a Codigoro, un piccolo comune della provincia di Ferrara, nasce il primo zuccherificio Eridania Zuccherifici Nazionali, denominazione che assumerà la più grande società saccarifera italiana. Al fine di ottenere un prodotto di qualità, Eridania investe non solo nella produzione industriale ma anche nella coltivazione della barbabietola da zucchero, soluzione che si rivela vincente consentendo dopo solo un anno la realizzazione di un secondo complesso industriale a Forlì.

Nel 1906 la giovane realtà imprenditoriale assume il nome di “Eridania Società Industriale“, evidenziando la sua vocazione commerciale, che si esprime anche con la costituzione di altri stabilimenti, tra cui la “Distilleria Padana” a Ferrara. L’ascesa viene frenata dagli anni della Grande Guerra e l’azienda si ristabilisce solo a partire dagli anni Venti, con la nascita di venti nuovi stabilimenti e la costituzione di ben quattordici nuove società saccarifere.

Nel 1930 la società si fonde con un altro grande produttore del settore, gli “Zuccherifici Nazionali”, dando vita alla “Eridania Zuccherifici Nazionali”. La fusione consente all’Eridania di controllare ventotto stabilimenti che producono il 60% del fabbisogno nazionale di zucchero. In quegli anni il presidente è Serafino Cevasco, entrato come semplice funzionario e poi divenuto presidente.

In questo video, presente sul canale ufficiale YouTube della Società Eridania, sono visibili splendide immagini storiche dello zuccherificio di Codigoro.

Nel 1966 la società Eridania viene acquistata dal petroliere Attilio Monti che la fonde con ben quattro altre società: “Saccarifera Lombarda”, “Emiliana Zuccheri”, “Saccarifera Sarda” e “Distillerie Italiane”. Durante la gestione del gruppo Monti si registra un importante incremento produttivo, dovuto principalmente ad un intervento di ammodernamento degli impianti.

Alla fine degli anni settanta la società viene completamente ceduta al “gruppo Ferruzzi” di Serafino Ferruzzi. Alla sua morte, nel 1979, il Gruppo Ferruzzi viene guidato dal genero Raul Gardini, che procede nella stessa politica di modernizzazione degli impianti e di chiusura degli stabilimenti obsoleti. La morte per suicidio di Raul Gardini, a seguito dell’inchiesta giudiziaria nota come “tangentopoli”, getta l’Eridania in una situazione di profonda precarietà.

Nel 2003 (fonte Wikipedia), dopo la scissione tra i nuovi soci delle attività industriali (5 stabilimenti a Coprob/Finbieticola e 2 stabilimenti al Gruppo Maccaferri), vengono costituite:

  • Italia Zuccheri S.p.A. (50% Coprob e 50% Finbieticola, ora 100% Coprob)
  • Eridania Sadam S.p.A. (Seci, Gruppo Maccaferri) a cui va il marchio Eridania detenuto tuttora insieme agli altri marchi commerciali dei prodotti.

Dopo una serie di cessioni e acquisizioni da parte di diverse società (consultare la pagina Wikipedia riportata in calce per ulteriori dettagli), arriviamo nel 2005 quando l’Unione Europea decide una drastica revisione della regolamentazione delle quote di produzione di zucchero. In base a queste nuove regole le società produttrici sono fortemente incentivate a restituire le quote contro una forte compensazione economica e quindi, di fatto, alla chiusura degli impianti produttivi.

Nel luglio 2016 il Gruppo Maccaferri cede il controllo della società Eridania Italia SPA, che detiene il marchio Eridania, al Gruppo Cooperativo francese Cristal Union tramite la società commerciale Cristal CO.


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Mostra di LostItaly a Milano

Mostra LostItaly Milano

Nuova tappa della mostra fotografica di LostItaly. Questa volta saremo ospiti della Cascina Martesana a Milano.

“Il progetto Lost in Time, selezionato dalla curatrice Paola Riccardi per il sesto appuntamento della rassegna fotografica triennale Altri Mondi, è una collettiva coordinata da Michele Greco. I fotografi in mostra sono tutti membri, assieme allo stesso Greco, del progetto LostItaly.it, che ha come obiettivo di creare una sorta di memoria collettiva attraverso un archivio di immagini di luoghi abbandonati, scattate dagli stessi fotografi ma anche con notizie storiche e fotografiche.”

La mostra si inaugura il 13 luglio 2018 e rimarrà esposta fino al 2 agosto.

Ulteriori informazioni sul sito della Cascina Martesana.

Per raggiungerci: Google Maps.

Aeronautica Caproni di Predappio

La Caproni fu un’industria aeronautica italiana fondata nel 1910 da Giovanni Battista Caproni. La fabbrica di Predappio fu costruita dove c’era un opificio realizzato dalla ditta Zolfi di Milano per la lavorazione dello zolfo estratto in loco.

L’attività estrattiva era poco concorrenziale e quindi la fabbrica divenne prima un laboratorio di ebanisteria (Ebanisteria Castelli) e successivamente, anche sfruttando l’esperienza della mano d’opera esistente (molte parti degli aerei erano in legno, all’epoca), divenne stabilimento dell’Aeronautica Caproni. I lavori per la realizzazione della fabbrica iniziarono nel 1933 e finirono nel 1941.

