Manifattura tabacchi di Bologna

La “vecchia” manifattura

La prima manifattura tabacchi a Bologna venne realizzata ad inizio ‘800 in via Riva di Reno.

Sorgeva accanto al fiume Reno di cui utilizzava l’acqua per i processi produttivi e nacque da un convento di suore domenicane che, con l’annessione di Bologna alla Repubblica Cisalpina del 1799, venne requisito  e trasformato in manifattura tabacchi.

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La manifattura “vecchia” di via Riva di Reno

L’edificio principale, che affacciava sul canale, conserva tuttora la facciata originale frutto della totale riprogettazione del 1906 ad opera dell’architetto Gaetano De Napoli.  Attualmente (2016) il palazzo della manifatttura “vecchia” è sede della Cineteca di Bologna.

La “nuova” manifattura di Pier Luigi Nervi

Nel 1949 l’Amministrazione Monopoli di Stato bandisce un concorso per la realizzazione della nuova manifattura tabacchi che viene vinto da Pier Luigi Nervi. Fu, come di consueto, lo stesso nervi, con la sua azienda, a costruire la manifattura che venne ultimata nel 1952.

La prima parte, che viene ultimata da Nervi nel 1952, è il magazzino tabacchi greggi in balle. Si tratta di un edificio di cinque piani lungo 210 metri costruito utilizzando casseforme in ferro-cemento poste in opera rapidamente e senza bisogno di dover montare e smontare le casse per le colate di cemento.

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Il magazzino tabacchi greggi in balle

E’ invece del 1954 la realizzazione, sempre da parte di Nervi, dei cinque capannoni destinati allo stoccaggio dei tabacchi grezzi in botti. Si tratta di cinque strutture parallele lunghe 117 metri, con tetto a volta in cemento.

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I cinque magazzini tabacchi greggi in botte (in costruzione)

Il terzo edificio di estremo pregio costruito da Nervi per la manifattura di Bologna, è il magazzino del sale che si trova alle spalle dell’edificio principale e venne costruito con la forma di paraboloide.

Completano il complesso la centrale termica e gli uffici sul fronte principale, questi ultimi demoliti completamente.

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Pianta dell’area. Gli edifici evidenziati in giallo sono stati demoliti (2016)

Nel momento di massima espansione presso la manifattura di Bologna arriveranno a lavorare oltre mille persone.

Nel 2003 i Monopoli di Stato italiani vendono tutte le proprie attività alla British American Tobacco che gradualmente dismette tutti i siti produttivi, chiudendo nel 2004 anche la manifattura di Bologna. Da quel momento il complesso viene lasciato in stato di abbandono per anni, diventando anche rifugio di senza tetto e piazza di spaccio.

Nel 2011 la Regione Emilia Romagna bandisce un concorso di progettazione per la riqualificazione ed il recupero funzionale dell’ex manifattura tabacchi per la realizzazione del tecnopolo di Bologna. Nel 2015 iniziano i lavori con la demolizione completa degli uffici fronte strada.

 


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Saponificio Annunziata

La storia del saponificio Annunziata di Ceccano è legata indissolubilmente alla figura del suo fondatore, Antonio Annunziata (1906-1984). Sin da piccolo Antonio impara il mestiere del saponificatore nella bottega del padre, Luigi, a Sora. Vuole la leggenda che il giovane Antonio, appena gli fu possibile, acquistò una moto Guzzi con cui faceva il giro dei lavatoi del circondario lasciando alle massaie campioni del suo sapone a fini promozionali.

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Nel 1929 l’attività artigiana degli Annunziata conta quindici operai e una produzione di ben sei quintali giornalieri. Per far fronte alle necessità di crescita, Antonio (che ha ormai preso le redini dell’impresa) deve trovare una nuova sede più ampia e la scelta cade su un’area della vicina Ceccano, che presenta due caratteristiche fondamentali per il ciclo produttivo e logistico: la vicinanza contemporanea del fiume Sacco e della ferrovia.

Lo stabilimento cresce rapidamente acquistando altri terreni confinanti sino a giungere alla superficie definitiva di 50.000 metri quadrati.  La maggior parte delle superfici esterne degli edifici dello stabilimento è realizzata in vetrocemento, rendendolo estremamente luminoso.

Antonio Annunziata è molto attento nella selezione del personale, prediligendo operai del suo paese natio, Sora, dei quali si fida di più e che hanno per lui una vera e propria venerazione.

Nel 1938 viene fondata la Società Anonima Stabilimenti Annunziata, con un capitale sociale di 250.000 lire e il numero di operai supera i 100.

Antonio Annunziata sovraintende tutti gli aspetti dell’attività industriale, dalla produzione al marketing, alimentando anche leggende che lo vedono assaggiare il sapone per verificarne dal gusto il grado di alcalinità. Nel marketing ha idee semplici ma molto efficaci: in primis la prova diretta del prodotto continuando la tradizione di quando, da ragazzo, andava in moto a lasciare campioni alle massaie presso i lavatoi. Durante la guerra d’Abissinia commercializza una saponetta dal marchio “negro”  che presenta l’immagine di un bimbo di colore che si sbianca grazie al sapone (messaggio oggi estremamente unfair che tra l’altro venne ripreso successivamente dalla Miralanza con Calimero che non era nero ma solo sporco).

Durante il ventennio fascista, a ridosso dello scoppio della seconda guerra mondiale, sulle saponette da bucato viene stampata una scala rovesciata accompagnata dal motto “SALIRE SEMPRE”. Il marchio SCALA, da allora, accompagnerà sempre i prodotti dell’azienda e le sopravviverà fino ad essere utilizzato anche attualmente.

Durante la seconda guerra mondiale lo stabilimento viene danneggiato dai bombardamenti e alla fine del conflitto viene ricostruito e ammodernato: è del 1948 la trasformazione della ditta in Annunziata S.p.A. Nell’immediato dopo guerra il sapone è un genere di prima necessità e l’Annunziata ne produce di ottima qualità, con pochissima concorrenza (ancora nel 1959 l’Annunziata produce, da sola, un terzo del fabbisogno nazionale).

La crescita dell’azienda vede l’ingresso ai vertici dei due figli di Antonio: Luigi come responsabile vendite e amministrazione e Pasquale per gli acquisti e lo sviluppo.

La Annunziata creò un forte legame con la città di Ceccano non solo per l’importantissimo impatto occupazionale ma anche finanziando e sponsorizzando la squadra locale di calcio che ottenne lusinghieri risultati nella propria categoria, facendo dimenticare ai ceccanesi l’assenza di rappresentanza sindacale in fabbrica.

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In occasione delle elezioni comunali del 1952 la direzione dell’azienda fece circolare un volantino in cui diffidava dal votare per i socialcomunisti, pena lo spostamento degli investimenti in un’altra squadra di calcio, forse quella di Sora. Vinse comunque il PCI e non vi furono le temute rappresaglie, rimanendo la squadra in città.

Nel 1961 le organizzazioni sindacali entrano per la prima volta in fabbrica. L’Annunziata, per dare una parvenza di rappresentanza dei diritti dei lavoratori, presenta infatti una propria lista senza immaginare che anche CISL e CGIL avrebbero fatto altrettanto. In seguito alle votazioni aziendali la lista dell’Annunziata ottiene tre rappresentanti, quanto quella della CGIL.

Lo scontro sociale tra gli operai e la direzione dell’Annunziata cresce di intensità con successivi scioperi, fino ad arrivare alla tragedia del 28 maggio 1962 quando le forze di polizia, chiamate a sedare la protesta pacifica degli operai, aprono il fuoco uccidendo l’operaio Luigi Mastrogiacomo e ferendo numerose altre persone.

