Zuccherificio Eridania di Codigoro

A Genova, nel 1899, viene costituita la “Società Anonima Eridania, fabbrica di zucchero” con lo scopo di produrre e commercializzare zucchero e prodotti affini.

Nello stesso anno a Codigoro, un piccolo comune della provincia di Ferrara, nasce il primo zuccherificio Eridania Zuccherifici Nazionali, denominazione che assumerà la più grande società saccarifera italiana. Al fine di ottenere un prodotto di qualità, Eridania investe non solo nella produzione industriale ma anche nella coltivazione della barbabietola da zucchero, soluzione che si rivela vincente consentendo dopo solo un anno la realizzazione di un secondo complesso industriale a Forlì.

Nel 1906 la giovane realtà imprenditoriale assume il nome di “Eridania Società Industriale“, evidenziando la sua vocazione commerciale, che si esprime anche con la costituzione di altri stabilimenti, tra cui la “Distilleria Padana” a Ferrara. L’ascesa viene frenata dagli anni della Grande Guerra e l’azienda si ristabilisce solo a partire dagli anni Venti, con la nascita di venti nuovi stabilimenti e la costituzione di ben quattordici nuove società saccarifere.

Nel 1930 la società si fonde con un altro grande produttore del settore, gli “Zuccherifici Nazionali”, dando vita alla “Eridania Zuccherifici Nazionali”. La fusione consente all’Eridania di controllare ventotto stabilimenti che producono il 60% del fabbisogno nazionale di zucchero. In quegli anni il presidente è Serafino Cevasco, entrato come semplice funzionario e poi divenuto presidente.

In questo video, presente sul canale ufficiale YouTube della Società Eridania, sono visibili splendide immagini storiche dello zuccherificio di Codigoro.

Nel 1966 la società Eridania viene acquistata dal petroliere Attilio Monti che la fonde con ben quattro altre società: “Saccarifera Lombarda”, “Emiliana Zuccheri”, “Saccarifera Sarda” e “Distillerie Italiane”. Durante la gestione del gruppo Monti si registra un importante incremento produttivo, dovuto principalmente ad un intervento di ammodernamento degli impianti.

Alla fine degli anni settanta la società viene completamente ceduta al “gruppo Ferruzzi” di Serafino Ferruzzi. Alla sua morte, nel 1979, il Gruppo Ferruzzi viene guidato dal genero Raul Gardini, che procede nella stessa politica di modernizzazione degli impianti e di chiusura degli stabilimenti obsoleti. La morte per suicidio di Raul Gardini, a seguito dell’inchiesta giudiziaria nota come “tangentopoli”, getta l’Eridania in una situazione di profonda precarietà.

Nel 2003 (fonte Wikipedia), dopo la scissione tra i nuovi soci delle attività industriali (5 stabilimenti a Coprob/Finbieticola e 2 stabilimenti al Gruppo Maccaferri), vengono costituite:

  • Italia Zuccheri S.p.A. (50% Coprob e 50% Finbieticola, ora 100% Coprob)
  • Eridania Sadam S.p.A. (Seci, Gruppo Maccaferri) a cui va il marchio Eridania detenuto tuttora insieme agli altri marchi commerciali dei prodotti.

Dopo una serie di cessioni e acquisizioni da parte di diverse società (consultare la pagina Wikipedia riportata in calce per ulteriori dettagli), arriviamo nel 2005 quando l’Unione Europea decide una drastica revisione della regolamentazione delle quote di produzione di zucchero. In base a queste nuove regole le società produttrici sono fortemente incentivate a restituire le quote contro una forte compensazione economica e quindi, di fatto, alla chiusura degli impianti produttivi.

Nel luglio 2016 il Gruppo Maccaferri cede il controllo della società Eridania Italia SPA, che detiene il marchio Eridania, al Gruppo Cooperativo francese Cristal Union tramite la società commerciale Cristal CO.


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Mostra di LostItaly a Milano

Mostra LostItaly Milano

Nuova tappa della mostra fotografica di LostItaly. Questa volta saremo ospiti della Cascina Martesana a Milano.

“Il progetto Lost in Time, selezionato dalla curatrice Paola Riccardi per il sesto appuntamento della rassegna fotografica triennale Altri Mondi, è una collettiva coordinata da Michele Greco. I fotografi in mostra sono tutti membri, assieme allo stesso Greco, del progetto LostItaly.it, che ha come obiettivo di creare una sorta di memoria collettiva attraverso un archivio di immagini di luoghi abbandonati, scattate dagli stessi fotografi ma anche con notizie storiche e fotografiche.”

La mostra si inaugura il 13 luglio 2018 e rimarrà esposta fino al 2 agosto.

Ulteriori informazioni sul sito della Cascina Martesana.

Per raggiungerci: Google Maps.

Aeronautica Caproni di Predappio

La Caproni fu un’industria aeronautica italiana fondata nel 1910 da Giovanni Battista Caproni. La fabbrica di Predappio fu costruita dove c’era un opificio realizzato dalla ditta Zolfi di Milano per la lavorazione dello zolfo estratto in loco.

L’attività estrattiva era poco concorrenziale e quindi la fabbrica divenne prima un laboratorio di ebanisteria (Ebanisteria Castelli) e successivamente, anche sfruttando l’esperienza della mano d’opera esistente (molte parti degli aerei erano in legno, all’epoca), divenne stabilimento dell’Aeronautica Caproni. I lavori per la realizzazione della fabbrica iniziarono nel 1933 e finirono nel 1941.

Nella fabbrica venivano costruite le parti in legno e metallo delle fusoliere e delle ali, poi trasportate all’aeroporto Ridolfi di Forlì dove avveniva l’assemblaggio finale degli aerei e il loro collaudo.

I principali aerei prodotti nello stabilimento di Predappio furono

Nel momento di maggior espansione la Caproni arrivò ad impiegare 1400 operai.

La fabbrica di Predappio realizzava anche componenti destinati ad altri produttori dello stesso gruppo industriale come le Officine Meccaniche Reggiane di Reggio Emilia (vedi scheda). La Caproni acquistò in seguito anche l’Isotta-Fraschini.

La fabbrica insiste sul costone di un canalone attraversato dalla strada: durante la guerra, dall’altra parte della strada, vennero scavate due grandi gallerie per mettere al riparo i materiali da eventuali bombardamenti. Tali gallerie ad oggi sono utilizzate per il progetto CICLoPE dell’Università di Bologna .

Il fatto che la fabbrica si trovi sul fianco di una collina ha fatto sì che i vari ambienti di produzione fossero realizzati su piani altimetrici differenti.

Le attività produttive erano così distribuite:

  • Piano terra: meccanica, collaudo materiali, controllo, forgie, torneria
  • Primo piano: saldatura elettrica, lattonieri, sabbiatura
  • Secondo piano: segheria, verniciatura
  • Terzo piano: intelaiaggio, falegnameria

 


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Zuccherificio di Granaiolo

Questo zuccherificio si trova nel comune di Castelfiorentino; inizia la sua attività nel 1899 e chiude con la sua ultima campagna nel 1971. La società che lo gestiva era la Società Italiana Industria Zuccheri con sede a Genova. Gran parte delle campagne circostanti erano coltivate a barbabietola, ed erano irrigate utilizzando l’acqua del fiume Elsa. Sembra che grazie alla bontà di queste acque lo zucchero di Granaiolo fosse particolarmente apprezzato, tanto da essere preferito anche dallo Stato Vaticano. La stessa acqua del fiume, tramite grosse pompe, veniva utilizzata come mezzo di trasporto per il passaggio dei vegetali dai bacini all’interno dello zuccherificio.

Nei primi anni di produzione, il trasporto della barbabietola avveniva unicamente su carri trainati da buoi; solo successivamente, verranno utilizzati camion o vagoni ferroviari attraverso la vicina linea ferroviaria.

La campagna di lavorazione durava dai tre a quattro mesi. In questo periodo gli operai lavoravano a ciclo continuo su tre turni; questo per garantire che il lavorato non si solidificasse andando a danneggiare irremediabilmente i macchinari. Vi lavoravano numerose persone appartenenti ai paesi limitrofi del territorio e spesso anche gli stessi coltivatori di barbabietola. Durante il resto dell’anno, circa settanta persone lavoravano come manutentori degli impianti.

In questo stabilimento si otteneva zucchero in cristalli o in zollette. La melassa, sottoprodotto della lavorazione era destinata all’industria dolciaria. Le fettucce, scarto della lavorazione, erano adibite a mangime per animali.

Nel comprensorio dello stabilimento, esisteva un attrezzato laboratorio chimico, la palazzina del direttore e alcune abitazioni per i dipendenti. Esisteva anche un magazzino di stoccaggio di cui oggi rimane solo lo scheletro in ferro.

Dopo quasi un secolo durante il quale a generato ricchezza per l’area di Granaiolo e dintorni, lo zuccherificio è stato costretto a chiudere a causa dei metodi di lavorazione non più aggiornati e concorrenziali.