Nella fabbrica venivano costruite le parti in legno e metallo delle fusoliere e delle ali, poi trasportate all’aeroporto Ridolfi di Forlì dove avveniva l’assemblaggio finale degli aerei e il loro collaudo.

I principali aerei prodotti nello stabilimento di Predappio furono

Nel momento di maggior espansione la Caproni arrivò ad impiegare 1400 operai.

La fabbrica di Predappio realizzava anche componenti destinati ad altri produttori dello stesso gruppo industriale come le Officine Meccaniche Reggiane di Reggio Emilia (vedi scheda). La Caproni acquistò in seguito anche l’Isotta-Fraschini.

La fabbrica insiste sul costone di un canalone attraversato dalla strada: durante la guerra, dall’altra parte della strada, vennero scavate due grandi gallerie per mettere al riparo i materiali da eventuali bombardamenti. Tali gallerie ad oggi sono utilizzate per il progetto CICLoPE dell’Università di Bologna .

Il fatto che la fabbrica si trovi sul fianco di una collina ha fatto sì che i vari ambienti di produzione fossero realizzati su piani altimetrici differenti.

Le attività produttive erano così distribuite:

  • Piano terra: meccanica, collaudo materiali, controllo, forgie, torneria
  • Primo piano: saldatura elettrica, lattonieri, sabbiatura
  • Secondo piano: segheria, verniciatura
  • Terzo piano: intelaiaggio, falegnameria

 


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Zuccherificio di Granaiolo

Questo zuccherificio si trova nel comune di Castelfiorentino; inizia la sua attività nel 1899 e chiude con la sua ultima campagna nel 1971. La società che lo gestiva era la Società Italiana Industria Zuccheri con sede a Genova. Gran parte delle campagne circostanti erano coltivate a barbabietola, ed erano irrigate utilizzando l’acqua del fiume Elsa. Sembra che grazie alla bontà di queste acque lo zucchero di Granaiolo fosse particolarmente apprezzato, tanto da essere preferito anche dallo Stato Vaticano. La stessa acqua del fiume, tramite grosse pompe, veniva utilizzata come mezzo di trasporto per il passaggio dei vegetali dai bacini all’interno dello zuccherificio.

Nei primi anni di produzione, il trasporto della barbabietola avveniva unicamente su carri trainati da buoi; solo successivamente, verranno utilizzati camion o vagoni ferroviari attraverso la vicina linea ferroviaria.

La campagna di lavorazione durava dai tre a quattro mesi. In questo periodo gli operai lavoravano a ciclo continuo su tre turni; questo per garantire che il lavorato non si solidificasse andando a danneggiare irremediabilmente i macchinari. Vi lavoravano numerose persone appartenenti ai paesi limitrofi del territorio e spesso anche gli stessi coltivatori di barbabietola. Durante il resto dell’anno, circa settanta persone lavoravano come manutentori degli impianti.

In questo stabilimento si otteneva zucchero in cristalli o in zollette. La melassa, sottoprodotto della lavorazione era destinata all’industria dolciaria. Le fettucce, scarto della lavorazione, erano adibite a mangime per animali.

Nel comprensorio dello stabilimento, esisteva un attrezzato laboratorio chimico, la palazzina del direttore e alcune abitazioni per i dipendenti. Esisteva anche un magazzino di stoccaggio di cui oggi rimane solo lo scheletro in ferro.

Dopo quasi un secolo durante il quale a generato ricchezza per l’area di Granaiolo e dintorni, lo zuccherificio è stato costretto a chiudere a causa dei metodi di lavorazione non più aggiornati e concorrenziali.


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Società Aeronautica Italiana

Lo stabilimento, caratterizzato da capannoni di diverse epoche, si trova a Passignano, stretto tra la ferrovia e la riva del lago Trasimeno. La sua storia ha origini lontane, precisamente nel 1916, quando a Passignano fu istituita la prima scuola italiana per piloti di idrovolanti. La grande guerra aveva cambiato il modo di combattere, adesso lo si faceva anche dal cielo.

Dalla scuola di Passignano sul Trasimeno uscirono piloti del calibro di Raoul Lampugnani, che comandò durante il conflitto numerose squadriglie aeree sul fronte isontino, prestando servizio anche nella 6a Squadriglia Neuport agli ordini di Francesco Baracca, e Anselmo Cesaroni, ideatore dell’aeroporto di Castiglione del Lago, dove venne realizzato un idroscalo di maggiori dimensioni per sopperire alla carenza di spazi di Passignano.

Lo sviluppo tecnologico lo si ebbe dal 1922, quando l’Ingegner Ambrosini creò la SAI (Società Aeronautica Italiana). Enorme successo riscosse a cavallo tra gli anni venti e trenta, con l’avvento delle grandi imprese di Italo Balbo. Grazie a lui la capacità dei piloti e dei velivoli italiani divenne famosa in tutto il mondo. Ricordiamo le crociere aviatorie del Mediterraneo Occidentale (1928) e del Mediterraneo Orientale (1929). Quelle transatlantiche Italia-Brasile (dicembre 1930-gennaio 1931) e alla volta di Chicago e New York (luglio-agosto 1933).