Le forze dell'ordine presidiano i cancelli della fabbrica (archivio l'Unità)

Le forze dell’ordine presidiano i cancelli della fabbrica (archivio l’Unità)

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Luigi Mastrogiacomo e l’articolo de l’Unità che ne annuncia l’assassinio

L’evoluzione degli stili di consumo porta, con il tempo, all’obsolescenza della saponetta per bucato, a vantaggio dei detersivi in polvere e liquidi. Lo stabilimento di Ceccano richiederebbe investimenti troppo alti per essere riconvertito alle nuove produzioni e quindi vive un lento declino che lo porta a chiudere nel 1997. Nel 1999 viene dichiarato ufficialmente il fallimento dell’azienda con il definitivo licenziamento dei 137 dipendenti.

Il marchio Scala è sopravvissuto all’azienda e dal 2003 è di proprietà della Deco Industrie che lo utilizza per saponi da bucato e prodotti cartacei.


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Ceramiche Brunelleschi

Questo stabilimento si trova nella frazione “Le Sieci”, lungo la strada aretina che collega Pontassieve a Firenze. Sorge all’interno di un’area che comprende una delle più vecchie fornaci del nostro paese.

Le prime notizie certe relative alla fornace delle Sieci risalgono al 1774: sappiamo infatti che in quell’anno essa fornì gran parte dei laterizi utilizzati per i lavori di restauro ed ampliamento del Palazzo Pretorio a Ponte a Sieve.
Si può ragionevolmente supporre però che la fornace esistesse già da qualche tempo, anche se non se ne trovano tracce documentate.
La scelta del luogo d’impianto è da mettersi in relazione essenzialmente con la vicinanza dell’Arno, da cui veniva tratta la materia prima per la “formatura” dei mattoni, che avveniva nelle “piazze dei mattonai” situate sul greto del fiume.

In origine la fornace era strettamente legata alla vita e alle necessità della vicina fattoria Albizi di Poggio a Remole cui spettava, attraverso la figura dell’agente (fattore), l’amministrazione della fornace stessa: come testimoniato per molte altre simili realtà disseminate nel territorio circostante la fornace, alimentata dalla “stipa” e dalle “fastelle” provenienti dai boschi aziendali, forniva il materiale necessario per la manutenzione della villa padronale e delle numerose case coloniche dipendenti dalla fattoria stessa, in un’ottica principalmente di auto-consumo (non si hanno notizie, se non sporadiche, di vendite di materiale).

Le oscillazioni nella produzione ed il carattere stagionale di determinate fasi della lavorazione (impasto, formatura e stagionatura dei mattoni) facevano sì che la fornace si avvalesse di mano d’opera saltuaria, con – probabilmente – l’unica eccezione di un “maestro fornaciaio”.
In quest’epoca (fine del ‘700) l’abitato delle Sieci era costituito dalle poche case situate lungo l’Arno alla confluenza del torrente Sieci, nei pressi della pescaia, mentre intorno all’antica pieve di Remole esistevano soltanto alcune case coloniche, di pertinenza anch’esse della fattoria Albizi. Come si vedrà più avanti, il passaggio della fornace ad una dimensione industriale alimentò col tempo anche lo sviluppo dell’antico borgo e la nascita dell’odierna frazione di Sieci, intorno alla fabbrica e alla millenaria pieve.

Una prova certa dell’esistenza della Fornace delle Sieci ci viene invece dalle mappe del Catasto Generale Toscano degli anni venti dell’800: a questa data il complesso risulta già articolato attorno a due fornaci: una per la produzione di laterizi e calcina e un’altra destinata alla produzione del cosiddetto “lavoro sottile”. Alla morte del marchese Amerigo degli Albizi, avvenuta il 14 gennaio 1842, e con la conseguente estinzione del ramo fiorentino della famiglia, l’intero patrimonio familiare (compresa quindi la fornace di Sieci, facente parte della fattoria di Remole) passò ad un ramo collaterale della famiglia (trasferitosi in Francia fin dal ‘400), nella persona del Cav. Alessandro. Fu il figlio di quest’ultimo, Vittorio, figura di primo piano nel panorama culturale ed economico fiorentino, ad avviare alla metà del secolo la ristrutturazione e il potenziamento della fornace, secondo principi imprenditoriali. Egli fece importare dalla Francia nuove tecnologie con le quali dette inizio alla produzione di speciali embrici di copertura in seguito chiamati “marsigliesi”, dal luogo d’origine delle maestranze specializzate. Pur rimanendo legata amministrativamente alla fattoria di Remole, la fornace si apprestava a vivere una stagione di grande fortuna, in cui non scarso peso ebbe la felice ubicazione dello stabilimento, servito non solo dalla rotabile regia Aretina ma anche dalla nuova strada ferrata Firenze – Arezzo, inaugurata nel 1862. Erano gli anni di Firenze capitale e la Fornace delle Sieci si attrezzò per soddisfare le aumentate richieste da parte del vicino mercato cittadino, cercando di accrescere e diversificare la produzione.

In relazione a questa fase di sviluppo salì ovviamente anche il numero di coloro che erano stabilmente occupati nell’impianto, che intorno al 1860 impiegava 24 addetti, cifra destinata ad aumentare negli anni successivi.
Parallelamente si verificò anche una crescita della popolazione dell’abitato delle Sieci, che ben presto poté fregiarsi di una nuova stazione ferroviaria, inaugurata il 6 settembre 1878.
Alla morte di Vittorio degli Albizi (avvenuta il 14 marzo 1877), la “fabbrica delle terre cotte posta alle Sieci” era ormai ultimata, e capace di sostenere una regolare produzione della nuova gamma di prodotti (tegole alla marsigliese e mattoni forati). La proprietà fu rilevata dalla sorella Leonia Anna, che nominò alla conduzione della fornace un dirigente tecnico, l’Ing. Leonida Budini: in quegli anni lo stabilimento moltiplicò la produzione e gli ordinativi, cosicché si resero possibili nuovi investimenti per un ulteriore ampliamento della fornace e per l’acquisto di nuovi macchinari.

Al momento della vendita della fornace da parte degli Albizi – Frescobaldi a favore della “Società autonoma Fornace alle Sieci” (1881), l’impianto funzionava ormai a pieno regime grazie ai due forni Hoffmann, dalla caratteristica forma ellittica. Il primo (risalente agli inizi degli anni cinquanta dell’800) era quello situato in prossimità della strada per Molin del Piano, sul luogo dell’antica fornace; esso utilizzava, per l’impianto dei mattoni, il materiale argilloso ricavato dalle rive del fiume (la cosiddetta “mota d’Arno”), che veniva trasportato con “barchetti” e “stagionato” a lungo; con la rena cavata dall’Arno, trasportata sempre con “barchetti”, si ricavava invece un correttivo smagrante. Vi era poi un’apposita fornace da calce alimentata da una vicina cava di calcare, anch’essa di proprietà Albizi.