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Società Aeronautica Italiana

Lo stabilimento, caratterizzato da capannoni di diverse epoche, si trova a Passignano, stretto tra la ferrovia e la riva del lago Trasimeno. La sua storia ha origini lontane, precisamente nel 1916, quando a Passignano fu istituita la prima scuola italiana per piloti di idrovolanti. La grande guerra aveva cambiato il modo di combattere, adesso lo si faceva anche dal cielo.

Dalla scuola di Passignano sul Trasimeno uscirono piloti del calibro di Raoul Lampugnani, che comandò durante il conflitto numerose squadriglie aeree sul fronte isontino, prestando servizio anche nella 6a Squadriglia Neuport agli ordini di Francesco Baracca, e Anselmo Cesaroni, ideatore dell’aeroporto di Castiglione del Lago, dove venne realizzato un idroscalo di maggiori dimensioni per sopperire alla carenza di spazi di Passignano.

Lo sviluppo tecnologico lo si ebbe dal 1922, quando l’Ingegner Ambrosini creò la SAI (Società Aeronautica Italiana). Enorme successo riscosse a cavallo tra gli anni venti e trenta, con l’avvento delle grandi imprese di Italo Balbo. Grazie a lui la capacità dei piloti e dei velivoli italiani divenne famosa in tutto il mondo. Ricordiamo le crociere aviatorie del Mediterraneo Occidentale (1928) e del Mediterraneo Orientale (1929). Quelle transatlantiche Italia-Brasile (dicembre 1930-gennaio 1931) e alla volta di Chicago e New York (luglio-agosto 1933).

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Ambrosini mise in produzione velivoli diventati famosi come il SAI 107, un caccia monoposto, il  SAI 207 e il SAI 403 Dardo.

Vista la sua vicinanza con la ferrovia, la S.A.I divenne durante la seconda guerra mondiale oggetto di bombardamenti. Nel 1944, subì notevoli danni alla struttura, proprio a causa di un bombardamento, oltre alla morte di 40 persone. Di conseguenza lo stabilimento venne smantellato poichè soltanto il 15% dei macchinari risultava ancora utilizzabile, ed i rimborsi di guerra ricevuti con ritardo nel 1966 non furono sufficienti a risanare il disastroso bilancio. 

Nel dopoguerra fu realizzata la serie degli aerei sportivi Grifo e Rondone e, per l’Aeronautica Militare, la serie di velivoli per addestramento caccia Ambrosini Super 7. L’azienda si distinse anche nella realizzazione di alianti tra i quali il modello Canguro che, pilotato dall’Ing. Ferrari, stabilì a Roma il primato di altezza raggiungendo la quota di 8200 metri. Nel corso della sua vita, l’azienda produsse apparecchiature di puntamento, sistemi radar e divenne leader nella lavorazione dell’alluminio. In anni più recenti, su richiesta dell’AMI, la SAI Ambrosini si dedicò anche ad un velivolo RPV (remote piloted vehicle) nonché ad un mini RPV, anticipando di molto tempo gli UAV oggi ampiamente impiegati in complesse missioni militari e non.

Il know-how acquisito fu poi impiegato per nuovi sofisticati progetti anche a carattere non aeronautico e dall’esperienza legata alla costruzione degli idrovolanti nacque la vocazione per le costruzioni navali. Sempre in questo campo, la SAI ha partecipato alla realizzazione di Azzurra, il dodici metri della prima sfida italiana alla Coppa America, del Moro di Venezia, nella versione in lega leggera, di Yena, per anni in vetta alle classifiche della classe IOR e che superò indenne la tempesta del Fastnet del 1979, di Longobarda, primo scafo in fibra di carbonio, di Emeroud di G. Frers. A Passignano fu realizzato il Silveray, un off shore dalle prestazioni esaltanti che rappresentava il miglior concentrato di esperienza aeronautica nella lavorazione delle leghe speciali.

Specializzata in scafi metallici con caratteristiche avanzate, la divisione navale ha prodotto secondo rigidi standard militari imbarcazioni per missioni di diversa natura. La SAI  intraprese anche il settore aerospaziale: fu costruttrice del primo aereo supersonico e del primo aereo guidato a distanza.

La targa commemorativa che ancora oggi è al cancello di entrata dello stabilimentio

Prima di cessare la sua attività, l’azienda attraversò un lungo periodo di crisi che la costrinse ad attuare una differenziazione industriale per quanto riguardava le produzioni: vennero fabbricati attrezzi agricoli, fisarmoniche, telai per motociclette e altri oggetti frutto della lavorazione della lega leggera. Nel 2003 è stato creato dall’azienda Tecnologie d’Avanguardia un marchio di orologi di precisione che ha utilizzato il marchio Sai Ambrosini e le tecnologie da esso sviluppate. Ultimamente, le palazzine uffici, sono state sede di un centro anziani e di altri scopi sociali; anche questa attività è stata abbandonata, per la presenza di materiale pericoloso all’interno dei capannoni.

La situazione odierna vede lo scheletro di molti capannoni più moderni ai quali sono stati tolti i tetti in eternit, le strutture più vecchie sono crollate sotto il peso del tempo e tutto quello che è rimasto è fortemente vandalizzato. Il triste epilogo di una storia gloriosa.

Da segnalare il libro “Aeronautica sul Trasimeno” di Claudio Bellaveglia. In questo testo, si parla di Passignano e del suo rapporto con la Sai, la sua storia e i vari tentativi di riqualifica. Queste le parole dell’autore durante la presentazione del libro: “Ho deciso di scrivere questo libro, per evitare che cada in oblio la parte più importante della storia recente di Passignano: quella che ha incrociato la fase iniziale dell’aviazione italiana, attraverso la scuola Allievi piloti di Idrovolanti dell’esercito e attraverso la produzione aeronautica della Sai”. 


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Bibliografia

  • Aeronautica sul Trasimeno. Storia della “SAI Ambrosini” di Passignano di Claudio Bellaveglia (ISBN 9788886200295)

Mostra di LostItaly ad Ostia

Nuova tappa della mostra fotografica di LostItaly. Questa volta saremo ospiti della biblioteca Elsa Morante di Ostia (RM).

La mostra inaugura sabato 13 gennaio alle ore 11:00 con l’intervento di Riccardo Pieroni, fotografo e docente di tecnica fotografica presso l’IISS “Rossellini” di Roma.

Ulteriori info sul sito della biblioteca Elsa Morante

Per raggiungerci: Google Maps

 

 

 

 

Le Cartiere di Amalfi

La produzione di carta ad Amalfi ebbe inizio tra il 1110 e il 1200. La tecnica della produzione, che si basava sulla macerazione degli stracci tramite magli chiodati mossi da mulini e successivamente lavorata tramite telai, fu probabilmente importata dagli arabi che a loro volta la copiarono dai cinesi. Quella prodotta ad Amalfi fu chiamata Charta Bambagina e fu utilizzata anche dalle corti degli Angioini e degli Aragonesi, ma nel 1220 Federico II ne proibì l’uso per i documenti ufficiali ritenendo che la pergamena fosse più adatta e duratura.
Nonostante ciò la produzione della carta continuò ad essere un’industria importante per la città.
Alla fine del 1700 nella “Valle dei Mulini” erano attive dalle 13 alle 16 cartiere, che sfruttavano la corrente del torrente Canneto per attivare, tramite le ruote dei mulini, i macchinari necessari alla produzione.
Con l’avvento dell’industrializzazione e di nuovi metodi per la realizzazione della carta, in aggiunta alle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e di trasporto del prodotto, iniziò una crisi irrefrenabile.
La politica protezionistica borbonica provò a rallentare il declino, portando a 38 le cartiere presenti in Amalfi e nelle zone limitrofe, ma il tracollo, complice una disastrosa alluvione nel 1954 che distrusse quasi tutte le cartiere lasciandone in piedi soltanto 3, fu inevitabile.
Attualmente in Amalfi sono presenti ed attive ancora due cartiere che realizzano prodotti di alta qualità usate dallo stato del Vaticano o per la pubblicazione di eleganti opere editoriali.

Ad Amalfi è presente dal 1969 Il Museo della carta realizzato in un ex-cartiera.

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Riferimenti in rete

Inaugurazione della Mostra di LostItaly a Firenze

Alcune immagini e gli interventi dei relatori Gianni Capitani e Paolo Quattrini in occasione dell’inaugurazione della mostra di LostItaly presso la biblioteca BiblioteCaNova Isolotto di Firenze.