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Ambrosini mise in produzione velivoli diventati famosi come il SAI 107, un caccia monoposto, il  SAI 207 e il SAI 403 Dardo.

Vista la sua vicinanza con la ferrovia, la S.A.I divenne durante la seconda guerra mondiale oggetto di bombardamenti. Nel 1944, subì notevoli danni alla struttura, proprio a causa di un bombardamento, oltre alla morte di 40 persone. Di conseguenza lo stabilimento venne smantellato poichè soltanto il 15% dei macchinari risultava ancora utilizzabile, ed i rimborsi di guerra ricevuti con ritardo nel 1966 non furono sufficienti a risanare il disastroso bilancio. 

Nel dopoguerra fu realizzata la serie degli aerei sportivi Grifo e Rondone e, per l’Aeronautica Militare, la serie di velivoli per addestramento caccia Ambrosini Super 7. L’azienda si distinse anche nella realizzazione di alianti tra i quali il modello Canguro che, pilotato dall’Ing. Ferrari, stabilì a Roma il primato di altezza raggiungendo la quota di 8200 metri. Nel corso della sua vita, l’azienda produsse apparecchiature di puntamento, sistemi radar e divenne leader nella lavorazione dell’alluminio. In anni più recenti, su richiesta dell’AMI, la SAI Ambrosini si dedicò anche ad un velivolo RPV (remote piloted vehicle) nonché ad un mini RPV, anticipando di molto tempo gli UAV oggi ampiamente impiegati in complesse missioni militari e non.

Il know-how acquisito fu poi impiegato per nuovi sofisticati progetti anche a carattere non aeronautico e dall’esperienza legata alla costruzione degli idrovolanti nacque la vocazione per le costruzioni navali. Sempre in questo campo, la SAI ha partecipato alla realizzazione di Azzurra, il dodici metri della prima sfida italiana alla Coppa America, del Moro di Venezia, nella versione in lega leggera, di Yena, per anni in vetta alle classifiche della classe IOR e che superò indenne la tempesta del Fastnet del 1979, di Longobarda, primo scafo in fibra di carbonio, di Emeroud di G. Frers. A Passignano fu realizzato il Silveray, un off shore dalle prestazioni esaltanti che rappresentava il miglior concentrato di esperienza aeronautica nella lavorazione delle leghe speciali.

Specializzata in scafi metallici con caratteristiche avanzate, la divisione navale ha prodotto secondo rigidi standard militari imbarcazioni per missioni di diversa natura. La SAI  intraprese anche il settore aerospaziale: fu costruttrice del primo aereo supersonico e del primo aereo guidato a distanza.

La targa commemorativa che ancora oggi è al cancello di entrata dello stabilimentio

Prima di cessare la sua attività, l’azienda attraversò un lungo periodo di crisi che la costrinse ad attuare una differenziazione industriale per quanto riguardava le produzioni: vennero fabbricati attrezzi agricoli, fisarmoniche, telai per motociclette e altri oggetti frutto della lavorazione della lega leggera. Nel 2003 è stato creato dall’azienda Tecnologie d’Avanguardia un marchio di orologi di precisione che ha utilizzato il marchio Sai Ambrosini e le tecnologie da esso sviluppate. Ultimamente, le palazzine uffici, sono state sede di un centro anziani e di altri scopi sociali; anche questa attività è stata abbandonata, per la presenza di materiale pericoloso all’interno dei capannoni.

La situazione odierna vede lo scheletro di molti capannoni più moderni ai quali sono stati tolti i tetti in eternit, le strutture più vecchie sono crollate sotto il peso del tempo e tutto quello che è rimasto è fortemente vandalizzato. Il triste epilogo di una storia gloriosa.

Da segnalare il libro “Aeronautica sul Trasimeno” di Claudio Bellaveglia. In questo testo, si parla di Passignano e del suo rapporto con la Sai, la sua storia e i vari tentativi di riqualifica. Queste le parole dell’autore durante la presentazione del libro: “Ho deciso di scrivere questo libro, per evitare che cada in oblio la parte più importante della storia recente di Passignano: quella che ha incrociato la fase iniziale dell’aviazione italiana, attraverso la scuola Allievi piloti di Idrovolanti dell’esercito e attraverso la produzione aeronautica della Sai”. 


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Bibliografia

  • Aeronautica sul Trasimeno. Storia della “SAI Ambrosini” di Passignano di Claudio Bellaveglia (ISBN 9788886200295)

Mostra di LostItaly ad Ostia

Nuova tappa della mostra fotografica di LostItaly. Questa volta saremo ospiti della biblioteca Elsa Morante di Ostia (RM).

La mostra inaugura sabato 13 gennaio alle ore 11:00 con l’intervento di Riccardo Pieroni, fotografo e docente di tecnica fotografica presso l’IISS “Rossellini” di Roma.