Per le tegole (campigiane “modello Pelago”), la mota d’Arno veniva mescolata per metà con il galestro (complesso di argille scagliose), cavato nel bacino inferiore del torrente Vicano, e poi sminuzzato nei pressi della Fornace. Il secondo forno (finito di costruire alla fine degli anni settanta) utilizzava le stesse materie prime di quello più vecchio, ma era dotato di metodi di scavo e trasporto ben più moderni. I materiali venivano portati dal fiume in una rete di bacini di raccolta situata all’interno dell’area della fabbrica, collegati all’Arno tramite un canale. Un’idrovora convogliava le “torbide” in grandi vasche dette “margoni”, ove avveniva la decantazione, l’essiccazione e la stagionatura dei materiali argillosi. Gli impasti ottenuti venivano poi lavorati a macchina, e la produzione che se ne otteneva era assai varia. Come combustibile venivano usati generalmente la lignite (in pezzi, in frantumi, in “pule”) e la polvere di carbon fossile, proveniente probabilmente dai bacini minerari del Valdarno superiore. Agli inizi del ‘900 furono installati due motori a vapore fissi, due locomobili della forza complessiva di 140 cavalli, e 19 macchine per la produzione di laterizi; venne rinnovato anche il macchinario ausiliario e quello di officina.
A quel tempo erano impiegati nella fornace (il numero variava a seconda dei periodi dell’anno) tra gli 80 e i 120 uomini, una ventina di ragazzi e circa 30 donne.
Poco dopo gli occupati raggiunsero le 200 unità, per diventare circa 400 durante gli anni venti, che rappresentarono il periodo di massimo sviluppo della fabbrica.
In questo periodo, alla tradizionale produzione di mattoni di scarsa qualità (nel forno più antico) e di embrici alla marsigliese e torrette da camini (nel secondo forno), si aggiunse quelle delle cosiddette “tomettes”, le comuni piastrelle esagonali per pavimenti.
Negli anni trenta venne attuata una riconversione che portò allo spegnimento del vecchio forno e alla produzione sperimentale di grès rosso, mentre la gamma dei laterizi si ridusse a due soli tipi di pezzatura (5×10 e 7,5×15).

Durante la guerra, la fabbrica venne sequestrata, costretta ad interrompere ogni attività e adibita a deposito di munizioni. Gli impianti furono poi danneggiati dai bombardamenti alleati, finalizzati alla distruzione del vicino ponte ferroviario sul Sieci. Alla fine del conflitto riprese la produzione del grès, mediante l’utilizzo del vecchio forno Hoffmann.
Contemporaneamente venne avviata una ristrutturazione (conclusasi nel 1955) che portò all’utilizzo di avanzate tecnologie tedesche (presse meccaniche fornite dalla Ditta Dorst) che migliorarono la resa produttiva dell’impianto.
Furono costruiti anche nuovi capannoni, sorti sull’area delle vasche di decantazione ormai inutilizzate. Il nuovo forno a tunnel permise di aumentare la produzione e di raggiungere standard qualitativi più elevati. Ad esso si affiancò un secondo forno, con il conseguente spegnimento (1962) dell’ultimo forno Hoffmann sopravvissuto (il più recente), ormai inadeguato.
A seguito di una crisi di mercato nel settore del grès smaltato, fu intrapresa una politica di riconversione aziendale, che culminò col passaggio dello stabilimento (1976) alla Società “Ceramiche Brunelleschi”. Quest’ultima, dopo aver operato una serie di investimenti per l’acquisto di nuovi macchinari e dopo anni di studi e tentativi (non sempre fruttuosi), avviò intorno al 1980 la lavorazione del cotto smaltato, prodotto sino alla chiusura dello stabilimento. Del nucleo originario della fornace degli Albizi non rimane pressoché alcuna traccia.

La prima documentazione fotografica di cui siamo in possesso (risalente al 1920 circa) illustra l’area dell’antica fornace a seguito delle trasformazioni operate tra il 1850 e il 1880 circa; in essa sono ben riconoscibili i due forni (il primo sulla sinistra, situato nelle vicinanze del torrente Sieci, e quello più nuovo sulla destra, allineato parallelamente al corso dell’Arno), circondati da un complesso di edifici legate da rapporti funzionali (seccatoi, magazzini, vasche, ecc.).
Questa organizzazione degli impianti, che non discosta troppo da quella attuale, non subì per circa un secolo grosse modifiche: alla metà del nostro secolo, l’impianto architettonico originario delle fornaci risultava alterato soltanto per l’aggiunta di alcune tettoie (adibite a magazzini e depositi), realizzate con semplici strutture lignee. Oggi è possibile ammirare soltanto il secondo dei due forni (del primo si è conservata esclusivamente l’alta ciminiera), anche se ovviamente privato delle primitive funzioni. La facciata principale, di chiara impronta neoclassica, si caratterizza per le regolari costolature verticali che inquadrano le grandi finestre rettangolari e le aperture ad arco ribassato del pian terreno; il tutto sovrastato dall’imponente timpano triangolare, alleggerito da un semplice occhio centrale. Per quanto riguarda i materiali di costruzione, osserviamo che la pietra forte squadrata dei paramenti si alterna al cotto (occhi, architravi delle finestre) e ai mattoni sbalzati (modanature dei timpani, coronamento dei muri perimetrali, ecc.), andando a comporre un insieme di grande equilibrio formale.

Gli ampi spazi interni, che ospitavano il forno ellittico e i magazzini, sono ripartiti da altissimi pilastri in pietra. Gli altri edifici che compongono attualmente la fabbrica sono il frutto degli interventi del secondo dopoguerra, divenuti necessari a seguito delle distruzioni causate dai bombardamenti e dell’ammodernamento del ciclo produttivo: si tratta di capannoni ad un piano, con copertura a volta, e di alcune strutture puntiformi in calcestruzzo edificati (senza alcuna attenzione per i valori ambientali del contesto in cui sorgono) in luogo del più vecchio dei due forni; essi in parte utilizzano come basamento anche i muri delle antiche vasche di accumulo di argilla, in origine collegate al secondo forno.

La fabbrica, dopo il fallimento del 2011 ha chiuso definitivamente alla fine dell’anno 2012.

Le foto riportate in galleria, si riferiscono al periodo immdiatamente successivo alla chiusura; come si vede, tutto sembrava ancora pronto ad una nuova ripartenza. Nei successivi anni, tutte le attrezzature sono state rimosso e molti edifici smembrati e snaturati. Questo è bene visibile dal video seguente, trovato su Youtube.

Rimane ancora in piedi, la struttura della secolare fornace, gravemente danneggiata da anni di intemperie.

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Una foto dei primi anni del’900


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La Ferrovia dell’Alfa Romeo di Arese

Ci sarebbe da parlare per ore e ore dello stabilimento Alfa Romeo di Arese. Un vero e proprio pezzo della storia dell’automobile italiana che è stato per vari motivi cancellato con un colpo di… ruspa. Il suo ricordo vivrà nella memoria delle centinaia di persone che vi hanno lavorato e vissuto; nei filmati, nelle fotografie, nei libri. Ma è stato deciso che un centro commerciale e un mega parcheggio dovessero rimpiazzare le gloriose strutture, generatrici di meraviglie a quattro ruote, culle del vero Made in Italy. Una cosa però è rimasta:  il raccordo ferroviario che collegava lo stabilimento alle Ferrovie Nord Milano, più precisamente alla stazione di Garbagnate Milanese.

Come si legge su alfaromeo75.it:

… Dalla stazione di Garbagnate giungeva […] un binario dedicato che, aggirando l’abitato, entrava da nord est in stabilimento dietro il capannone delle presse subito dopo aver sovrastato il torrente Villoresi, faceva una curva ed andava a dividersi presso il lato nord del fabbricato della verniciatura. Quella zona, infatti, posta a ridosso dell’uscita delle vetture dal reparto di abbigliamento e vestizione finale, era destinata a stoccaggio vetture. Altro ramo del binario, invece, correva parallelo al confine nord ovest e raggiungeva, in trincea, la parte posteriore del silos, di fatto costituendo il limite fra esso e il parcheggio fornitori del costruendo centro direzionale. …

Su questa breve ferrovia transitavano quindi vagoni carichi di auto nuove appena prodotte, destinate alla rete di vendita.