Introduzione di Michele Greco

L’introduzione della mostra è stata basata sul seguente passaggio del libro “Una vita per strada” di Joseph Mitchell:

“Come ho detto, sono fortemente attratto dalle vecchie chiese. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi alberghi. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi ristoranti, dai vecchi bar, dalle vecchie case popolari, dalle vecchie stazioni di polizia, dai vecchi palazzi di giustizia, dalle vecchie tipografie, dalle vecchie banche, dai vecchi grattacieli. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi
pontili e dalle vecchie stazioni marittime e dalle aree portuali in genere. E sono inoltre fortemente attratto dai vecchi mercati e più di tutti dal Fulton Fish Market. E sono inoltre fortemente attratto  da una dozzina di vecchi edifici, la maggioranza dei quali in Lower Broadway e sulla Fifth e la Sixth Avenue nel tratto tra la Ventesima e la Quarantesima, un tempo grandi magazzini diventati in seguito abitazioni o depositi, quando i grandi magazzini – alcuni famosi e rinomati e perfino amati ai loro tempi e ormai del tutto dimenticati – hanno chiuso o si sono trasferiti in altri edifici nei quartieri residenziali della città.

Sono inoltre fortemente attratto da certi luoghi nei quali in genere è «vietato l’accesso», come indicano i cartelli, «ai non addetti ai lavori» – gli scavi per esempio, e edifici e altre strutture in demolizione. […] Sono stato in decine di edifici in fase di demolizione (arrampicarmi sui ponteggi è la mia passione) e sono salito su decine di grattacieli in costruzione, e ho visitato una mezza dozzina di ponti in costruzione, e sono sceso in tre tunnel in costruzione – il Queens Midtown Tunnel, il Lincoln Tunnel e il Brooklyn-Battery Tunnel – e ho guardato le ruspe farsi strada centimetro dopo centimetro nel letto del fiume. E sono inoltre fortemente attratto da certi sotterranei e da certe torri. Sono sceso nelle cripte della chiesa della Trinità e sono sceso nelle camere blindate della Federal Reserve Bank, e sono sceso nei vecchi sotterranei in disuso dei grandi magazzini abbandonati, tra archi in mattoni rossi, sotto il ponte di Brooklyn dal lato di Manhattan, sotterranei che emanano ancora l’odore stantio ma gradevole di alcuni prodotti che vi
erano immagazzinati – vino in botti, cuoio e pelle proveniente dal quartiere del pellame all’ingrosso, conosciuto con il nome di Swamp, che un tempo era adiacente al ponte e ora è stato demolito, e pesce in eccedenza conservato al fresco dai pescivendoli del Fulton Market, non molto distante, da vendere a costi elevati. Sono stato sulla cupola del City Hall e sulla torre del Municipal Building e nella cupola del vecchio Police Headquarters e sono stato su entrambi i campanili della cattedrale di St. Patrick e mi sono inerpicato sulla scala paurosa che sta nel braccio alzato della statua della Libertà e mi sono affacciato (ma solo per qualche istante) sulla stretta balconata intorno alla torcia e sono stato nelle soffitte e sui tetti di decine di vecchi edifici sbarrati e decretati inagibili.”

Con queste parole Joseph Mitchell (1908-1996), firma di punta per 60 anni del New Yorker, descrive il proprio girovagare per gli edifici dismessi o fatiscenti della New York “orizzontale” che stava via via scomparendo sotto i colpi della New York “verticale” che stava sorgendo ad inizi degli anni ’60. Un muoversi per la città che noi oggi chiameremo “esplorazione urbana”, certo Mitchell ha raccontato molto altro di New York, ne è stato il biografo principale, ed anche grazie a questo suo vagare, come lui stesso ammette, che è riuscito a sentirsi a suo agio in una città non sua, ma ci piace considerarlo un “esploratore urbano” ante-litteram. Noi, come lui, cerchiamo di raccontare, lui con «la carta da lettera intestata del giornale e una matita dalla punta morbida nella giacca», noi con la macchina fotografica, una civiltà che, nelle sue diverse declinazioni: industriale – postindustriale- post boom economico, sta scomparendo, lasciando, come sempre succede in quel ciclo inarrestabile che parte dalla notte dei tempi, rovine. Rovine che sono sotto gli occhi di tutti, ma, esattamente come quelle descritte da Mitchell in molti dei suoi articoli, invisibili ai più, o spesso, peggio, non viste come un’eredità di quello che si era, ma bensì un segno di un passato non più utile, da dimenticare, degrado, e, dunque, da cancellare. È quindi nostra intenzione continuare, con i mezzi che ci sono propri, a tener viva la memoria di un passato recente a cui dobbiamo, nel bene e nel male, ciò che siamo, ciò che la nostra società tecnologica (e non) è, prima che di esso non resti più traccia.

Interventi di Michele Greco, Gianni Capitani e Paolo Quattrini

L’allestimento e l’inaugurazione

 

Il catalogo della mostra, in vendita su Blurb

Videocolor

La Videocolor di Anagni (FR) è stata la più grande fabbrica italiana di cinescopi (tubi catodici). Lo stabilimento venne aperto nel 1968 ad opera di Arnaldo Piccinini, già patron e fondatore della Voxson.

L’azienda nasce come Ergon S.p.A. ed è il più grande stabilimento industriale della provincia di Frosinone sino a quando la FIAT non apre la fabbrica di Piedimonte San Germano. All’interno dei 70.000 metri quadrati dell’impianto c’è, oltre alla linea di produzione, anche una centrale di co-generazione elettrica e un depuratore delle acque.

Il nome Videocolor viene adottato nel 1971 quando subentra nella proprietà la francese Thompson. Nel 1987 il fatturato arriva a superare i 400 miliardi di lire.

Lo stabilimento in una piantina presente nell’impianto

Negli anni ’90 l’azienda raggiunge il massimo sviluppo arrivando ad impiegare 2500 operai e producendo quattro milioni di cinescopi l’anno, anche per i marchi Saba e Telefunken.

Nel 2005 la Thompson cede la proprietà alla Videocon della famiglia indiana Dhoot e la società cambia nuovamente nome, diventando VDC Technologies S.p.A. In questa cessione la Thompson lascia in dote agli acquirenti un tersoretto di 180 milioni cui si aggiungono fondi stanziati da Stato e Regione per il rilancio del sito industriale e la riconversione per la produzione di schermi al plasma e condizionatori. Sono almeno 36 i milioni stanziati dallo Stato e 11 dalla Regione.

I nuovi proprietari fanno arrivare da Taiwan un’intera linea di produzione per schermi al plasma, che all’epoca sembravano il futuro e che sarebbero divenuti presto, invece, obsoleti in favore degli LCD. Tale linea non sarà mai montata e rimarrà abbandonata in una serie di containers all’interno dello stabilimento. Da notizie di stampa e da un’interpellanza di Antonio Di Pietro del 2008 si apprende che la famiglia Dhoot avesse già in passato adottato lo stesso schema in occasione dell’acquisto della Necchi di Pavia: acquisto dell’azienda in crisi, promessa di rilancio con grandi investimenti, ricezione di aiuti economici pubblici, fallimento e chiusura del sito produttivo.

Nel 2009 la produzione cessa definitivamente e i dipendenti sono messi in cassa integrazione.

Nel 2012 l’azienda viene dichiarata ufficialmente fallita.


Galleria fotografica


Riferimenti in rete


Bibliografia

  • Cattive acque: storie dalla Valle del Sacco di Carlo Ruggiero (ISBN 9788898715039)
  • Mani bucate di Marco Cobianchi (ISBN 9788861902022)

Mostra di LostItaly a Firenze

La biblioteca BiblioteCaNova Isolotto di Firenze, in collaborazione con LostItaly, presenta la mostra fotografica

identità e memoria dei luoghi abbandonati

dal 27 novembre al 7 dicembre 2017
presso Biblioteca BiblioteCaNova Isolotto
Via Chiusi, 4/3a – Firenze

Inaugurazione 29 novembre 2017 ore 17
con la partecipazione di Paolo Quattrini (Istituto Gestalt Firenze) e Gianni Capitani (Istituto Fenix, Puebla, Mèxico)

Più di dieci anni fa un piccolo gruppo di fotografi dilettanti decise di riunirsi in un forum per condividere una grande passione: i luoghi abbandonati.
All’epoca quasi soltanto all’estero esistevano fotografi che scoprivano, esploravano e raccontavano fabbriche, manicomi, ospedali e ville dimenticati da tutti.
Da allora l’attività fotografica di questo gruppo si è sempre affiancata al recupero delle informazioni storiche sui luoghi, con l’obiettivo di creare una sorta di memoria collettiva di un mondo che sta pian piano sparendo e le cui tracce sopravvivono soltanto nelle nobili macerie dimenticate da tutti.
Da questo progetto nasce LostItaly.it, dove molti di questi luoghi sono raccontati con notizie storiche e fotografiche.
La possibilità di ritrarre luoghi in abbandono che abbiano una valenza estetica sta pian piano scemando, poiché ormai quel che viene costruito oggi e sarà abbandonato in futuro, ha sempre più raramente una peculiarità architettonica che lo possa rendere affascinante nel suo declino.
Da qui l’interesse e l’importanza del lavoro di rappresentazione e ricerca svolto da LostItaly.it, che intende conservare la memoria storica di luoghi importanti per la nostra società e non solo per chi li ha vissuti tramandandoci, quasi sempre inconsapevolmente, tracce della propria esistenza.