Ulteriori info sul sito della biblioteca Elsa Morante

Per raggiungerci: Google Maps

 

 

 

 

Le Cartiere di Amalfi

La produzione di carta ad Amalfi ebbe inizio tra il 1110 e il 1200. La tecnica della produzione, che si basava sulla macerazione degli stracci tramite magli chiodati mossi da mulini e successivamente lavorata tramite telai, fu probabilmente importata dagli arabi che a loro volta la copiarono dai cinesi. Quella prodotta ad Amalfi fu chiamata Charta Bambagina e fu utilizzata anche dalle corti degli Angioini e degli Aragonesi, ma nel 1220 Federico II ne proibì l’uso per i documenti ufficiali ritenendo che la pergamena fosse più adatta e duratura.
Nonostante ciò la produzione della carta continuò ad essere un’industria importante per la città.
Alla fine del 1700 nella “Valle dei Mulini” erano attive dalle 13 alle 16 cartiere, che sfruttavano la corrente del torrente Canneto per attivare, tramite le ruote dei mulini, i macchinari necessari alla produzione.
Con l’avvento dell’industrializzazione e di nuovi metodi per la realizzazione della carta, in aggiunta alle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e di trasporto del prodotto, iniziò una crisi irrefrenabile.
La politica protezionistica borbonica provò a rallentare il declino, portando a 38 le cartiere presenti in Amalfi e nelle zone limitrofe, ma il tracollo, complice una disastrosa alluvione nel 1954 che distrusse quasi tutte le cartiere lasciandone in piedi soltanto 3, fu inevitabile.
Attualmente in Amalfi sono presenti ed attive ancora due cartiere che realizzano prodotti di alta qualità usate dallo stato del Vaticano o per la pubblicazione di eleganti opere editoriali.

Ad Amalfi è presente dal 1969 Il Museo della carta realizzato in un ex-cartiera.

Galleria fotografica (’80)

 

Riferimenti in rete

Inaugurazione della Mostra di LostItaly a Firenze

Alcune immagini e gli interventi dei relatori Gianni Capitani e Paolo Quattrini in occasione dell’inaugurazione della mostra di LostItaly presso la biblioteca BiblioteCaNova Isolotto di Firenze.

Introduzione di Michele Greco

L’introduzione della mostra è stata basata sul seguente passaggio del libro “Una vita per strada” di Joseph Mitchell:

“Come ho detto, sono fortemente attratto dalle vecchie chiese. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi alberghi. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi ristoranti, dai vecchi bar, dalle vecchie case popolari, dalle vecchie stazioni di polizia, dai vecchi palazzi di giustizia, dalle vecchie tipografie, dalle vecchie banche, dai vecchi grattacieli. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi
pontili e dalle vecchie stazioni marittime e dalle aree portuali in genere. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi mercati e più di tutti dal Fulton Fish Market. E sono inoltre fortemente attratto  da una dozzina di vecchi edifici, la maggioranza dei quali in Lower Broadway e sulla Fifth e la Sixth Avenue nel tratto tra la Ventesima e la Quarantesima, un tempo grandi magazzini diventati in seguito abitazioni o depositi, quando i grandi magazzini – alcuni famosi e rinomati e perfino amati ai loro tempi e ormai del tutto dimenticati – hanno chiuso o si sono trasferiti in altri edifici nei quartieri residenziali della città.

Sono inoltre fortemente attratto da certi luoghi nei quali in genere è «vietato l’accesso», come indicano i cartelli, «ai non addetti ai lavori» – gli scavi per esempio, e edifici e altre strutture in demolizione. […] Sono stato in decine di edifici in fase di demolizione (arrampicarmi sui ponteggi è la mia passione) e sono salito su decine di grattacieli in costruzione, e ho visitato una mezza dozzina di ponti in costruzione, e sono sceso in tre tunnel in costruzione – il Queens Midtown Tunnel, il Lincoln Tunnel e il Brooklyn-Battery Tunnel – e ho guardato le ruspe farsi strada centimetro dopo centimetro nel letto del fiume. E sono inoltre fortemente attratto da certi sotterranei e da certe torri. Sono sceso nelle cripte della chiesa della Trinità e sono sceso nelle camere blindate della Federal Reserve Bank, e sono sceso nei vecchi sotterranei in disuso dei grandi magazzini abbandonati, tra archi in mattoni rossi, sotto il ponte di Brooklyn dal lato di Manhattan, sotterranei che emanano ancora l’odore stantio ma gradevole di alcuni prodotti che vi
erano immagazzinati – vino in botti, cuoio e pelle proveniente dal quartiere del pellame all’ingrosso, conosciuto con il nome di Swamp, che un tempo era adiacente al ponte e ora è stato demolito, e pesce in eccedenza conservato al fresco dai pescivendoli del Fulton Market, non molto distante, da vendere a costi elevati. Sono stato sulla cupola del City Hall e sulla torre del Municipal Building e nella cupola del vecchio Police Headquarters e sono stato su entrambi i campanili della cattedrale di St. Patrick e mi sono inerpicato sulla scala paurosa che sta nel braccio alzato della statua della Libertà e mi sono affacciato (ma solo per qualche istante) sulla stretta balconata intorno alla torcia e sono stato nelle soffitte e sui tetti di decine di vecchi edifici sbarrati e decretati inagibili.”