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Vagoni ferrioviari carichi di nuove Giulietta

Il tratto visitato è quello che parte dalla stazione di Garbagnate Milanese per terminare al cancello sul confine nord dello stabilimento Alfa Romeo. Il tratto interno allo stabilimento e che proseguiva fino ai silos (dove sorgeva il magazzino prodotti finiti) non sappiamo se esista ancora, dato che hanno stravolto completamente l’area facendo tabula rasa. Una zona da verificare rimarrebbe quella adiacente al parcheggio visitatori, di fianco alle 3 palazzine della direzione.

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Il tracciato della ferrovia è evidenziato in giallo

Il periodo scelto è stato quello tardo autunnale quando, a livello teorico, la vegetazione spontanea è meno rigogliosa rispetto che in quello estivo. In realtà non è stato sufficiente questo accorgimento, dato che ormai la maggior parte del tracciato è una vera e propria giungla, con spinosissimi rovi e alberi di robinia a far da protagonisti. La Robinia ha spine grandi e acuminate, sia sui rami che sulla corteccia, bisogna fare davvero attenzione perchè è facile farsi male.

1a parte: Stazione Garbagnate Milanese – SP233

Scendendo lungo la Via Biscia in direzione nord, si incontra il primo elemento che fa intuire che la ferrovia è vicina: il pannello distanziometrico dei 100 metri. E’ in buono stato, a parte gli scarabocchi spray dei soliti vandali. Quello dei 50 metri è imbrattato e anche completamente arruginito. Quello dei 150 metri è irrintracciabile e probabilmente non c’è più. Da Google Maps (immagine del 2008) lo si vede ancora.

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Pannello distanziometrico dei 100 metri

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Pannello distanziometrico dei 50 metri

Pannello distanziometrico dei 150 metri (Google Street View)

Pannello distanziometrico dei 150 metri (Google Street View)

Procedendo ancora lungo la strada si arriva finalmente all’intersezione con i binari. A destra della strada la ferrovia fa la sua comparsa da sotto un cancello metallico che ci separa dai binari morti posti a nord della stazione di Garbagnate Milanese; a sinistra invece i binari spariscono in mezzo alla vegetazione.

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Il semaforo con croce di S.Andrea e campanella è sparito anch’esso, è rimasto solo il palo metallico che li sorreggeva. Anche quello posto sull’altro lato della carreggiata (direzione sud) non c’è più.

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Si inizia a seguire i binari, scavalcando la spazzatura sul bordo strada e facendosi largo tra i rami. Purtroppo dopo qualche decina di metri la vegetazione diventa un vero e proprio muro di spine, i rovi sono troppi e troppo grandi, un intreccio invalicabile. Bisogna fare dietro front e cercare di raggiungere il tracciato un po’ più avanti, camminando lungo il bordo del prato a sud.

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Si arriva al muro di cinta delle ditte della zona industriale ma non c’è modo di scendere nella trincea. Troppi alberi e rovi. Quindi non resta che fare dietro-front e tornare al punto di partenza. Sul lato nord, costeggiando la recinzione di un’abitazione, ci si riavvicina alla ferrovia tagliando diagonalmente un campo.

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Anche qui la vegetazione cresciuta sui binari è davvero fitta. Si riesce in un paio di punti a scendere in trincea e raggiungere i binari, ma per proseguire bisogna subito risalire perchè avanzare lungo il tracciato è impossibile.

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Lungo tutto il confine tra i campi e la trincea della ferrovia, ci sono dei pezzi di catenelle di plastica rossa e bianca; forse erano un modo per segnalare a chi lavora con i mezzi agricoli l’inizio della piccola scarpata.
Si arriva quindi a ridosso della rotonda stradale sulla strada SP233 “Varesina”; la ferrovia vi passa sotto, in un tunnel. Scendervi è impossibile, sempre a causa della vegetazione impenetrabile. Sporgendosi dal guard-rail è possibile intravedere attraverso i rami il tunnel, chiuso da una rete arancione e con le pareti laterali imbrattate con la vernice spray. Probabilmente in altri periodi la discesa ai binari è stata fattibile, ma è impossibile datare le opere d’arte sui muri.

2a parte: SP233 – Stabilimento Alfa Romeo

Per poter raggiungere nuovamente la ferrovia si deve scendere a sud lungo la “Varesina” fino a Via Cadore, camminare verso Ovest fino a imboccare Via Europa prima e Via Trieste poi, risalendo a Nord e poi ancora verso Ovest finchè, dopo i palazzi, c’è un varco nella vegetazione per scendere nella trincea ferroviaria. Ad accoglierci, la carcassa plastica di un carrello da supermarket, bottiglie e rifiuti vari.

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Impossibile procedere lungo i binari: dopo pochi metri c’è un muro di alberi e rovi che sbarra la strada. Risalendo il terrapieno a Nord, si segue il tracciato parallelamente e si riscende  alla prima occasione. Un passaggio abbastanza battuto arriva ai binari per poi proseguire sul terrapieno a sud, in pratica un attraversamento. Vicino alle rotaie giacciono lamierati di un camioncino Iveco e relativi tappetini di gomma, probabile residuo di qualche furto.

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Sui binari, ancora alberi e rovi. Finalmente la sede ferroviaria sale di quota emergendo dai due terrapieni e di conseguenza la vegetazione è meno fitta.

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Si riescono a vedere tratti più lunghi di ferrovia liberi dalla vegetazione.

Siamo alle spalle di un’altra zona industriale, qui i binari sono in mezzo ad erba alta, cespugli e qualche alberello fortunatamente non spinoso.

Dove i binari escono dalla vegetazione c’è il secondo passaggio a livello della ferrovia, sul confine tra Garbagnate Milanese e Lainate. A fianco della strada resiste ancora il segnale di pericolo passaggio a livello senza barriere seguito dalla croce di S.Andrea.

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I binari sono stati parzialmente coperti dalla strada sterrata, mentre verso sud, il tracciato prosegue piuttosto libero dalla vegetazione, finalmente.

Camminando sulle traversine, ci si avvicina al ponte che consente alla Strada Provinciale 109 di sovrapassare la ferrovia. Il sottopasso è completamente coperto da graffiti; bombolette spray vuote e altri rifiuti tappezzano la massicciata.

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Dopo il ponte, il percorso prosegue in linea retta, affiancando sulla destra delle proprietà private, dove dei cani abbaiano continuamente da dietro le recinzioni e sulla sinistra, più in basso rispetto al livello dei binari, dei campi coltivati. Fanno la loro ricomparsa degli alberelli sulla massicciata, ma sono abbastanza radi da permettere di procedere a zig-zag evitandoli. Purtroppo questa situazione dura poco, infatti quasi subito ci si trova di fronte un vero e proprio muro di rovi, alto più di 2 metri ! Fortunatamente qualcuno ha già tracciato un sentiero tra i rovi che, non senza qualche difficoltà, è percorribile per aggirare l’ostacolo.

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Improvvisamente la vegetazione si apre e ci si ritrova in una radura, di fianco al canale Villoresi. La ferrovia è qualche decina di metri più a est, sbuca dai rovi per salire subito sul ponte che scavalca il canale. Salendo sul ponte, si passa di fianco a un altro cartello di passaggio a livello senza barriere, piegato, scolorito e imbrattato.