Sul tema, ma non troppo, dei luoghi abbandonati Paolo Quattrini e Gianni Capitani dialogheranno con il pubblico raccontando a partire da punti di vista inediti, o poco esplorati, come si può guardare, e cosa si può trovare in, una foto di edifici abbandonati.

Paolo Quattrini
Paolo Quattrini, psicologo e psicoterapeuta della Gestalt, collabora in qualità di psicoterapeuta e di supervisore di psicoterapeuti con vari centri del servizio psichiatrico nazionale. Didatta in corsi di formazione in psicoterapia della Gestalt in Italia, Spagna, Polonia, Brasile e Messico, Thailandia, Libano. Ha pubblicato vari articoli, il “Manuale di psicoterapia ad uso del paziente” e “Fenomenologia dell’esperienza”. Dirige attualmente l’Istituto Gestalt Firenze IGF, Firenze.

Gianni Capitani
Artista, arteterapeuta, counsellor, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma, vive e lavora a Puebla in Messico dove, nel 1994, ha fondato e dirige l’Istituto di Gestalt e Arte Terapia Fenix. La sua attività artistica lo porta costantemente a confrontarsi con molte delle diverse espressività dell’arte visiva, principalmente grafica, pittorica e video-arte. Ha al suo attivo, da più di 40 anni, mostre personali e collettive in tutto il mondo.

Sono esposte le fotografie di Cristiano Antognotti, Sandro Baliani, Roberto Conte, Gualtiero Costi, Roberto Diodati, Michele Greco, Marco Orazi, Pietromassimo Pasqui, Giovanni Maria Sacco, Valeria Spiga.


 

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Officine Meccaniche Reggiane

Officine Meccaniche Reggiane

Fondate nel 1901 a Reggio Emilia dall’Ing. Romano Righi, le Officine Meccaniche Reggiane, la cui prima denominazione fu Officine Meccaniche Italiane (OMI), furono una delle più importanti realtà industriali italiane, operante nel settore della produzione ferroviaria, di artiglieria e di aerei da combattimento.

Le prime importanti commesse arrivarono, a partire dal 1904, dal settore ferroviario. L’allora azionista di maggioranza e presidente Giuseppe Menada garantì all’azienda un ordine di venti di carrozze chiuse e sette aperte,  in virtù del fatto che lo stesso Menada fu dapprima direttore e poi presidente della SAFRE (Società Anonima delle Ferrovie di Reggio Emilia). Lo sviluppo del settore ferroviario continuò fino al 1912, quando venne acquisita la Società Officine Ferroviarie Italiane Anonima. Sempre nel 1912 la ditta cambierà denominazione diventando Reggiane Officine Meccaniche Italiane Spa.

Produzione vagoni ferroviari

Produzione vagoni ferroviari – fonte reggionelweb.it

Lo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, significò per l’azienda un incremento della produzione a fini bellici: nel 1918 venne assorbito il Proiettilificio di Modena e, nello stesso anno, iniziò la costruzione di parti meccaniche per i famosi biplani trimotori da bombardamento denominati Ca.44, Ca.45 e Ca.46, dove Ca sta per “Caproni“, industria aeronautica dell’epoca cui furono commissionati 300 bombardieri.

La crisi italiana del 1920, poi divenuta mondiale con il crollo di Wall Street del 1929, non risparmiò nemmeno le Reggiane: tra acquisizioni societarie con l’intento di diversificare la produzione e chiusura di alcuni stabilimenti (Monza, Modena) finalmente nel 1933 l’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) divenne azionista di maggioranza salvando dalla cessione gli stabilimenti di Reggio Emilia. La parziale rinascita avvenne nel 1935 quando il conte Giovanni Caproni, prevedendo il prossimo riarmo del partito fascista, acquistò dall’I.R.I. la maggioranza delle azioni, fondando a Reggio Emilia la “Società Studi e Brevetti Gruppo Caproni”, mettendovi alla guida l’ing. Giovanni Pegna che già aveva dato prova di capacità tecnica e progettuale per la Piaggio. Il primo velivolo prodotto dal nuovo settore avio delle Reggiane fu il P.32bis, la cui foto è riportata di seguito.

Piaggio P.32bis

Piaggio P.32bis – fonte wikipedia

Lo sviluppo del settore avio è inarrestabile dal 1936 al 1943, anni nei quali molti modelli vennero progettati e costruiti negli stabilimenti di Reggio Emilia: trimotore da bombardamento S.M.79, Caproni Ca.405, RE 2000 (MM 408), RE 2001 (MM 409) e del RE 2002 (MM 454), RE 2003. Il regime fascista al potere, proprio per l’importanza strategica che l’azienda aveva in campo bellico, controllava completamente la produzione e il personale impiegato. Tuttavia, benché vigesse un rigido controllo, all’interno delle Reggiane erano presenti alcuni elementi antifascisti, come dimostravano – stando alle cronache dell’epoca – alcuni volantini e il disegno di falce e martello sui macchinari.

Alla storia delle Officine Meccaniche Reggiane è legato anche un triste avvenimento avvenuto il 28 luglio del 1943, noto alle cronache come “eccidio delle Reggiane“. Il regime fascista ormai decaduto lasciò il posto al governo “Badoglio” il quale, per evitare problemi di ordine pubblico, emanò norme molto restrittive che consentivano all’esercito di aprire il fuoco contro assembramenti di persone che superavano le tre unità. Quel triste 28 luglio un corteo di persone sfilò per le vie della città per chiedere la fine della guerra e, giunto ai cancelli delle officine, venne raggiunto dai colpi d’arma da fuoco dell’esercito che aveva l’ordine di fermare la manifestazione: rimasero ferite 50 persone e 9 operai dell’azienda rimasero uccisi, tra cui una donna incinta. Affinché ne rimanga memoria, il 28 luglio di ogni anno si celebra l’anniversario di quel tragico evento.

Subito dopo la guerra le Officine Reggiane, guidate al tempo dall’ing. Antonio Alessio, provarono a diversificare ulteriormente la produzione tentando la carta delle automobili: tuttavia la costruzione di autovetture “made in Reggio Emilia” non vide mai la luce.

Nel gennaio del 1944 i bombardamenti alleati rasero al suolo gli stabilimenti di Reggio Emilia: la produzione venne decentrata, utilizzando i macchinari che si salvarono dalla distruzione, in altri stabilimenti di Reggio Emilia e in altre città del Nord Italia. Successivamente, nel 1945, a seguito anche delle condizioni imposte dagli alleati, la divisione avio delle Reggiane cessò di esistere.

Nel 1950, l’azienda tentò nuovamente di riconvertire la produzione, passando ai macchinari da agricoltura. Il trattore R-60, di cui è visibile una foto più avanti, fu progettato e costruito durante l’occupazione dell’azienda (da ottobre del ’50 ad ottobre del ’51), a seguito di un pesante piano di licenziamento di più di 2000 persone.

Trattore R-60

Trattore R-60 – fonte www.officinemeccanichereggiane.it

Da ricordare che durante l’occupazione della fabbrica, durata un anno, gli operai non percepivano stipendio. Purtroppo, degli oltre 2000 operai licenziati, solo 700 vennero riassunti.

Dal 1970 ai giorni nostri la produzione delle Reggiane è incentrata su grandi impianti e gru:

1970: impianto per lo zuccherificio di Haiti, ancora oggi funzionante.

1980: produzione grandi impianti di dissalazione, tra cui quello di Misurata, Libia.

1987: progettazione e costruzione della nave-gru MICOPERI, utilizzata per l’installazione di piattaforme petrolifere.

1992: il gruppo Fantuzzi rileva l’azienda.

2008: TEREX, azienda americana, acquista il gruppo Fantuzzi. Nello stesso anno, il Comune di Reggio Emilia inizia un progetto, in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia, di recupero dell’area acquistando il padiglione 19, denominandolo Tecnopolo, con l’obiettivo di costruire una realtà destinata all’innovazione tecnologica.

Attualmente la sede storica delle Officine Meccaniche Reggiane, attiva dal 1904 al 2008, giace in stato di abbandono.

Nel video seguente viene ripercorsa la storia di questa importante industria:


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Stabilimento Innocenti di Lambrate

La Innocenti è stata una delle più note case automobilistiche italiane, fondata a Milano nel 1933 dall’imprenditore toscano Ferdinando Innocenti, già noto per aver inventato i famosi tubi da impalcature, utilizzati ancora oggi. Le attività di produzione erano concentrate principalmente nello stabilimento di Lambrate (Milano), ma esistevano filiali in altre parti del mondo, come in Sud America (joint venture con la Siderurgica del Orinoco, S.A.).