Con queste parole Joseph Mitchell (1908-1996), firma di punta per 60 anni del New Yorker, descrive il proprio girovagare per gli edifici dismessi o fatiscenti della New York “orizzontale” che stava via via scomparendo sotto i colpi della New York “verticale” che stava sorgendo ad inizi degli anni ’60. Un muoversi per la città che noi oggi chiameremo “esplorazione urbana”, certo Mitchell ha raccontato molto altro di New York, ne è stato il biografo principale, ed anche grazie a questo suo vagare, come lui stesso ammette, che è riuscito a sentirsi a suo agio in una città non sua, ma ci piace considerarlo un “esploratore urbano” ante-litteram. Noi, come lui, cerchiamo di raccontare, lui con «la carta da lettera intestata del giornale e una matita dalla punta morbida nella giacca», noi con la macchina fotografica, una civiltà che, nelle sue diverse declinazioni: industriale – postindustriale- post boom economico, sta scomparendo, lasciando, come sempre succede in quel ciclo inarrestabile che parte dalla notte dei tempi, rovine. Rovine che sono sotto gli occhi di tutti, ma, esattamente come quelle descritte da Mitchell in molti dei suoi articoli, invisibili ai più, o spesso, peggio, non viste come un’eredità di quello che si era, ma bensì un segno di un passato non più utile, da dimenticare, degrado, e, dunque, da cancellare. È quindi nostra intenzione continuare, con i mezzi che ci sono propri, a tener viva la memoria di un passato recente a cui dobbiamo, nel bene e nel male, ciò che siamo, ciò che la nostra società tecnologica (e non) è, prima che di esso non resti più traccia.

Interventi di Michele Greco, Gianni Capitani e Paolo Quattrini

L’allestimento e l’inaugurazione

 

Il catalogo della mostra, in vendita su Blurb

Videocolor

La Videocolor di Anagni (FR) è stata la più grande fabbrica italiana di cinescopi (tubi catodici). Lo stabilimento venne aperto nel 1968 ad opera di Arnaldo Piccinini, già patron e fondatore della Voxson.

L’azienda nasce come Ergon S.p.A. ed è il più grande stabilimento industriale della provincia di Frosinone sino a quando la FIAT non apre la fabbrica di Piedimonte San Germano. All’interno dei 70.000 metri quadrati dell’impianto c’è, oltre alla linea di produzione, anche una centrale di co-generazione elettrica e un depuratore delle acque.

Il nome Videocolor viene adottato nel 1971 quando subentra nella proprietà la francese Thompson. Nel 1987 il fatturato arriva a superare i 400 miliardi di lire.

Lo stabilimento in una piantina presente nell’impianto

Negli anni ’90 l’azienda raggiunge il massimo sviluppo arrivando ad impiegare 2500 operai e producendo quattro milioni di cinescopi l’anno, anche per i marchi Saba e Telefunken.

Nel 2005 la Thompson cede la proprietà alla Videocon della famiglia indiana Dhoot e la società cambia nuovamente nome, diventando VDC Technologies S.p.A. In questa cessione la Thompson lascia in dote agli acquirenti un tersoretto di 180 milioni cui si aggiungono fondi stanziati da Stato e Regione per il rilancio del sito industriale e la riconversione per la produzione di schermi al plasma e condizionatori. Sono almeno 36 i milioni stanziati dallo Stato e 11 dalla Regione.

I nuovi proprietari fanno arrivare da Taiwan un’intera linea di produzione per schermi al plasma, che all’epoca sembravano il futuro e che sarebbero divenuti presto, invece, obsoleti in favore degli LCD. Tale linea non sarà mai montata e rimarrà abbandonata in una serie di containers all’interno dello stabilimento. Da notizie di stampa e da un’interpellanza di Antonio Di Pietro del 2008 si apprende che la famiglia Dhoot avesse già in passato adottato lo stesso schema in occasione dell’acquisto della Necchi di Pavia: acquisto dell’azienda in crisi, promessa di rilancio con grandi investimenti, ricezione di aiuti economici pubblici, fallimento e chiusura del sito produttivo.

Nel 2009 la produzione cessa definitivamente e i dipendenti sono messi in cassa integrazione.

Nel 2012 l’azienda viene dichiarata ufficialmente fallita.


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Riferimenti in rete


Bibliografia

  • Cattive acque: storie dalla Valle del Sacco di Carlo Ruggiero (ISBN 9788898715039)
  • Mani bucate di Marco Cobianchi (ISBN 9788861902022)

Officine Meccaniche Reggiane

Officine Meccaniche Reggiane

Fondate nel 1901 a Reggio Emilia dall’Ing. Romano Righi, le Officine Meccaniche Reggiane, la cui prima denominazione fu Officine Meccaniche Italiane (OMI), furono una delle più importanti realtà industriali italiane, operante nel settore della produzione ferroviaria, di artiglieria e di aerei da combattimento.

Le prime importanti commesse arrivarono, a partire dal 1904, dal settore ferroviario. L’allora azionista di maggioranza e presidente Giuseppe Menada garantì all’azienda un ordine di venti di carrozze chiuse e sette aperte,  in virtù del fatto che lo stesso Menada fu dapprima direttore e poi presidente della SAFRE (Società Anonima delle Ferrovie di Reggio Emilia). Lo sviluppo del settore ferroviario continuò fino al 1912, quando venne acquisita la Società Officine Ferroviarie Italiane Anonima. Sempre nel 1912 la ditta cambierà denominazione diventando Reggiane Officine Meccaniche Italiane Spa.