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Siamo in prossimità della pista ciclabile del Villoresi dove, in occasione di Expo, sono stati piantati numerosi alberelli. Il cancellone di ingresso dello stabilimento sotto al quale spariscono i binari è stato frettolosamente dipinto di bianco. Qui purtroppo finisce l’esplorazione.

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Dinamitificio Nobel di Carmignano

Alle porte di Firenze, nel comune di Signa, immersi in un folto bosco, riposano i resti di una delle più importanti fabbriche di esplosivi del novecento. Tra queste verdi colline nessuno potrebbe immaginare la quantità di edifici che, nascosti dal verde, costituivano la grande fabbrica di esplosivi. La sua storia ha avuto un ruolo fondamentale per Signa e dintorni, arrivando a contare circa 4.000 lavoratori.

Di seguito, le tappe fondamentali di questa storia, ricavate dal sito della proloco Signa:

Signa ha ospitato per buona metà del Novecento una fabbrica di dinamite che ha ricoperto un ruolo centrale nell’approvvigionamento dell’Esercito Italiano durante le due guerre mondiali.

In Italia era già presente una fabbrica di dinamite ad Avigliana di proprietà delle società di Alfred Nobel, ma presentava alcuni problemi: era troppo vicina ai confini nemici, aveva vecchi macchinari ed era stata vittima di alcuni gravi esplosioni. Per questo fu deciso di costruire una nuova fabbrica in un sito che avesse migliori caratteristiche. L’ubicazione scelta era posta alla confluenza dell’Ombrone nell’Arno, nei pressi del confine con Carmignano sulla strada per Comeana. Proprio per la vicinanza con Carmignano, la sua stazione e la sua comunità che la fabbrica prenderà il nome di impianto di Carmignano anche se si trovava nel territorio di Signa.

I motivi della scelta erano molti: una relativa vicinanza delle cave di pirite della Maremma e della Val di Cecina, la lontananza dalle coste marittime, in una posizione centrale rispetto allo Stato, il facile collegamento col porto di Livorno tramite ferrovia (vicinanza con la stazione di Carmignano), le caratteristiche del luogo, isolato e circondato in buona parte dall’Ombrone che in quel punto forma un’ansa.

Il terreno, facente parte della tenuta agricola di San Momeo nella zona detta Il Pitto, fu acquistato nel 1912 e un anno più tardi iniziarono i lavori che furono imponenti: fu spostata la strada provinciale tra Signa e Comeana che transitava proprio dentro l’area prescelta per la fabbrica; fu di conseguenza costruito un nuovo ponte; venne impiantato il bosco in porzioni della collina che invece erano coltivate a vigna al fine di rendere l’impianto difficilmente individuabile dalle aviazioni militari che cominciavano a svilupparsi; furono costruiti solidissimi edifici, tracciate strade, viali e piazze, e scavate gallerie.

La produzione aveva caratteristiche esclusivamente belliche. Durante la Prima guerra mondiale, lo stabilimento produsse principalmente esplosivi per le munizioni da cannone di grosso calibro: balistite e dinamite.

Dopo la Grande Guerra la fabbrica perse d’interesse per la proprietà e fu venduta nel 1925 alla Montecatini che dieci anni più tardi acquisì anche la Società Generale Esplosivi e Munizioni con la nascita della ditta Nobel-SGEM. La Montecatini in periodo di pace utilizzò lo stabilimento anche per sperimentazioni agricole (in un’area scoperta dal bosco in riva all’Ombrone ed anche in serra) e produzioni chimiche sperimentali.

Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, invece, la fabbrica ebbe nuovamente un ruolo militare importante; riprese la produzione di esplosivi (sempre a base di nitroglicerina) e furono costruiti molti nuovi edifici e persino un trenino con piccoli vagoni che trasportava il materiale tra i vari padiglioni e poi a valle fino alla ferrovia e di cui restano alcuni tratti delle rotaie che nell’ultimo tratto risultano collocati su tralicci di cemento armato, anch’essi aggrediti dalla vegetazione, come tante altre strutture edilizie.

Nel 1944 cadde in mano ai tedeschi che iniziarono a sfruttarla; da quel momento divenne oggetto di sabotaggi da parte dei partigiani: il più clamoroso avvenne l’11 giugno e  questo è il racconto:

All’1.10 della notte dell’11 giugno 1944 la polveriera salta in aria, per l’esplosione di 8 convogli pieni di tritolo fermi alla stazione.“Non è un incidente, come la gente pensa sul momento. No, è il risultato del sabotaggio della Squadra d’Azione Patriottica, guidata da Bogardo Buricchi. Con lui, il fratello Alighiero, Bruno Spinelli , Ariodante Naldi, Lido Sardi, Mario Banci, Enzo Faraoni e Ruffo Del Guerra.
Bogardo Buricchi è nato a Carmignano. Ha 24 anni. E’ definito maestro e poeta, spirito libero, odia le ingiustizie. E’ il capo indiscusso. Suo fratello Alighiero ha appena 19 anni. Lino Sardi, abitante alla Serra, ha sempre vissuto con la famiglia Buricchi. Bruno Spinelli è il più anziano del gruppo. Ha 43 anni. E’ un ex operaio della Nobel. E’ alla sua prima azione. Mario Banci ha 22 anni. E’ nato a Genova da genitori di Carmignano. E’ entrato nella Resistenza nel dicembre del 1943, da quando è sfollato a Montalbiolo. Ariodante Naldi, 21 anni, è studente a Firenze. Ruffo Del Guerra ha 21 anni. Abita a Poggio alla Malva, dove ha conosciuto Bogardo Buricchi, il quale va a trovare il parroco frequentemente. E’ di famiglia antifascista. Suo padre è stato ridotto in fin di vita dagli squadristi.Hanno deciso di fare un’azione importante prendendo di mira i vagoni della polverificio Nobel alla stazione ferroviaria. Sono stati informati che sono carichi di tritolo. E’ sabato. Pioviggina. Si trovano davanti al bar di Poggio alla Malva. Da lì si trasferiscono alla cipresseta della Cavaccia. Bogardo Buricchi stabilisce di non procedere insieme, ma che devono andare tre da una parte e tre dall’altra, mentre lui e Naldi vanno a diritto. Sanno che i vagoni sono otto, a circa quattrocento metri dalla stazione, su un binario isolato. Sanno anche che ci sono sentinelle, che devono essere eliminate. Ma non le vedono. Non c’è nessuno. I vagoni ci sono invece. Bogardo dà il via libera. I tedeschi sono altrove. Partecipano a una festa e sono tutt’altro che lucidi.
L’operazione è semplice, dice Bogardo. In pratica c’è da accendere una miccia. Ma hanno anche una bomba a tempo. Non si sa mai. Bogardo e Ariodante entrano in un vagone. Alighiero rimane a terra. A Bruno Spinelli è stata affidata una cassa di quaranta chili di tritolo. Lui e Mario Banci devono andare alla Cavaccia per metterla al sicuro. Può servire per altre azioni. Ruffo Del Guerra fa da palo nel cipresseto. E’ lui a scorgere la lampada di Bogardo. E’ lui a vedere Bogardo e Ariodante buttarsi giù dal vagone. E un secondo dopo il bagliore accecante, l’esplosione tremenda. Cosa non ha funzionato?Enzo Faraoni e Lido Sardi hanno fatto in tempo a spostarsi. E’ scoppiato un vagone. In successione, scoppiano gli altri, si dice per simpatia. Bogardo, suo fratello Alighiero e Ariodante vengono scaraventati contro le rocce. Disintegrati, Bogardo e Ariodante. Di loro saranno trovati brandelli e la tessera ferroviaria di Ariodante. Alighiero ha pochi attimi di vita. Faraoni e Sardi finiscono lungo distesi, feriti in modo non grave. Del Guerra sviene colpito forse da un tronco. Ne ha visti volare parecchi – impietrito – neanche fosserofuscelli. Bruno Spinelli, alla Cavaccia, è investito dall’onda d’urto che fa esplodere la cassa che trasporta. Fa un volo di molti metri e va a battere la testa contro un masso. Muore poco dopo.Mario Banci è ferito, ma ce la fa a muoversi.Non si sa quanti siano le vittime tra i tedeschi. Vero è che tutti gli edifici sono stati investiti. A chi è andata bene, ha avuto il tetto scoperchiato. L’esplosione è stata sentita a Prato e a Firenze. Il che ci fa capire la potenza. Che si valuta anche dalle dimensioni del cratere provocato. Sono tali da aver messo fuori uso un bel tratto di rotaie, impedendo il passaggio dei treni per giorni e giorni.E’ l’azione più importante dei partigiani fiorentini. Il prezzo pagato, però, è salato. Vi ha perso la vita gente in gamba. Bogardo Buricchi, nonostante la giovane età, ha sempre mostrato grande maturità, coraggio. A febbraio ha organizzato lo sciopero dei contadini di Carmignano contro l’ammasso supplementare del grano (15 chilogrammi per ogni componente delle famiglie). E il 2 marzo si è reso protagonista dell’incendio dell’ufficio comunale dove erano i documenti sui raccolti. Ha beffato anche la Banda Carità, arrivata a Carmignano per mettere ordine.Una formazione di partigiani pratesi prende immediatamente il nome di Bogardo Buricchi: è quella che partecipa alla liberazione della città laniera.A tutti e quattro, il 12 giugno 1966, i popoli di Carmignano e Prato dedicano un cippo a Poggio alla Malva. E’ intitolato “E ora impara te”.