In questo video dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa, viene raccontata la storia dell’industria nelle sue varie linee di produzione: meccanica (presse e sistemi di produzione), motociclistica (Lambretta, Lambro, Lui, etc.) ed automobilistica (A40, Mini, etc.).

Tra i prodotti di maggior successo della Innocenti c’è sicuramente la Lambretta, prodotta a Lambrate dal 1947 al 1972, subito dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale lo stabilimento venne bombardato e completamente distrutto. Il nome dello scooter deriva dal fiume Lambro, che scorre nella zona in cui sorgevano gli stabilimenti.

Innocenti Lambretta (fonte Wikipedia)

Stabilimento produzione Lambretta (fonte Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La produzione di automobili della Innocenti, iniziata nel 1960, non raggiungerà mai il successo ottenuto con gli scooter; tra i modelli maggiormente conosciuti ricordiamo:

  • A40, edizione italiana della Austin A40
  • Mini Minor, prodotta su licenza della British Motor Corporation
  • Innocenti Mille, derivata dalla Fiat Uno (prodotta all’estero)
  • Chrysler TC, sviluppara dalla Maserati per Chrysler
  • Innoenti Nuova Mini (Mini Bertone)

Innocenti Mini Minor (fonte omniauto.it)

Poco dopo l’inizio della produzione di automobili, nel 1966, muore il fondatore Ferdinando e l’azienda passa nelle mani del figlio Luigi, che all’inizio degli anni settanta separa le tre linee di produzione vendendo la meccanica all’IRI, formando la INNSE (Innocenti Sant’Eustacchio S.p.A.).

Sempre all’inizio degli anni settanta il settore automobili della Innocenti viene rilevato completamente dal gruppo inglese British Leyland, facendo nascere il nuovo marchio Leyland Innocenti con il quale vengono commercializzati in Europa i veicoli del gruppo inglese.

Innocenti Turbo De Tomaso (fonte ilsole24ore.com)

Nel 1976, a seguito di una grave crisi, la Leyland decide di dismettere gli stabilimenti Innocenti di Lambrate che, a seguito di trattative sindacali e di Governo, viene rilevata dal gruppo De Tomaso fondato dal pilota e imprenditore Alejandro De Tomaso: fino alla fine degli anni ottanta verranno prodotti nuovi modelli della Mini, compresa la famosa Turbo De Tomaso, con motore sovralimentato.

 

Nel 1990, a seguito delle perdite del gruppo Maserati (di cui De Tomaso è detentore di maggioranza dal 1975), le quote di Innocenti e poi di Maserati vengono passate a FIAT, che diviene di li a poco proprietaria di entrambi i marchi.

Lo stabilimento Innocenti di Lambrate venne chiuso definitivamente nel 1993, con l’uscita di scena della Mini Bertone.

Dal 1993 al 1997 il gruppo Innocenti rimane attivo solo ed esclusivamente per la commercializzazione di alcuni modelli FIAT – Piaggio, tra cui ricordiamo la Innocenti Mille ed Elba e il Piaggio Porter.

La produzione termina nel 1997 ed il marchio, non più utilizzato, diventa di proprietà del Gruppo FCA.

Una piccola curiosità: la Innocenti Nuova Mini (Mini Bertone) compare in diverse produzioni cinematografiche dal 1975 al 1980. Tra le più note, quella di Amici Miei del 1975 dove la macchina di Giorgio Perozzi (Philippe Noiret) è proprio una Innocenti 500L.

Innocenti 500L di Giorgio Perozzi in Amici Miei (1975)

Ad oggi, gli stabilimenti Innocenti di Lambrate sono stati in gran parte abbattuti: sopravvivono la palazzina uffici della Innocenti Commerciale di via Pitteri (residenza per anziani) e la palazzina uffici ex Centro Studi di Via Rubattino (magazzino). Rimane in piedi anche il cosiddetto “Palazzo di Cristallo”, che ospitava la produzione (immagine di testa della scheda).


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Montecatini di Marina di Montemarciano

La Montecatini di Marina di Montemarciano è stata un’azienda che produceva fertilizzanti chimici (perfosfato).

Organizzazione dell’impianto

A) Reparto acido solforico
B) Magazzino fosforiti
C) Reparto impasto
D) Magazzino concimi
E) Reparto complessi
F) Uffici, spogliatoi, officine e locali di servizio

Processo produttivo

Negli edifici A, veniva prodotto l’acido solforico tramite cottura della pirite in forni (la pirite arrivava dalle miniere della Toscana).
Nell’edificio B erano immagazzinati i fosforiti (arrivavano via nave dal nord Africa ad Ancona e poi portati su rotaia allo stabilimento).
Nell’edificio C avveniva la reazione chimica tra fosforiti e acido solforico.
In D ed E veniva immagazzinato il perfosfato puro e addizionato.

In questo vecchio filmato della Montecatini viene descritto il processo di produzione del perfosfato e si vede anche l’impianto di Marina di Montemarciano (Archivio Nazionale Cinema d’Impresa)

Storia dello stabilimento

1906: viene fondata la “Società marchigiana di concimi e prodotti chimici” e apre a Porto Recanati il primo stabilimento per la produzione di perfosfato.

1911: la “Società marchigiana di concimi e prodotti chimici” viene assorbita dalla “Società Colla e Concimi”. Questa è, molto probabilmente, la stessa società che aveva costruito uno stabilimento a Roma e di cui avevamo precedentemente parlato a proposito della Mira Lanza (qui l’articolo). 

1919: la “Società colla e concimi” apre lo stabilimento di Marina di Montemarciano per la produzione di perfosfato utilizzando la pirite come materia prima.

1929: lo stabilimento viene assorbito dalla Montecatini.

1944: durante il secondo conflitto mondiale, a causa dell’impossibilità di rifornirsi di materie prime (in particolare dei fosforiti che arrivavano da Algeria, Tunisia e Marocco), si ferma la produzione e lo stabilimento viene usato come deposito materiali dalle truppe alleate.

1950: avviene un ampliamento degli impianti produttivi e incremento produzione concimi complessi (con addizione di azoto, fosforo e potassio)

1975: lo stabilimento diventa di proprietà della S.I.R. (Società Interconsorziale Romagnola).

1985: lo stabilimento passa alla Fertilgest.

1988: lo stabilimento passa in mano alla Enimont di Raul Gardini.

1990: il collasso dell’Enimont e la fine dell’impegno nel settore chimico portano alla chiusura dello stabilimento.

Da molti anni lo stabilimento è in stato di abbandono e dal 2004 è sottoposto a vincolo di tutela architettonica. Ciò rende piuttosto complicata la bonifica dell’area (principalmente inquinata dalle ceneri di pirite) e il suo recupero, nonstante sia in fase di approvazione un progetto che vedrebbe nascere una serie di strutture ricettive e commerciali.


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The Abyss

Poster for the movie "The Abyss"
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The Abyss

1989
Overview

Un sottomarino nucleare affonda nell'oceano mentre sta inseguendo un misteriosa creatura. Subito parte una spedizione per cercare di recuperare il relitto ma le operazioni di recupero sono rese difficili dalla grande profondità e dalla presenza della misteriosa creatura marina.

Metadata
Director James Cameron
Runtime
Release Date 9 agosto 1989
Details
Movie Status
Movie Rating Not rated
Images
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Le scene sottomarine sono state girate nell’incompiuto reattore nucleare di Gaffney (Carolina del Sud) dopo averlo riempito d’acqua.

Società per Azioni Fratelli Del Magro

I resti della fabbrica Del Magro sorgono appena fuori dall’abitato storico di Pescia nella via Mammianese. La sua struttura ha subito modifiche e ampliamenti negli anni, partendo da un edificio centrale con una lunga storia alle spalle. Le prime notizie del manufatto risalgono addirittura al 1561: si trattava di un edificio di modeste dimensioni, separato in due parti da una via principale. Fu ampliato nel 1626 e una prima rappresentazione catastale si ha solo nel 1825.

La Caserma Borgognini: questa parte, sarà in seguito adibita a laboratori e uffici.

Qui troviamo il corpo principale della fabbrica che ospitava all’interno una parte della strada maestra rotabile per Pietrabuona. La sezione di fabbrica che si sviluppava parallelamente al fiume Pescia era divisa in due parti collegate tra loro: una su tre livelli e una su unico livello. A valle, troviamo due gore, una alimentava una filanda e una un frantoio.

Vista dall’alto nel periodo di produzione

Nel 1875 il manufatto subì ulteriore ampliamento; i lavori riguardarono il corpo principale che fu portato alla configurazione attuale. Queste modifiche interessarono anche la sede stradale che fu deviata a costeggiare la fabbrica. Tra il 1915 e il 1919 la Cassa di Risparmi di Pescia, che era proprietaria dell’immobile, lo concesse gratuitamente al Ministero della Guerra. Nacque la Caserma Borgognini.  Qui, vi svolse il servizio di leva il comico Totò.