Produzione vagoni ferroviari

Produzione vagoni ferroviari – fonte reggionelweb.it

Lo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, significò per l’azienda un incremento della produzione a fini bellici: nel 1918 venne assorbito il Proiettilificio di Modena e, nello stesso anno, iniziò la costruzione di parti meccaniche per i famosi biplani trimotori da bombardamento denominati Ca.44, Ca.45 e Ca.46, dove Ca sta per “Caproni“, industria aeronautica dell’epoca cui furono commissionati 300 bombardieri.

La crisi italiana del 1920, poi divenuta mondiale con il crollo di Wall Street del 1929, non risparmiò nemmeno le Reggiane: tra acquisizioni societarie con l’intento di diversificare la produzione e chiusura di alcuni stabilimenti (Monza, Modena) finalmente nel 1933 l’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) divenne azionista di maggioranza salvando dalla cessione gli stabilimenti di Reggio Emilia. La parziale rinascita avvenne nel 1935 quando il conte Giovanni Caproni, prevedendo il prossimo riarmo del partito fascista, acquistò dall’I.R.I. la maggioranza delle azioni, fondando a Reggio Emilia la “Società Studi e Brevetti Gruppo Caproni”, mettendovi alla guida l’ing. Giovanni Pegna che già aveva dato prova di capacità tecnica e progettuale per la Piaggio. Il primo velivolo prodotto dal nuovo settore avio delle Reggiane fu il P.32bis, la cui foto è riportata di seguito.

Piaggio P.32bis

Piaggio P.32bis – fonte wikipedia

Lo sviluppo del settore avio è inarrestabile dal 1936 al 1943, anni nei quali molti modelli vennero progettati e costruiti negli stabilimenti di Reggio Emilia: trimotore da bombardamento S.M.79, Caproni Ca.405, RE 2000 (MM 408), RE 2001 (MM 409) e del RE 2002 (MM 454), RE 2003. Il regime fascista al potere, proprio per l’importanza strategica che l’azienda aveva in campo bellico, controllava completamente la produzione e il personale impiegato. Tuttavia, benché vigesse un rigido controllo, all’interno delle Reggiane erano presenti alcuni elementi antifascisti, come dimostravano – stando alle cronache dell’epoca – alcuni volantini e il disegno di falce e martello sui macchinari.

Alla storia delle Officine Meccaniche Reggiane è legato anche un triste avvenimento avvenuto il 28 luglio del 1943, noto alle cronache come “eccidio delle Reggiane“. Il regime fascista ormai decaduto lasciò il posto al governo “Badoglio” il quale, per evitare problemi di ordine pubblico, emanò norme molto restrittive che consentivano all’esercito di aprire il fuoco contro assembramenti di persone che superavano le tre unità. Quel triste 28 luglio un corteo di persone sfilò per le vie della città per chiedere la fine della guerra e, giunto ai cancelli delle officine, venne raggiunto dai colpi d’arma da fuoco dell’esercito che aveva l’ordine di fermare la manifestazione: rimasero ferite 50 persone e 9 operai dell’azienda rimasero uccisi, tra cui una donna incinta. Affinché ne rimanga memoria, il 28 luglio di ogni anno si celebra l’anniversario di quel tragico evento.

Subito dopo la guerra le Officine Reggiane, guidate al tempo dall’ing. Antonio Alessio, provarono a diversificare ulteriormente la produzione tentando la carta delle automobili: tuttavia la costruzione di autovetture “made in Reggio Emilia” non vide mai la luce.

Nel gennaio del 1944 i bombardamenti alleati rasero al suolo gli stabilimenti di Reggio Emilia: la produzione venne decentrata, utilizzando i macchinari che si salvarono dalla distruzione, in altri stabilimenti di Reggio Emilia e in altre città del Nord Italia. Successivamente, nel 1945, a seguito anche delle condizioni imposte dagli alleati, la divisione avio delle Reggiane cessò di esistere.

Nel 1950, l’azienda tentò nuovamente di riconvertire la produzione, passando ai macchinari da agricoltura. Il trattore R-60, di cui è visibile una foto più avanti, fu progettato e costruito durante l’occupazione dell’azienda (da ottobre del ’50 ad ottobre del ’51), a seguito di un pesante piano di licenziamento di più di 2000 persone.

Trattore R-60

Trattore R-60 – fonte www.officinemeccanichereggiane.it

Da ricordare che durante l’occupazione della fabbrica, durata un anno, gli operai non percepivano stipendio. Purtroppo, degli oltre 2000 operai licenziati, solo 700 vennero riassunti.

Dal 1970 ai giorni nostri la produzione delle Reggiane è incentrata su grandi impianti e gru:

1970: impianto per lo zuccherificio di Haiti, ancora oggi funzionante.

1980: produzione grandi impianti di dissalazione, tra cui quello di Misurata, Libia.

1987: progettazione e costruzione della nave-gru MICOPERI, utilizzata per l’installazione di piattaforme petrolifere.

1992: il gruppo Fantuzzi rileva l’azienda.