Dopo la fine della guerra le commesse statali cessarono ed iniziò il periodo di crisi che sfociò in licenziamenti di massa. Un ultimo tentativo di salvare la fabbrica fu quello di convertire la fabbrica alla produzione di fitosanitari e pesticidi. Ma ormai era destinata alla chiusura che avvenne nel 1958. Dopo che nel 1964 lo stabilimento è stato bonificato dai residui degli esplosivi e dei materiali utilizzati per la loro fabbricazione, l’area su cui sorgevano gli impianti giace inutilizzata ed è passata in mano privata.

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Il volume redatto dal Comune di Signa che tratta le azioni di gruppi partigiani della zona nel 1944

 

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Alcune pagine che trattano dell’occupazione tedesca dello stabilimento

 

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Qui, invece, descritte le azioni di sabotaggio dentro e fuori lo stabilimento. Nella foto una veduta della Nobel

 

Numerosi sono stati i progetti per riqualificare l’area, dal polo universitario a studi cinematografici. Ad oggi, niente è cambiato.

L’area è frequentata dai gestori del bosco; grazie a loro, le palazzine più vicine all’entrata sono ancora in buono stato; molte delle altre strutture, più lontane dal viale principale, sono ormai fagocitate dalla vegetazione.


Galleria di foto storiche degli impianti (da Frammenti di Memoria)

 

Nella foto sotto, scattata nel 2008, fa bella mostra di se la palazzina dei laboratori. L’edificio meglio conservato sia esternamente che internamente. Al suo interno sono ancora visibili i resti di banchi da lavoro e cappe laminari.  Ad oggi (2016) la struttura esterna è praticamente invariata.

 


Galleria fotografica


Riferimenti in rete

Zuccherificio di Avezzano

Nel 1897 una società italo-tedesca costruì uno zuccherificio a Monterotondo (RM) con il progetto di utilizzare le bietole che sarebbero state coltivate nei terreni della piana del Tevere, di proprietà del principe Boncompagni.

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Lo zuccherificio di Monterotondo

Nonstante la società offrisse anche degli incentivi anticipati ai coloni per promuovere la coltivazione delle bietole, pochi di loro aderirono alla proposta e lo zuccherificio si trovò in grande difficoltà per carenza di materia prima.

Fu così che si iniziò a cercare altre fonti di approvvigionamento e si arrivò ad acquistare le bietole coltivate nella piana del Fucino, Continua a leggere

Pantalonificio Lebole

Lebole, foto storica

Rassina è una piccola frazione nel comune di Castel Focognano, in provincia di Arezzo. Il paese è attraversato da un’arteria statale, la SR71. Percorrendo questa strada e passando dalla piazza principale, possiamo notare quel che resta di una storica fabbrica: il pantalonificio Lebole. Come capirete di seguito, oltre a rappresentare un nome storico dell’abbigliamento Made in Italy, è stata un simbolo dell’emancipazione femminile nell’area casentinese. Qui lavoravano circa 600 persone, quasi tutte donne. Moltissime ragazze, giovani o madri di famiglia, trovarono nella Lebole di Rassina e di Arezzo l’opportunità di allontanarsi da una vita rurale e di sottomissione. Ben presto questo sogno si trasformò in un incubo; i ritmi insostenibili della fabbrica, i soprusi dei superiori, il doversi dividere tra lavoro e doveri casalinghi. Nacquero così i primi moti di sciopero a cui parteciparono le classi femminili; insomma, un’azienda con tanta storia da raccontare. Partiamo dall’inizio.

Dopo aver chiesto notizie al Comune di Castel Focognano, ho ricevuto una loro gentile risposta con il documento sotto riportato:

analisi storica area ex Lebole-Moda

In queste pagine non sono riportati gli ultimi atti di questo triste declino: il gruppo Lebole si trasforma poi in conpartecipazione statale diventando parte del gruppo Eni. Le difficoltà dovute alla crisi del settore e una gestione scellerata da parte di un ente che aveva solo il compito di inglobare aziende sull’orlo del fallimento; portarono all’indispensabile vendita a privati. Vince l’asta il colosso dell’abbigliamento Marzotto. Un susseguirsi di ridimensionamenti, a tutti i livelli, hanno portato alla chiusura definitiva dello stabilimento di Rassina nel luglio 1998.
Nel 2010 faceva bella mostra di se, sulla facciata principale, un cartello che dichiarava l’imminente realizzazione di appartamenti. I lavori sono iniziati nel 2012, portando alla demolizione di gran parte degli edifici per poi arrestarsi, causa la mancanza di fondi. La situazione rimane immutata fino alla fine del 2015.

Di seguito, un video tratto dalla trasmissione “Sportello Reclami”. Un consigliere del comune, spiega e mostra l’attuale stato di ciò che rimane della ex Lebole:

Una bella testimonianza di quanto abbiamo raccontato finora è rappresentata dal libro “La confezione di un sogno”, “La storia delle donne della Lebole” di Claudio Repek. Quarantasei testimonianze raccolte tra operaie, impiegati, dirigenti d’azienda e del sindacato che furono impiegati alla Lebole.

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Di seguito una pagina del libro che ci fa chiaramente capire le dure condizioni di lavoro nello stabilimento di Rassina:

Per concludere la storia di questo importante stabilimento, nel sito della Confederazione Associazioni Italiane Parkinson e Parkinsonismi (ONLUS), si legge quanto segue:

“Cinque ex dipendenti dello stabilimento Lebole di Rassina (AR) sono malate di Parkinson e i loro casi sono allo studio di un pool di medici. Si sospetta che possa esservi un collegamento con certi tessuti con coloranti, polveri e sostanze nocive con i quali sono venute a contatto in fabbrica.