Macchinari e operai all’opera

Nel 1921 l’immobile fu acquistato dalla famiglia Del Magro per impiantare una produzione di stoviglie in alluminio. Nel 1935 oltre ad altri ampliamenti, venne realizzata la portineria. Nel 1951 avvenne una variazione nell’intestazione societaria: “Società per Azioni Fratelli Del Magro” e si assistette ad un aumento della consistenza edilizia, che continuerà a crescere fino agli anni 60. Nel periodo più florido, la fabbrica impiegava 400 dipendenti. In quello stesso periodo la gamma produttiva venne ampliata, realizzando anche scaldabagni. I continui dissapori tra i fratelli Del Magro portarono alla chiusura dello stabilimento nel 1989, quando ormai il numero dei dipendenti era sceso a 25.

Una foto storica, nello sfondo, si intravede il corpo principale su più livelli dello stabilimento.

 

Il documento per il deposito del marchio, risalente al 1951

 


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Inaugurazione della mostra di LostItaly a Roma

Alcune immagini e gli interventi dei Proff. Prezioso e Manodori in occasione dell’inaugurazione della mostra di LostItaly presso la biblioteca Vilfredo Pareto dell’Università di Tor Vergata a Roma.

La mostra sarà ancora visitabile sino a fine luglio

Gli interventi del Professor Sagredo Manodori e della Professoressa Prezioso

 

L’allestimento e l’inaugurazione

 

Il catalogo della mostra, in vendita su Blurb

La presentazione della Professoressa Maria Prezioso

Ci sono molti motivi per apprezzare questa mostra fotografica e il lavoro, appassionato, che c’è dietro. Come molti sono i modi di visitarla. Possiamo immaginarla come un Grand Tour nella modernità, o un omaggio all’economia che fu e avrebbe potuto essere, o all’architettura e all’ingegneria funzionaliste, o all’evoluzione della teoria delle arti visive, o alla semiologia del “dentro” e del “fuori”, o alla filosofia del sogno e dell’immaginazione.
L’invito al visitatore è, tuttavia, a collocare il visto percepito nel proprio immaginario, ma non nel passato. Perché le fotografie esposte sono una forte indicazione a guardare al presente cui appartengono gli oggetti di un’architettura industriale, oggi considerata archeologia; e al futuro che potrebbero portare con sé, se si riaprisse un confronto culturale sul luogo economico.
Inquadrando questa mostra nei grandi cambiamenti che l’Europa si attende dalle città e dai territori italiani perché diano sostanza ad un’economia sempre più coesa e sostenibile, le foto fissano oggi un possibile punto di partenza. Esse, rappresentando oggetti simbolici di una crescita e di un’occupazione non più percorribile, manifestano i limiti di una politica pubblica che ha visto nelle “aree dismesse” quasi esclusivamente un problema di riuso e di recupero, suggestioni progettuali alla trasformazione di aree ormai interne alla città consolidata e alla sua dimensione economico-territoriale.
Come si può intuire guardando con attenzione ai contenuti delle foto, la dimensione interessata dai manufatti dismessi è, invece, di vasta postata. Anche limitando questo discorso a quelli industriali, ampiamente rappresentati nella mostra, gli edifici industriali hanno finito per costituire un ‘disvalore’ per il sistema urbano e territoriale di riferimento, di cui, in passato, avevano ispirato organizzazione e crescita. Fotografare edifici industriali dismessi non è, tuttavia, una rinuncia alla valorizzazione di un contesto. Semmai il contrario. E’ un ‘indizio’ che gli Autori delle immagini – di cui si apprezza anche l’aspetto artistico – regalano alla politica perché trasformi apparenti ‘vuoti’ economici e sociali in collegamenti culturali, abbandonando l’idea della relazione convenzionale. There’s nothing new, only the history you don’t know yet diceva Truman.
C’è tanto di raro, tanto di utile e tanto di reale e potenziale godibilità negli edifici che la mostra mette in luce perché non li si tratti come un bene economico. Non solo perché alcuni portano la firma di grandi progettisti che ne hanno fatto occasione di innovazione anche tecnologica. Non solo perché sono attrattori culturali per una nuova generazione ‘grigia’ fatta di writer, raver, player tecnologici che ne godono liberamente la spazialità. Non solo perché le esperienze europee ne hanno dimostrato, dagli anni ’70 dello scorso secolo, l’evidenza funzionale, economica e politica. Le foto trasmettono una relazione più profonda, dicotomica, tra perdita di funzionalità del luogo e capacità, in nuce, di essere nuovamente elemento ordinatore di una pianificazione strategica coesiva che integra il luogo nel più ampio processo di sviluppo urbano, che si misura con i nuovi temi della domanda di politica pubblica, di società e di economia: l’inclusione, degli spazi come dei migranti; l’intelligenza, tecnologica come formativa; la sostenibilità, energetica come climatica. Una capacità produttiva, insomma, urbana e territoriale, di cui i luoghi dismessi sono una parte di capitale.
Certo la scala geografica del luogo gioca un ruolo importante in questo discorso e si impone in tutta la sua evidenza soprattutto quando il recupero della dismissione tocca, per funzionalità, il livello regionale o nazionale, oltre quello locale; e, dunque, la centralità degli orientamenti delle scelte politiche. Nelle molte soluzioni che hanno affrontato il rapporto tra dismissione e intervento rigenerativo (soprattutto a Londra, Parigi, Torino e a Milano negli anni ’80), è l’intero sistema della policy, strutturale e infrastrutturale, a muoversi quando si interviene sul ‘segno’: ricucendo tessuti, rigenerando commercioe ,residenzae e housing sociale, programmando e riallocando servizi di interesse generale, migliorando accessibilità, incrementando valore fondiario non speculativo.
A questo scopo, i piani urbanistici tradizionali non servono più, mentre è sempre più importante il riferimento a categorie strategiche di ampio respiro e medio periodo. Città con un passato industriale si sono candidate a ricoprire il ruolo di capitale culturale europea per (ri)connettersi con il mondo superando il dilemma del “che fare di queste aree” definite anche derelict. Le Resurgent metropolis and city industriali – termine coniato negli US dal geografo Allen J. Scott – evidenziano una nuova dinamica dell’economia urbana basata sulla capacità di produrre sistemi cognitivi-culturali rigenerati e differenziati, in cui è fondamentale l’atteggiamento della collettività nel considerare il vantaggio competitivo rappresentato dagli edifici e dalle aree dismessi. Nei confronti dei quali una governance propria dovrebbe emergere, come già si intuiva negli anni ’80, il periodo forse più intenso, anche in termini di indagine fotografica, per ricerche e proposte dedicate agli edifici di archeologia industriale in Italia, a cui le foto in mostra sono dedicate.
Fotografarne l’interno, lo stato, la decomposizione, i “resti fisici”, come li definiva Antonello Negri, è una scelta. Come è una scelta l’allestimento della mostra in spazi generalmente dedicati ‘ad altro’. Il gioco che si sviluppa è quello della prospettiva lineare (il visitatore vede e si fa vedere) che si incrocia con un ‘labirinto panoptico’ (l’artista autore vede e fotografa ma non si fa vedere), e lancia un invito a proseguire nel suscitare emozione e sogni che accompagnano il percorso della mostra in un dialogo muto, sino a diventare parte del racconto che gli edifici industriali dismessi suscitano; fino ad immaginare e fare propri i pensieri degli Autori che li narrano.
Con la fotografia, come arte visiva, è facile e difficile allo stesso tempo trattare il tema dell’immaginazione archeologica e industriale. E’ facile, perché gli Autori fanno parlare il paesaggio, il territorio, l’economia, l’identità. E si muovono tra edifici noti, città industriali e post, città della crisi e del sociale. E’ difficile perché gli Autori hanno saputo trarre dai luoghi fascino e anima, e sembrano allontanarli dalla scienza riportando il visitatore ad un passato dimenticato o sconosciuto ai più giovani. Come non richiamare alla memoria Calvino o Le Goff se l’anima di questi luoghi, la loro vocazione intrinseca, il sogno che li accompagnava nell’ideazione dello sviluppo, non si è felicemente compiuto?
Dunque, mentre nel mondo di cui facciamo parte la città si stima, si misura, si calcola, le foto che compongono questa mostra ci parlano soprattutto di una economia che non è più e di una che non si vede ancora. Ci costringono a ripensarla ed immaginarla come vorremmo che fosse. Ci costringono a progettare.
Negli anni in cui questi edifici sono nati, l’evidenza di limiti naturali e sociali alla crescita economica non sollecitava un ampio dibattito sul tema della qualità della vita urbana: il processo politico che innervava la teoria e la pratica dello sviluppo non era ancora chiaro e non forniva interpretazioni alle crisi cicliche che la città industriale, luogo di varia agglomerazione, avrebbe vissuto. Testimoni di una identità cui appartengono per storia e cultura, questi edifici potrebbero parlare ancora. “C’è una dimensione della storia che da qualche anno ha catturato sempre più il mio interesse” scriveva Le Goff nel 1985, “la dimensione dell’immaginario. Vaga com’è per natura a maggior ragione occorre prima definirla”. E’ la rappresentazione, il documento su cui lavora il fotografo, ad essere la base dell’immaginazione, perché “nell’immaginario c’è immagine” affermava Le Goff e “questa ti può portare ovunque” se crediamo ad Einstein, perché “l’originalità di un’idea non ha lo scopo di essere stampata (solo) su un foglio di carta ma di dimostrarla valida realizzando un esperimento originale” (Blackett, 1962). E questo è quello che fa questa mostra.