2008: TEREX, azienda americana, acquista il gruppo Fantuzzi. Nello stesso anno, il Comune di Reggio Emilia inizia un progetto, in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia, di recupero dell’area acquistando il padiglione 19, denominandolo Tecnopolo, con l’obiettivo di costruire una realtà destinata all’innovazione tecnologica.

Attualmente la sede storica delle Officine Meccaniche Reggiane, attiva dal 1904 al 2008, giace in stato di abbandono.

Nel video seguente viene ripercorsa la storia di questa importante industria:


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Stabilimento Innocenti di Lambrate

La Innocenti è stata una delle più note case automobilistiche italiane, fondata a Milano nel 1933 dall’imprenditore toscano Ferdinando Innocenti, già noto per aver inventato i famosi tubi da impalcature, utilizzati ancora oggi. Le attività di produzione erano concentrate principalmente nello stabilimento di Lambrate (Milano), ma esistevano filiali in altre parti del mondo, come in Sud America (joint venture con la Siderurgica del Orinoco, S.A.).

In questo video dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa, viene raccontata la storia dell’industria nelle sue varie linee di produzione: meccanica (presse e sistemi di produzione), motociclistica (Lambretta, Lambro, Lui, etc.) ed automobilistica (A40, Mini, etc.).

Tra i prodotti di maggior successo della Innocenti c’è sicuramente la Lambretta, prodotta a Lambrate dal 1947 al 1972, subito dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale lo stabilimento venne bombardato e completamente distrutto. Il nome dello scooter deriva dal fiume Lambro, che scorre nella zona in cui sorgevano gli stabilimenti.

Innocenti Lambretta (fonte Wikipedia)

Stabilimento produzione Lambretta (fonte Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La produzione di automobili della Innocenti, iniziata nel 1960, non raggiungerà mai il successo ottenuto con gli scooter; tra i modelli maggiormente conosciuti ricordiamo:

  • A40, edizione italiana della Austin A40
  • Mini Minor, prodotta su licenza della British Motor Corporation
  • Innocenti Mille, derivata dalla Fiat Uno (prodotta all’estero)
  • Chrysler TC, sviluppara dalla Maserati per Chrysler
  • Innoenti Nuova Mini (Mini Bertone)

Innocenti Mini Minor (fonte omniauto.it)

Poco dopo l’inizio della produzione di automobili, nel 1966, muore il fondatore Ferdinando e l’azienda passa nelle mani del figlio Luigi, che all’inizio degli anni settanta separa le tre linee di produzione vendendo la meccanica all’IRI, formando la INNSE (Innocenti Sant’Eustacchio S.p.A.).

Sempre all’inizio degli anni settanta il settore automobili della Innocenti viene rilevato completamente dal gruppo inglese British Leyland, facendo nascere il nuovo marchio Leyland Innocenti con il quale vengono commercializzati in Europa i veicoli del gruppo inglese.

Innocenti Turbo De Tomaso (fonte ilsole24ore.com)

Nel 1976, a seguito di una grave crisi, la Leyland decide di dismettere gli stabilimenti Innocenti di Lambrate che, a seguito di trattative sindacali e di Governo, viene rilevata dal gruppo De Tomaso fondato dal pilota e imprenditore Alejandro De Tomaso: fino alla fine degli anni ottanta verranno prodotti nuovi modelli della Mini, compresa la famosa Turbo De Tomaso, con motore sovralimentato.

 

Nel 1990, a seguito delle perdite del gruppo Maserati (di cui De Tomaso è detentore di maggioranza dal 1975), le quote di Innocenti e poi di Maserati vengono passate a FIAT, che diviene di li a poco proprietaria di entrambi i marchi.

Lo stabilimento Innocenti di Lambrate venne chiuso definitivamente nel 1993, con l’uscita di scena della Mini Bertone.

Dal 1993 al 1997 il gruppo Innocenti rimane attivo solo ed esclusivamente per la commercializzazione di alcuni modelli FIAT – Piaggio, tra cui ricordiamo la Innocenti Mille ed Elba e il Piaggio Porter.

La produzione termina nel 1997 ed il marchio, non più utilizzato, diventa di proprietà del Gruppo FCA.

Una piccola curiosità: la Innocenti Nuova Mini (Mini Bertone) compare in diverse produzioni cinematografiche dal 1975 al 1980. Tra le più note, quella di Amici Miei del 1975 dove la macchina di Giorgio Perozzi (Philippe Noiret) è proprio una Innocenti 500L.

Innocenti 500L di Giorgio Perozzi in Amici Miei (1975)

Ad oggi, gli stabilimenti Innocenti di Lambrate sono stati in gran parte abbattuti: sopravvivono la palazzina uffici della Innocenti Commerciale di via Pitteri (residenza per anziani) e la palazzina uffici ex Centro Studi di Via Rubattino (magazzino). Rimane in piedi anche il cosiddetto “Palazzo di Cristallo”, che ospitava la produzione (immagine di testa della scheda).


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Montecatini di Marina di Montemarciano

La Montecatini di Marina di Montemarciano è stata un’azienda che produceva fertilizzanti chimici (perfosfato).