Una richiesta per il riconoscimento della malattia professionale è stata inoltrata all’Inps, ma l’ente ha risposto chiedendo un riscontro scientifico. L’iter è ancora in una fase preliminare e si dovrà stabilire se si tratta di una coincidenza o se esiste davvero un nesso di causa ed effetto.

Intanto una delle malate di Parkinson, che ha 65 anni, lancia un appello alle ex colleghe, anche a quelle che hanno lavorato ad Arezzo, affinché segnalino, se esistono, casi analoghi. Un medico legale di Siena visiterà gratuitamente le ex “leboline”. A seguire la questione dalla parte delle ex lavoratrici è il patronato Acli. “


 
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Società Anonima Serio

Nel 1932 sette operai della SAID (Societa’ Anonima Industrie Dattilografiche di via Friuli a Milano) decidono di investire 82.000 lire sul proprio futuro e acquistano a Crema (CR) un vecchio stabilimento dismesso, tra via del Mulino e viale Santa Maria della Croce, dove venivano prodotti chiodi per ferri di cavallo. Fondano, lo stesso anno, la Società Anonima Serio e iniziano a produrre macchine da scrivere.

Il primo modello di grande successo, nel 1934, è la Everest 42 che è anche la prima macchina da scrivere al mondo ad adottare una tastiera su quattro file (invece di tre come in uso sino ad allora), definendo così uno standard che sarà universalmente adottato da tutti i produttori del mondo.

Nel 1940 la Serio (ormai conosciuta come Serio Everest grazie alla popolarità della sua 42) conta 509 operai, 26 impiegati, 63 agenzie di vendita in Italia, e un indotto costituito da alcune centinaia di meccanici aggiustatori.

Nel 1950 la produzione si estende, oltre alle macchine da scrivere, anche alle addizionatrici elettriche a tre operazioni.

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La mensa della Serio nel 1950

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Nel 2011

Alla fine degli anni ’50 inizia una fase di stagnazione dovuta alla scarsa volontà della proprietà di investire nel rinnovamento degli impianti e si giunge, nel 1960, all’acquisizione da parte della Olivetti. Per alcuni anni nulla cambia e la Serio continua a produrre autonomamente la propria linea di prodotti. E’ solo nel 1969/70 che il marchio Serio sparisce per sempre e la produzione diviene interamente Olivetti, con la costruzione di un nuovo impianto poco distante, in via Bramante. Oltre alla costruzione dello stabilimento la Olivetti crea una era e propria piccola città nella città con alloggi e facilities destinate agli operai, nello stile del compianto Adriano Olivetti morto nel 1960.

Con la nascita del nuovo stabilimento, l’impianto di via Molino viene prima convertito in magazzino e poi lentamente abbandonato.

Nel 1970 l’Olivetti conta, a Crema, 3150 lavoratori. Il polo progettuale e produttivo rimane all’avanguardia per molti anni ancora arrivando, nel 1978, alla progettazione e produzione della ET 101, prima macchina da scrivere elettronica al mondo.

Oltre allo stabilimento di via Molino, oggetto di questa scheda e ad oggi – 2015 – ancora abbandonato , anche quello di via Bramante sarà chiuso definitivamente nel 1992.

Attualmente l’area ex Olivetti di via Bramante ospita una serie di piccole imprese e il Dipartimento di informatica dell’Università di Milano.


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La chiesa di San Vittorino

Siamo in una pianura lunga circa quattro chilometri e larga due, posta tra le pendici meridionali del Terminillo e quelle della catena del monte Velino, dove l’erosione carsica si mostra con una imponenza che secondo il grande geografo Riccardo Riccardi, non ha eguali in Italia.
E’ qui che il Velino cresce notevolmente ricevendo le acque delle sorgenti di Canetra ancor prima di accedere nella piana di S. Vittorino da dove, subito prima di uscirne, vi si immettono quelle del Peschiera.
Il sottosuolo di questa area è formato da una stratificazione di calcarei cretacei su cui si poggia un vasto basamento travertinoso, mentre la parte superficiale è costituita da terreni alluvionali formati da ghiaie, sabbie e argille.
Tutta la zona e interessata da numerosissime sorgenti mineralizzate, segni eloquenti di una vasta circolazione di acque sotterranee che esercitano una forte azione corrosiva del basamento travertinoso sottostante, indebolendone lo spessore e formando delle vaste cavernosità che sono alla base dei continui sprofondamenti della parte superficiale del territorio.
E’ in tal modo che sono nati i laghi di Paterno, del Pozzo di Mezzo e del Pozzo Burino, ma anche i numerosi altri piccoli bacini, ed è in questa stessa condizione strutturale che va addebitato lo stato in cui si trova la Chiesa di San Vittorino, progressivamente sprofondata su un’area sorgiva le cui acque sommergono tutta la navata creando una immagine di grande suggestione.

 dal sito del Comune di Cittaducale

La zona della piana di San Vittorino, martire cristiano del I secolo, è ricca di sorgenti; in mezzo a due di queste nel 1300-1440 fu eretta una chiesa sui resti di un tempio pagano dedicato alle Ninfe dell’acqua.
Tra il 1608 e il 1613 la chiesa fu ristrutturata ed ampliata e dedicata alla Madonna. Prese quindi il nome di Santa Maria di San Vittorino. Era composta da una monumentale facciata e tre navate; la principale con l’abside e l’altare e le altre due con dipinti.
Divenne la più importante del circondario di Cittaducale e fu una frequentata meta di pellegrinaggio.
Nel 1800 a seguito di movimenti tellurici le vene delle due sorgenti si spostarono e andarono a situarsi sotto la chiesa che fu presto allagata. L’acqua usciva dal portale principale e andava a sfociare nel vicino Velino.
La sorte della chiesa fu segnata e presto cominciò a sprofondare.

Nel 1983 la chiesa pur rovinata era ancora visitabile e Andrej Tarkovskij vi girò una scena del film Nostalghia (vedi recensione).

Da allora la chiesa ha continuato a sprofondare, la sorgente si e’ quasi prosciugata e la vegetazione ha invaso l’interno.

Della chiesa sono rimasti, conservati nella cattedrale di Cittaducale, una Annunciazione trecentesca in bassorilievo ed un fonte battesimale sempre trecentesco di squisita fattura.

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La chiesa vista dalla strada

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Un interno

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Idroscalo Ivo Monti

Nel Gargano, sulle sponde del lago di Varano, sono ancora presenti le rovine dell’Idroscalo Ivo Monti. La costruzione dell’idroscalo iniziò nel 1915, durante il primo conflitto mondiale e l’area venne scelta per la particolare posizione protetta e per la vicinanza all’area di guerra (con gli Austro-Ungarici attestati sulle isole Curzolane).

La decisione di costruire l’idroscalo fu presa dopo un sopralluogo del capo dello Stato Maggiore della marina italiana, Thaon di Revel.

La costruzione avvenne in fasi successive con il graduale ampliamento dell’idroscalo man mano che sorgeva l’esigenza di potenziarne la struttura. I lavori, soprattutto all’inizio, furono estremamente gravosi poichè si dovette superare una serie di ostacoli non indifferenti: dalla malaria alla quasi completa mancanza di infrastrutture di comunicazione.

Alcune scritte ancora presenti all'interno dellapalazzina del corpo di guardia

Alcune scritte ancora presenti all’interno della palazzina del corpo di guardia dove erano in servizio i Carabinieri

Il battesimo del volo avvenne, comunque, nel 1916.