La presentazione del Professor Manodori Sagredo

LostItaly ovvero la memoria di un’età industriale perduta
La luce che svela le forme architettoniche più originali, i punti di vista dove le prospettive brunelleschiane accettano di convivere con altre più ravvicinate e/o panoramiche, le messe a fuoco che scandiscono superfici e tonalità dei chiaroscuri, danno alle immagini fotografiche di questa mostra un vocabolario dei più espressivi e restituiscono a quelle tutta la forza evocativa che sostanzia ogni fotografia.
I fotografi si mostrano tanto attenti quanto sensibili, avvertiti quanto partecipi con il senso ultimo dei protagonisti della scena che l’obbiettivo seleziona e inquadra.
Ma qual è il volto che si svela nelle fotografie che con tanta passione e acume i fotografi hanno saputo riprendere?
Cimiteri abitati da spettri? Fatiscenze in attesa di demolizione? Abbandono colpevole o irresponsabile oppure naturale degrado e inevitabile cancellazione di pagine di storia ormai tramontata?
Come antiche rovine archeologiche, come resti disgregati e sconvolti da antichi sismi, le strutture di architetture abbandonate resistono in virtù della recente loro disgrazia, della chiusura compianta della loro attività produttiva e della loro dimensione che nel vuoto degli spazi desolati appare gigante.
Il ritratto fotografico di tanta desolazione è segno di memoria affidata al tempo a venire, oppure è denuncia dell’indifferenza e dell’ignoranza di quanto quelle tristi forme rivelano?
Insomma c’è da correre a metter mano all’opera di conservazione e di tutela oppure è giunta l’ora di rassegnarsi alla cieca volontà del tempo che tutto divora?
Se, com’è vero, la fotografia è traccia indelebile di memoria allora le immagini degli stabilimenti, per lo più industriali ma non solo, custodiscono i segni di ardite architetture che rivelano la creatività dell’ingegno imprenditoriale e la forza del lavoro operaio.
L’impegno dell’Italia che seppe risorgere dalle macerie della infausta e disgraziata guerra è scolpito come geroglifico incancellabile nelle volte aeree o nei moltiplicati pilastri che disegnano lo spazio che un tempo risuonò della voce delle macchine e degli uomini.
I resti della grande industria italiana della seconda metà del Novecento come cattedrali scomunicate sono ora attraversati dal vento e accendono in chi le guarda un’emozione coinvolgente che rievoca più antiche grida di dolore.
I fotografi di LostItaly hanno avuto il coraggio di penetrare nel silenzio di sale che il vuoto rende sempre più grandi e di puntarvi l’obbiettivo fotografico per prenderne non solo l’abbandono ma l’agonia in corso, come se le pareti scorticate di cemento armato affannosamente e impercettibilmente respirassero.
I fotografi hanno auscultato il polso degli edifici abbandonati e hanno fatto della macchina fotografica lo strumento capace di far scattare una inaspettata presa di coscienza in coloro che vedranno le immagini riprese.
Un dialogo e non solo una constatazione si genera tra le fotografie e chi le osserva che è così costretto o sospinto a prendere una posizione tanto morale quanto intellettuale, tanto di partecipazione quanto affettiva perché si accorge che quel mondo dimenticato gli appartiene e che lui stesso ne è parte.
Allora alcune fotografie acquistano un valore aggiunto proprio perché legate alle altre come quelle degli abiti dimenticati dei reclusi in un ospedale psichiatrico sulle cui maniche sta la fascia identitaria che ricorda ben altri segni, tristi anzi tragici, apposti su abiti e divise, oppure quelle di ville settecentesche abbandonate e spogliate da mani furtive che sembrano chiedere spiegazione e giustificazione di tanta oltraggiosa dimenticanza.
Come figli abbandonati, orfani non dei genitori che le misero al mondo ma degli eredi che non le riconoscono più, tutte le architetture fotografate mostrano una salda dignità di non piangere e nel contempo il coraggio di lasciarsi fotografare nella loro cruda e desolante nudità.
Questa mostra è quindi un atto d’accusa che non ammette ricorso in appello e basta osservarne le fotografie per schierarsi dalla parte degli ultimi difensori.

Società Anonima Lanificio Calamai

Lanificio Calamai

La fabbrica si trova a Prato, nel quartiere di San Paolo, oggi immersa in altre realtà industriali ed edifici civili. Delle due ciminiere, rimane il mozzicone di una, l’altra è stata abbattuta.  Di seguito la storia della fabbrica e del suo fondatore.

Qui sotto il confronto tra la foto satellitare attuale e una veduta storica dello stabilimento. Si vedono i vari cambiamenti subiti, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, si nota, come sia stata inglobata nel tessuto urbano odierno.       

Brunetto Calamai, nato a Prato il 5 aprile del 1863 da Giosuè e da Luisa Bini, comincia a lavorare giovanissimo nell’industria laniera. Interrotti gli studi a tredici anni per motivi di salute, nel 1878, appena quindicenne, inizia l’attività industriale con la lavorazione della lana meccanica, introdotta nell’industria pratese fra il 1850-51, e divenuta in breve tempo una produzione caratteristica della zona. Questa prima fase dell’attività del Calamai si svolse in un piccolo stabilimento con appena dieci operai: “La Polveriera” di proprietà dei conti Bardi, in località San Quirico di Vernio.

Solo sei anni più tardi l’impresa subisce una prima trasformazione con il trasferimento della lavorazione a Prato, nel lanificio “Le Vedove”, dove viene installata una piccola filatura per la lana greggia che consente di realizzare l’intero ciclo produttivo. Negli anni immediatamente successivi all’introduzione della tariffa doganale del 1887 il Calamai compie un altro passo nell’ampliamento della sua impresa. Nel 1891, infatti, acquistato un vecchio mulino già adibito alla lavorazione della canapa – “Il Maceratorio”, con un impianto di circa 2.000 mq – lo trasforma in lanificio e ne amplia le strutture giungendo ad impiegare 150 operai.

Nello stesso anno importa ed installa nello stabilimento il selfacting, il primo filatoio interamente automatico impiegato dall’industria laniera di Prato. Il ciclo completo di lavorazione di tutti i tessuti, comprendente carbonisaggio e sfilacciatura, cardatura, filatura, tessitura, follatura, tintura e rifinizione, venne raggiunto fra il 1905 ed il 1922 con un costante ammodernamento degli impianti e delle strutture produttive ed il progressivo aumento di manodopera, che raggiunge le 500 unità.

Convinto che i particolari metodi di produzione dell’industria laniera di Prato debbano essere protetti con criteri e sistemi più diretti e specifici di quelli adottati dall’Associazione dell’Indutria laniera italiana, nel 1897 fonda insieme ad altri noti industriali del ramo, quali Raimondo Targetti ed Alceste Cangioli, l’Associazione dell’arte della lana di Prato, seguita a breve distanza di tempo dall’istituzione di una Scuola pratica di commercio. All’Associazione fu inoltre attribuito fin dalla fondazione il compito di dirimere le eventuali controversie sindacali; funzione che ebbe occasione di espletare per la prima volta nel 1900.

Le fasi della costruzione di alcuni capannoni

Il Calamai è tra i primi industriali di Prato a trattare con il mercato estero e il primo, nel 1902, ad occuparsi dei problemi connessi all’esportazione; problemi che ritiene possano essere opportunamente risolti con la costituzione di un sindacato per la vendita del prodotto locale. Il livello produttivo raggiunto gli vale riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale: nel 1911 riceve il Grand Prix all’Esposizione internazionale di Torino; nel 1918 la medaglia d’oro all’Esposizione dell’industria toscana tenuta a Firenze; nel 1925 la medaglia d’oro della città di Firenze e il Grand Prix del comitato all’Esposizione internazionale di Firenze.