Organizzazione dell’impianto

A) Reparto acido solforico
B) Magazzino fosforiti
C) Reparto impasto
D) Magazzino concimi
E) Reparto complessi
F) Uffici, spogliatoi, officine e locali di servizio

Processo produttivo

Negli edifici A, veniva prodotto l’acido solforico tramite cottura della pirite in forni (la pirite arrivava dalle miniere della Toscana).
Nell’edificio B erano immagazzinati i fosforiti (arrivavano via nave dal nord Africa ad Ancona e poi portati su rotaia allo stabilimento).
Nell’edificio C avveniva la reazione chimica tra fosforiti e acido solforico.
In D ed E veniva immagazzinato il perfosfato puro e addizionato.

In questo vecchio filmato della Montecatini viene descritto il processo di produzione del perfosfato e si vede anche l’impianto di Marina di Montemarciano (Archivio Nazionale Cinema d’Impresa)

Storia dello stabilimento

1906: viene fondata la “Società marchigiana di concimi e prodotti chimici” e apre a Porto Recanati il primo stabilimento per la produzione di perfosfato.

1911: la “Società marchigiana di concimi e prodotti chimici” viene assorbita dalla “Società Colla e Concimi”. Questa è, molto probabilmente, la stessa società che aveva costruito uno stabilimento a Roma e di cui avevamo precedentemente parlato a proposito della Mira Lanza (qui l’articolo). 

1919: la “Società colla e concimi” apre lo stabilimento di Marina di Montemarciano per la produzione di perfosfato utilizzando la pirite come materia prima.

1929: lo stabilimento viene assorbito dalla Montecatini.

1944: durante il secondo conflitto mondiale, a causa dell’impossibilità di rifornirsi di materie prime (in particolare dei fosforiti che arrivavano da Algeria, Tunisia e Marocco), si ferma la produzione e lo stabilimento viene usato come deposito materiali dalle truppe alleate.

1950: avviene un ampliamento degli impianti produttivi e incremento produzione concimi complessi (con addizione di azoto, fosforo e potassio)

1975: lo stabilimento diventa di proprietà della S.I.R. (Società Interconsorziale Romagnola).

1985: lo stabilimento passa alla Fertilgest.

1988: lo stabilimento passa in mano alla Enimont di Raul Gardini.

1990: il collasso dell’Enimont e la fine dell’impegno nel settore chimico portano alla chiusura dello stabilimento.

Da molti anni lo stabilimento è in stato di abbandono e dal 2004 è sottoposto a vincolo di tutela architettonica. Ciò rende piuttosto complicata la bonifica dell’area (principalmente inquinata dalle ceneri di pirite) e il suo recupero, nonstante sia in fase di approvazione un progetto che vedrebbe nascere una serie di strutture ricettive e commerciali.


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Società per Azioni Fratelli Del Magro

I resti della fabbrica Del Magro sorgono appena fuori dall’abitato storico di Pescia nella via Mammianese. La sua struttura ha subito modifiche e ampliamenti negli anni, partendo da un edificio centrale con una lunga storia alle spalle. Le prime notizie del manufatto risalgono addirittura al 1561: si trattava di un edificio di modeste dimensioni, separato in due parti da una via principale. Fu ampliato nel 1626 e una prima rappresentazione catastale si ha solo nel 1825.

La Caserma Borgognini: questa parte, sarà in seguito adibita a laboratori e uffici.

Qui troviamo il corpo principale della fabbrica che ospitava all’interno una parte della strada maestra rotabile per Pietrabuona. La sezione di fabbrica che si sviluppava parallelamente al fiume Pescia era divisa in due parti collegate tra loro: una su tre livelli e una su unico livello. A valle, troviamo due gore, una alimentava una filanda e una un frantoio.

Vista dall’alto nel periodo di produzione

Nel 1875 il manufatto subì ulteriore ampliamento; i lavori riguardarono il corpo principale che fu portato alla configurazione attuale. Queste modifiche interessarono anche la sede stradale che fu deviata a costeggiare la fabbrica. Tra il 1915 e il 1919 la Cassa di Risparmi di Pescia, che era proprietaria dell’immobile, lo concesse gratuitamente al Ministero della Guerra. Nacque la Caserma Borgognini.  Qui, vi svolse il servizio di leva il comico Totò.

Macchinari e operai all’opera

Nel 1921 l’immobile fu acquistato dalla famiglia Del Magro per impiantare una produzione di stoviglie in alluminio. Nel 1935 oltre ad altri ampliamenti, venne realizzata la portineria. Nel 1951 avvenne una variazione nell’intestazione societaria: “Società per Azioni Fratelli Del Magro” e si assistette ad un aumento della consistenza edilizia, che continuerà a crescere fino agli anni 60. Nel periodo più florido, la fabbrica impiegava 400 dipendenti. In quello stesso periodo la gamma produttiva venne ampliata, realizzando anche scaldabagni. I continui dissapori tra i fratelli Del Magro portarono alla chiusura dello stabilimento nel 1989, quando ormai il numero dei dipendenti era sceso a 25.

Una foto storica, nello sfondo, si intravede il corpo principale su più livelli dello stabilimento.

 

Il documento per il deposito del marchio, risalente al 1951

 


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