Il nome dell’idroscalo viene da Ivo Monti, pilota morto il 6 giugno 1918, durante un volo di ricognizione.

Al termine del primo conflitto mondiale il personale di stanza diminuì sensibilmente per tornare a crescere con lo scoppio della seconda guerra mondiale. Durante il conflitto il ruolo strategico dell’idroscalo fu comunque molto marginale e al termine venne lentamente abbandonato.

Ad oggi (2015) sono ancora presenti molti degli edifici (tra cui, all’ingresso, il corpo di guardia che era affidato ai Carabinieri) usati ormai come ricovero per il bestiame. Di fronte all’idroscalo, su una collinetta, sorge la chiesa di Santa Barbara (edificata nel 1920) anch’essa abbandonata.


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S.L.O.I.

La S.L.O.I. (Società lavorazioni organiche inorganiche) è stata un’azienda chimica che produceva piombo tetraetile (TEL). Il TEL è stato l’additivo antidetonante utilizzato nella benzina per evitare fenomeni di autoaccensione e battito in testa, sino al passaggio alla cosiddetta benzina senza piombo.

Fondata nel 1935 a Ravenna, su idea del chimico Carlo Luigi Randazzo, apre nel 1939 lo stabilimento di Trento. La scelta della sede fu dettata da motivazioni logistiche: Trento si trovava vicino al confine italiano ed era efficacemente collegata alla Germania, alleata dell’Italia, tramite la ferrovia del Brennero. Era quindi possibile fornire facilmente il TEL, utilizzato principalmente per il carburante degli aerei, anche all’alleato nazista. Lo stabilimento di Trento era l’unico, in Europa, a produrre tale sostanza.

Al termine del conflitto mondiale la S.L.O.I. continuò la produzione del TEL per usi civili e l’incremento di automobili con il boom economico rese  sempre più necessaria questa produzione.

Le condizioni di lavoro alla S.L.O.I. erano a doppia faccia: da una parte il salario era ottimo ma dall’altra erano assolutamente carenti (come spesso nel dopoguerra) le misure di prevenzione e di tutela sanitaria dei lavoratori con la loro costante intossicazione da piombo (saturnismo). L’intossicazione da piombo agisce, tra l’altro, danneggiando il sistema nervoso centrale con sintomi pesanti sul comportamento (violenza, irritabilità ed altri disturbi psichici). Spesso questi sintomi non venivano associati all’avvelenamento e quindi gli operai venivano internati nel manicomio di Pergine e trattati come malati di mente.

Negli anni venne crescendo una sempre maggiore consapevolezza dei rischi per la salute che lo stabilimento comportava (nel 1975 il patron dell’azienda, Randazzo, venne condannato a cinque anni per omicidio colposo) fino ad arrivare al capitolo finale che provocò la chiusura definitiva.

Il 14 luglio 1978 un forte temporale si abbatté su Trento e l’acqua raggiunse alcuni fusti di sodio mal custoditi nello stabilimento, innescando un grande incendio. Se le fiamme avessero raggiunto i fusti di TEL la nube tossica avrebbe decimato la popolazione della città. L’esperienza del capo dei vigili del fuoco Ing. Nicola Salvati, che utilizzò per le operazioni di spegnimento la polvere di cemento prelevata dal vicino stabilimento Italcementi, scongiurò la sciagura, ma l’enorme rischio corso portò le autorità ad imporre la definitiva chiusura della fabbrica.

Abbandonata a se stessa divenne rifugio di tossicodipendenti, prima, e di senzatetto poi sino a quando iniziarono nel 2011 i lavori di bonifica con l’abbattimento di quasi tutti gli edifici. Ad oggi (2015) rimane in piedi lo scheletro dell’edificio forni e la torre dell’acqua. Il vero problema della bonifica, però, rimane irrisolto: nel suolo si stima siano presenti oltre 180 tonnellate di piombo, separate da un sottile strato di argilla impermeabile dalla sottostante falda acquifera. Non esistono al mondo esperienze di bonifica piombo di questa portata.


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Cartiera Amicucci Graziosi

Gli antichi processi di produzione della carta hanno sempre richiesto che un elemento fondamentale fosse disponibile in grande quantità: l’acqua.

Sin dal XV secolo, lungo il fiume Aniene nel Lazio, è documentata la presenza di opifici per la produzione della carta. Tra i vari centri urbani che ospitavano le cartiere Continua a leggere

Leo farmaceutica

La penicillina venne ufficialmente scoperta in Inghilterra nel 1928 ad opera di Alexander Fleming, che per tale scoperta venne insignito del premio Nobel nel 1945, unitamente con Ernst Boris Chain e Howard Walter Florey.

Il primo utilizzo su larga scala della nuova scoperta avvenne durante la seconda guerra mondiale, ad opera principalmente degli americani che, a partire dal 1944, iniziarono a renderla disponibile anche per l’Italia. Al termine del conflitto l’Italia Continua a leggere

Orfanotrofio della Marcigliana

Alle porte di Roma, poco fuori il grande raccordo anulare, ci si imbatte in un vecchio e suggestivo edificio in abbandono. E’ un luogo piuttosto popolare per chiunque si interessi di abbandoni e viene spesso utilizzato come set fotografico o arena per giocatori di soft-air.

Cercando notizie in rete viene quasi sempre accreditato come “ex-manicomio”, ma non lo è mai stato, con buona pace dei cacciatori di fantasmi che entrano tra queste rovine con improbabili amperometri e antenne varie cercando di cogliere le “presenze” inquiete di spiriti folli.

Nei primi anni del ‘900 i Padri Giuseppini gestivano, in questa zona, la Colonia Agricola Romana della Bufalotta, su terreni da poco bonificati di proprietà del Pio Istituto della Santissima Annunziata di Roma. Si trattava di una grande scuola professionale agricola, destinata agli orfani di guerra e ai bambini abbandonati della provincia. Qui potevano imparare una professione e poi esercitarla nell’Azienda Famiglia, una sorta di cooperativa ante litteram.

All’interno della tenuta, nel 1933, venne costruito un orfanotrofio femminile, il cui fondatore è il Senatore Carlo Scotti (1863-1940) e sembra proprio che sia questo il nostro edificio abbandonato. Tutt’oggi la breve strada che porta all’edificio è intitolata alla santa Bartolomea Capitano che si era distinta per le opere assistenziali alle giovani.

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da Google maps

Nell’archivio dell’Istituto Luce è presente un cinegiornale del 1934 dove si vede chiaramente l’edificio durante una visita del Capo del Governo.

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Cinegiornale 1934

Su un quotidiano locale di Roma (La voce del municipio) è presente un’intervista alla Sig.ra Bruna che ricorda la sua infanzia trascorsa tra le mura di questo orfanotrofio

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Articolo su La voce del municipio

Negli ultimi anni di vita cambiò destinazione passando da orfanotrofio a istituto geriatrico.

L’edifico venne utilizzato anche come location di alcuni film.

Ne “I nuovi mostri” (di Risi, Monicelli e Scola, 1977), nell’episodio “Come una regina”, Alberto Sordi abbandona l’anziana madre in un ospizio. L’ospizio è il nostro edificio

I nuovi mostri

Scena dal film “I nuovi mostri”

Ancora qui venne girata una scena del film “La banda del gobbo” (di Umberto Lenzi, 1977). In questo caso una finta insegna lo classifica come “Ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà” (che è in realtà il vero ex-manicomio di Roma ma che si trova in tutt’altra zona) dove viene internato il protagonista Tomas Milian.

La banda del gobbo

Scena del film “La banda del gobbo”


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