Si interessa ai problemi sociali e dell’istruzione popolare, istituendo nel suo lanificio una scuola per l’istruzione elementare degli operai e dei loro figli. Sostiene la funzione primaria dell’istruzione tecnica – che ritiene fondamentale per una città a sviluppo prevalentemente industriale – occupandosi del locale istituto tecnico e dell’istituto commerciale Nicastro. Ricopre per circa quaranta anni la carica di consigliere dell’istituto industriale T. Buzzi. Nel 1907 si fa promotore di una società cooperativa per la costruzione di case per gli impiegati e gli operai del suo stabilimento (progetto che venne realizzato pienamente nel 1937), e fonda una società di mutuo soccorso e di assistenza civile per gli operai. Crea inoltre nella sua fabbrica il primo gruppo aziendale dopolavoristico pratese. Durante il conflitto 1915-1918 il lanificio viene mobilitato, e il Calamai fa parte del Comitato di mobilitazione industriale istituito nel capoluogo toscano. Cavaliere del lavoro fin dal 1910, nel 1923 possiede la tessera ad honorem del partito fascista. Ad essa seguì, nel 1935, la nomina a commendatore della Corona d’Italia. Fra le cariche ricoperte c’è quella di consigliere della Camera di commercio – che mantiene per circa trent’anni – e quella di rappresentante del Consiglio provinciale fascista dell’economia. Inoltre, fin dalla più giovane età, è consigliere ed assessore del comune di Prato, consigliere e quindi presidente della deputazione ospitaliera, consigliere della Cassa di Risparmio, del Monte di Pietà, della R. scuola Pacinotti di Pistoia. Muore a Prato l’11 febbraio 1936.

Nel 1922, infine, la ditta – che aveva fino ad allora portato il nome del suo fondatore – viene trasformata in “Società anonima Lanificio Calamai”, di cui il Calamai resta presidente fino alla morte. Nomina come amministratore suo figlio Corradino. Nel 1927 la fabbrica occupa 28.000 metri quadrati dei quali 22.500 coperti. Nel 1930 si rende necessario un nuovo ampliamento per realizzare una tintoria e un nuovo magazzino. L’intervento è progettato da Pier Luigi Nervi che realizza una copertura con capriate rialzate in cemento armato su pilastri, tenendo le travi molto distanti tra loro e realizzando così una copertura molto leggera.

La tintoria, nello spazio progettato da Nervi

La tintoria, nello spazio progettato da Nervi

Nei link il riferimento dell’associazione “Tuscan Art Industry”: Il progetto dell’associazione SC17 nasce nel corso dell’anno 2015 e si presenta come un laboratorio di ricerca che coinvolge artisti, curatori, fotografi, musicisti e performer a lavorare in sinergia all’interno dei siti di archeologia industriale in Toscana. Una importante iniziativa con la quale vengono rivalutati e riscoperti ex ambienti di lavoro, sensibilizzando le amministrazioni e la comunità alla salvaguardia di queste memorie storiche e sociali.


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Sanatorio Banti

Questa monumentale struttura si trova subito fuori Firenze, in una bellissima zona collinare nei pressi di Pratolino. Fu inaugurato nel 1939, diventando un polo di eccellenza per la cura della tubercolosi, malattia molto diffusa all’epoca.

Il Banti rappresenta un edificio di importanza storica per quanto riguarda l’architettura toscana dei primi del novecento: risulta infatti una delle prime costruzioni realizzate interamente in cemento armato.

Due foto storiche del sanatorio

La sua storia inizia nel 1934, quando l’amministrazione provinciale decise di edificare un istituto sanatoriale a Pratolino, poiché la lontananza dalla città, la salubrità dell’aria, la ricchezza di boschi sembravano essere ideali per la cura della tubercolosi. La famiglia Demidoff, proprietaria della villa di Pratolino, donò il terreno. La progettazione e la costruzione furono affidati agli ingegneri Giocoli e Romoli dell’ufficio tecnico dell’INFPS. L’ing. Felice Romoli era legato in matrimonio a Elena Luzzatto, la prima donna italiana a laurearsi in architettura presso la Regia Scuola Superiore di Architettura di Roma. La sua tesi aveva il titolo “Sanatorio nei pressi di Como” ed era un massimo esponente dell’architettura razionalista. Con suo marito partecipò alla progettazione di vari ospedali. Per quanto sopra, qualcuno ritiene che abbia contribuito alla realizzazione del Banti ma non abbiamo documenti a supporto di questa tesi. Sembra più un voler rendere omaggio ad un grande architetto che è diventato il simbolo dell’emancipazione femminile in un ambito, all’epoca, strettamente maschile. Successivamente alla fine della guerra e congiuntamente alla notevole riduzione della patologia tubercolare, l’edificio è trasformato in attrezzatura ospedaliera, funzione che continua a svolgere sino al 1989. Terminata la funzione sanatoriale e ospedaliera, dopo aver ospitato una comunità di curdi ed albanesi, l’ospedale è oggi del tutto inutilizzato. Nel settembre del 1997 l’amministrazione dell’INAIL ha richiesto alla proprietà l’acquisto dell’edificio per trasformarlo in un albergo da inserire tra le attrezzature per i pellegrini del Giubileo. Tutto questo non si è mai realizzato. L’area è stata per anni vigilata notte e giorno per impedire che venisse occupata. Grazie a questo deterrente, il complesso si era mantenuto quantomeno nel suo aspetto strutturale. Ad oggi, abbandonata la vigilanza, il Banti è stato fenomeno di ogni tipo di vandalismo, fino all’incendio di alcune sue parti nell’inverno 2016. Un’indegna fine per uno stupendo esempio di razionalismo con quasi un secolo di vita.

Descrizione dell’edificio

Presenta un impianto articolato, risultante dalla somma di due corpi longitudinali slittati e raccordati al centro da un’ala trasversale; a tale articolazione planimetrica corrisponde l’estrema compattezza dei corpi a sviluppo orizzontale. Tutto si concentra sulla torre dei collegamenti verticali, punto di riferimento visivo fondamentale per il paesaggio circostante. La rigorosa volumetria dell’impianto è movimentata dal gioco delle altezze: due piani fuori terra per il corpo dell’ingresso, 5 e 6 piani per le ali dei reparti, 7 piani per la torre dei collegamenti. La facciata occidentale presenta al centro i due corpi dell’ingresso e della torre, ambedue caratterizzati dal rivestimento in lastre di travertino. La torre, vero e proprio asse compositivo del sistema, presenta due nastri verticali in vetrocemento che la tagliano per tutta l’altezza sui lati ovest e sud e, in corrispondenza dell’ultimo livello, una serie di aperture a feritoia su tutti i fronti (3 e 4 per lato), evidente richiamo all’architettura fortificata medievale. Le due ali, corrispondenti alle camerate, si articolano su cinque piani fuori terra. Segno distintivo di questo edificio sono le immense vetrate elioterapiche dell’ultimo piano.


Galleria fotografica


Bibliografia

 

 

“Edilizia in Toscana tra le due Guerre”
Mauro Cozzi
Edifir, 1994 – 254 pagine

Mostra di LostItaly a Roma

La biblioteca Vilfredo Pareto dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata, in collaborazione con LostItaly, presenta la mostra fotografica

identità e memoria dei luoghi abbandonati

(scarica la locandina in pdf)

dal 29 marzo al 29 luglio 2017
presso Biblioteca Vilfredo Pareto – Facoltà di Economia, Università degli Studi di Roma Tor Vergata
Via Columbia, 2 – Roma – tutti i giorni (sabato escluso) dalle 10:00 alle 19:00

Inaugurazione 29 marzo 2017 ore 17
con la partecipazione dei prof. Maria Prezioso e Alberto Manodori Sagredo

L’evento sulla pagina dell’Universita di Tor vergata

Più di dieci anni fa un piccolo gruppo di fotografi dilettanti decise di riunirsi in un forum per condividere una grande passione: i luoghi abbandonati.
All’epoca quasi soltanto all’estero esistevano fotografi che scoprivano, esploravano e raccontavano fabbriche, manicomi, ospedali e ville dimenticati da tutti.
Da allora l’attività fotografica di questo gruppo si è sempre affiancata al recupero delle informazioni storiche sui luoghi, con l’obiettivo di creare una sorta di memoria collettiva di un mondo che sta pian piano sparendo e le cui tracce sopravvivono soltanto nelle nobili macerie dimenticate da tutti.
Da questo progetto nasce LostItaly.it, dove molti di questi luoghi sono raccontati con notizie storiche e fotografiche.
La possibilità di ritrarre luoghi in abbandono che abbiano una valenza estetica sta pian piano scemando, poiché ormai quel che viene costruito oggi e sarà abbandonato in futuro, ha sempre più raramente una peculiarità architettonica che lo possa rendere affascinante nel suo declino.
Da qui l’interesse e l’importanza del lavoro di rappresentazione e ricerca svolto da LostItaly.it, che intende conservare la memoria storica di luoghi importanti per la nostra società e non solo per chi li ha vissuti tramandandoci, quasi sempre inconsapevolmente, tracce della propria esistenza.

Sono esposte le fotografie di Cristiano Antognotti, Sandro Baliani, Roberto Conte, Gualtiero Costi, Roberto Diodati, Marco Orazi, Pietromassimo Pasqui, Giovanni Maria Sacco, Valeria Spiga.


 

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